Grazie, Mons. Gherardini!

Lettera al Direttore di Riscossa Cristiana pubblicata in data 9 luglio 2012.

Caro Direttore,

mi permetto di intervenire sul Suo prestigioso Sito per esprimere tutto il mio pubblico ringraziamento a Monsignor Brunero Gherardini e a coloro (come Paolo Pasqualucci) che seguono il suo sapiente insegnamento teologico, che è quello perfettamente corrispondente alla Tradizione di Santa Romana Chiesa, senza alcuna sbavatura. Parlare del XXI Concilio della storia è essenziale, perché mentre tutti gli altri Concili precedenti sono stati indetti per risolvere eresie e problemi che si erano andati creando (poiché la caduta dell’uomo, dopo il peccato originale, origina continuamente errori nell’umanità ed anche fra gli uomini di Chiesa), il Concilio Ecumenico Vaticano II non è stato indetto per risolvere problemi, ma per «dialogare» (a volte proprio alla pari) con il mondo e il mondo (con tutte le sue distorsioni) è entrato dentro la Chiesa. Non si può curare la malattia del Modernismo se non si toglie la causa alla radice, ovvero comprendere i nodi che sono dentro i documenti del Concilio e scioglierli per rendere chiare le idee a tutti i membri della Chiesa, dunque anche a noi, povere pecore di un gregge che ha bisogno di maestri di Verità e di libertà nella Verità. Infatti, a furia di voler dialogare con i «lontani», non si parla più ai cattolici e li si rende schiavi di una teologia menzognera, che andava «di moda» nel secolo scorso.

Scrisse Padre Roger-Thomas Calmel O.P. (1914-1974), all’inizio dei anni Settanta:

«…c’è solo da aprire il Vaticano II per constatare che i Padri hanno decisamente rotto con la Tradizione dal linguaggio netto e senza equivoci. Non ignoro i pochi testi vigorosamente formali, come la nota previa, che rimette in ordine certi sviluppi deboli e perniciosi della Lumen Gentium sui poteri episcopali. Resta nondimeno anzitutto il fatto che la stessa lodevole nota previa non si dà come definizione di Fede e non comporta nessun anatema, e poi ed anzitutto, che abitualmente il modo di esprimersi proprio del Vaticano II è impreciso, verboso e anche sfuggente. Qual è, ad esempio, dopo il XXI Concilio, la dottrina politica e sociale della Chiesa cattolica? Tanto il Sillabo e le Encicliche da Leone XIII a Pio XII ce la espongono chiaramente, tanto la Gaudium et Spes e la Dignitatis Humanae ci lasciano nel vago e nell’incertezza.

Perché meravigliarcene d’altronde? Si sa da un pezzo che sono testi di compromesso. Si sa anche che una frazione modernista avrebbe voluto imporre una dottrina eretica. Impedita di raggiungere questo scopo, è riuscita tuttavia a fare approvare dei testi informali. Questi testi presentano per il modernismo il doppio vantaggio di non potere essere accusati di affermazioni apertamente eretiche e nondimeno di poter essere interpretati in un senso opposto alla Fede.

Ci attarderemo noi a combattere direttamente questi testi? Vi abbiamo pensato. Ma la difficoltà è che tali testi non offrono appigli all’argomentazione: sono troppo vaghi. Mentre vi sforzate di mettere alle strette una formula che vi sembra inquietante, ecco che nella stessa pagina ne trovate un’altra irreprensibile. Mentre cercate di puntellare la vostra predicazione o il vostro insegnamento con un testo conciliare solido, impossibile da distorcere, adatto a trasmettere al vostro uditorio il contenuto tradizionale della Fede e della morale, vi accorgete ben presto che il testo da voi scelto, ad esempio sulla liturgia o sul dovere della società verso la vera Religione, è insidiosamente indebolito da un secondo testo, che, in realtà, svigorisce il primo mentre aveva l’aria di completarlo. I decreti si succedono alle costituzioni senza offrire alla mente, salvo eccezioni rarissime, una presa sufficiente» (Breve Apologia della Chiesa di sempre, pp. 35-36, ed. Ichthys).

La benedettina santa Ildegarda di Bingen (Bermersheim vor der Höhe, 1098 – Bingen am Rhein, 17 settembre 1179), che si occupò in maniera mirabile  e poderosa di teologia (non per scibile acquisito dai libri, ma per infusione di Dio, grazie alle visioni che ebbe per tutta la sua eccezionale esistenza) e il 7 ottobre p.v. sarà proclamata dal Santo Padre Benedetto XVI “Dottore della Chiesa”, parlava apertamente agli uomini di Chiesa e li riprendeva. Anche i Pontefici furono i destinatari delle sue straordinarie epistole, proprio come farà, più tardi, santa Caterina da Siena. Il suo prestigio fu grande e il Papa in persona, Eugenio III, lesse i primi capitoli della sua opera, Scivias, Liber vite meritorum, Liber divinorum operum, scritta fra il 1141 e il 1151, di fronte al Sinodo di Treviri del 1147. Ma Ildegarda non blandiva, Ildegarda vedeva gli errori e li denunciava per amore della Chiesa, che servì fedelissimamente.

Ildegarda lottò contro le eresie dei catari e dei valdesi e per il cattolico è impossibile resistere alle convincenti asserzioni distribuite nelle migliaia di pagine che ha lasciato. E ciò accade perché, lo si comprende dalla complessità delle realtà che espone, i ragionamenti ivi contenuti non sono suoi, ma provengono da Dio. Ella afferma che la Chiesa ha un ruolo centrale in un mondo che tende a perdere le forze a causa dei molti tormenti che subisce. Dio le disse: «la sposa di mio Figlio [la Chiesa] viene tormentata nei suoi figli dai messaggeri del figlio della corruzione e dal corruttore stesso, per lungo tempo e fino a esaurimento, eppure non sarà mai annientata in nessun modo. Essa, infatti, anche se viene costantemente assalita da tali malvagità, levandosi ancor più potente e vigorosa verso la fine dei tempi, verrà raffigurata ancor più bella e splendente nella sua autentica immagine, così da correre in tal guisa, tanto più tenera e amabile, verso l’abbraccio col suo amato». La storia dell’umanità, intercalata di altezze e bassezze, è destinata a perire e la povera Chiesa, attaccata fuori e dentro, alla fine, sostiene la «Sibilla del Reno», sarà l’unica a resistere e a lumeggiare.

La Chiesa ha bisogno di personalità coraggiose come Monsignor Brunero Gherardini, capaci di riportare nel giusto alveo gli insegnamenti della Chiesa di sempre. Si tratta di una questione di Fede, non di metodo. La prassi è una conseguenza. Ecco che l’Anno della Fede indetto dal Nostro Santo Padre è determinante: tutto parte da lì. Che cos’è la Fede e quando la si esercita? Il Concilio Vaticano II è pastorale (dunque prassi), ma tale pastoralità moderna ha contaminato la dottrina. Occorre riportare la giusta dottrina su un piano di primogenitura ed è quello che Monsignor Gherardini supplica ed invoca, per amore della Chiesa, Santa e pura, nelle sue provvidenziali opere.

 Cristina Siccardi

* * * * *

Padre Cavalcoli scrive in risposta a Cristina Siccardi (11 luglio 2012)

Cara Cristina,

concordo con le osservazioni che fai al Concilio Vaticano II soprattutto per quanto riguarda il tuo riferimento a quelle del Padre Calmel, mio Confratello, il quale però non fa questione di contenuti ma di modi espressivi, di metodo e di linguaggio.

Tuttavia direi che calchi troppo la mano quando parli di “nodi presenti nei documenti del Concilio, nodi che occorre sciogliere per avere le idee chiare” e quando dici che la pastoralità del Concilio “ha contaminato la dottrina”. E’ sempre il solito problema: come possono avvenire cose del genere nelle dottrina di un Concilio ecumenico che in nome di Cristo e con l’assistenza dello Spirito Santo ci aiuta ad approfondire ed a chiarire il senso della divina Rivelazione e quindi il senso della Scrittura e della Tradizione?

Tu sai bene quanto sono nemico del modernismo: ma non ti accorgi che il rimedio al modernismo sta proprio in quella sana modernità che ci è insegnata dal Concilio? E’ vero che i modernisti pretendono di rifarsi al Concilio per diffondere le loro eresie. Ma non ti sei ancora accorta che sono degli impostori? Il Concilio ci insegna ad essere sanamente moderni, ma non modernisti. Essere moderno nel senso di progredire nella verità e nel bene non è un peccato, ma un preciso dovere prescrittoci dal Vangelo.

Esiste un sano progresso, esistono sane novità che non sono affatto in contrasto con la Tradizione, ma ne sono uno sviluppo ed una esplicitazione nella continuità. E questo è appunto il caso del Concilio, come stanno ripetendo i Papi sin dalla fine del Concilio. O forse che i Papi sbagliano?

Oppure il Concilio stesso è caduto nell’errore? Bisogna correggerlo? Si trattasse di questioni semplicemente pastorali, la cosa è possibile. Ma può sbagliare un Concilio quando, seppure indirettamente e non esplicitamente, tocca il dogma o la dottrina di fede, come ha fatto il Vaticano II?

Cordialmente

P. Giovanni Cavalcoli, OP

* * * * *

Cristina Siccardi replica (12 luglio 2012):

Molto Reverendo Padre

Giovanni Cavalcoli,

mi perdoni, ma come Ella, che si dichiara strenuo nemico del Modernismo, mi insegna, preferisco continuare a darLe del Lei, onde sottolineare quel reverente distacco che ogni laico, soprattutto se donna, deve mantenere nei confronti di ogni sacerdote, in modo particolare se anche religioso; anche su questo punto mi permetto di rimanere fedele alla Tradizione della Chiesa, in contrasto con l’uso postconciliare; uso che trae la sua ragione proprio da quel desiderio di aggiornamento e di democraticizzazione, teso a ridurre, fino ad eliminare, ogni distinzione ed ogni gerarchia.

Venendo al merito delle critiche che Ella mi muove, mi pare di poterle sintetizzare nel principio secondo cui ogni affermazione a contenuto dottrinale del Concilio Vaticano II è, di per se stessa, infallibile, in quanto il Concilio stesso gode dell’assistenza dello Spirito Santo che gli impedisce qualsiasi errore in fatto di dottrina.

Tale principio è in palese contrasto con il dogma dell’infallibilità pontificia, così come proclamato dal Concilio Vaticano I. Tale Assise dogmatica, a differenza del pastorale Concilio Vaticano II, richiede oltre al fatto che si parli di Fede e/o di morale, anche che il Papa, o il Concilio Ecumenico confermato dal Papa, dichiari essere tale affermazione vincolante per la Fede di tutti i cattolici.

Da ciò consegue che, in un discorso pastorale, le  affermazioni, anche di dottrina e/o morale, se non pretendono espressamente di essere infallibili NON LO SONO, in contrasto con la Sua affermazione contenuta nella Sua lettera di risposta al Professor Pasqualucci, secondo cui «Il Concilio può aver commesso errori nelle sue disposizioni PASTORALI, ma non è ammissibile che ci insegni il falso nella DOTTRINA, quando Cristo ha assicurato l’infallibilità della sua Chiesa in questo campo connesso con la salvezza».

Le uniche affermazioni del Concilio che godono di infallibilità, come magistralmente dimostrato da Monsignor Brunero Gherardini, sono quelle in cui il Concilio stesso cita pronunciamenti già infallibili di altri documenti. È chiaro che questa infallibilità non sta nei pastorali documenti del Vaticano II, ma nell’infallibilità dei testi citati: chiunque citi tali testi è, nell’atto di farlo, infallibile.

Ella stessa afferma che: «Io sono invece dell’idea che nelle disposizioni pastorali vi siano degli errori, – e su questa materia il cattolico ha libertà di critica – che si sono rivelati in questi 50 anni, errori che vanno corretti, soprattutto per quanto riguarda l’ufficio pastorale del vescovo, che è presentato in modalità che mancano di energia morale ed intellettuale (il vescovo “bonaccione”, debole coi forti e forte coi deboli, in nome della “carità” e del “dialogo”), tali da favorire i pastori paurosi, ingenui, opportunisti e mercenari, come vediamo purtroppo oggi spesso. I Vescovi devono svegliarsi dal sonno. Questi sono i vescovi figli del Concilio. QUI BISOGNA RIMEDIARE AL PIU’ PRESTO». Queste Sue parole sono assolutamente sottoscrivibili. Mi permetto, proprio nel sottolineare la verità e la conseguente bellezza di questo Suo passo, di chiederLe gentilmente di enucleare tutti  i brani del Concilio a cui fa riferimento. Sarebbe un atto di carità immenso nei confronti di tutti noi poveri fedeli.

Implorando La Sua benedizione, Le porgo i più rispettosi ossequi.

 Cristina Siccardi

* * * * *

13 luglio 2012:

Cara Cristina,

ti do del tu non per non so quali modernistiche velleità giacobine, ma secondo il tradizionale atteggiamento del sacerdote che parla con una  figlia e alla figlia non si dà del tu? Apprezzo invece e comprendo l’uso del Lei nei miei riguardi, sempre riferito al mio essere sacerdote, benché anche al padre si possa dare del tu.     Fatta questa premessa, entriamo in argomenti più importanti.

La citazione che tu fai del dogma dell’infallibilità pontificia non è pertinente. Ti invito invece a tener presente che l’Istruzione del Beato Giovanni Paolo II “Ad tuendam fidem” del 1998 è munita di un commento della CDF dove si presentano tre gradi di autorità delle dottrine: il primo grado è quello dei dogmi definiti come tali (solo qui c’entra l’infallibilità pontificia). Qui la Chiesa dichiara di definire, per cui l’infallibilità della dottrina è evidente. Il Concilio non possiede insegnamenti di questo livello.

Tuttavia esistono altri due gradi inferiori di autorità delle dottrine. Anche qui si tratta di materia di fede o connessa alla fede. Qui la Chiesa può esplicitare o approfondire verità di fede precedentemente definite. Nel secondo grado la Chiesa non dichiara di voler definire, e tuttavia si tratta di dottrine “definitive”. Nel terzo grado non si parla neppure di dottrine definitive e tuttavia si tratta sempre di dottrine vere.

Ora, come hanno dichiarato gli ultimi Pontefici, il Concilio Vaticano II non è stato solo pastorale, ma anche dottrinale, ossia ha toccato temi di fede o connessi alla fede facendone progredire  la conoscenza: per esempio si dà un concetto di Rivelazione che fa avanzare la conoscenza che se ne aveva al Concilio Vaticano I. Ora tu converrai che qui si tratta di materia di fede.

Dottrina infallibile? E perché no? Che vuol dire “infallibile”? Che non può “fallire”, non può essere sbagliato o non potrà in futuro essere falsificato. Ora ti pare mai che un Concilio, trattando di materia di fede, possa darci insegnamenti “fallibili”, ossia che possono o potranno indurci nell’errore? Neanche a pensarlo! E non importa che qui la Chiesa non dichiari di voler definire.

Per sapere che si tratta di insegnamenti infallibili basta controllare di che tipo è la materia: se si tratta di materia di fede, non possiamo ASSOLUTAMENTE pensare che un Concilio ci insegni il falso, altrimenti dovremmo pensare che quando Cristo ha promesso agli apostoli quello Spirito che avrebbe condotto la Chiesa alla pienezza della verità, l’ha ingannata. Potremo mai, come cattolici, supporre una cosa del genere?

Per quanto riguarda altri passi di carattere pastorale che ritengo discutibili o addirittura sbagliati, evidentemente non c’è spazio qui per elencarli. Mi permetto di rimandare al mio libro “Progresso nella continuità”, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2011.

P. Giovanni Cavalcoli, OP

* * * * *

15 luglio 2012:

Molto Reverendo

Padre Giovanni Cavalcoli,

il beato Cardinale John Henry Newman diceva di san Filippo Neri che «visse in un’età insidiosa per gli interessi del Cattolicesimo come nessuna che l’ha preceduta o seguita». Anche noi potremmo affermare la stessa identica cosa. Ancora Newman ebbe ad avvertire, di fronte alla «trappola mortale» del liberalismo: «i leaders cattolici dovranno intraprendere grandi iniziative e raggiungere scopi importanti, e avranno bisogno di molta saggezza e di molto coraggio, se la Santa Chiesa deve liberarsi da questa terribile calamità, e, sebbene qualunque prova che cada su di lei sia solo temporanea, può essere straordinariamente dura nel suo decorso». La Chiesa ha bisogno di essere liberata e per esserlo ha bisogno di uomini saggi e coraggiosi che risalgano alle cause di quegli amarissimi frutti conciliari che vediamo sotto i nostri occhi e che, dopo cinquat’anni di crisi della Fede e della Chiesa, nessuno può più negare.

Per rispondere alle Sue critiche faccio mie le puntuali e perfette affermazioni della lettera del Professor Roberto de Mattei comparse su Riscossa Cristiana.

La verità mai si contraddice. Chi, al contrario si arrampica sui vetri per sostenere l’insostenibile scivola. D’altro canto scrive il Cardinale Walter Brandmüller nel suo recente testo Le “chiavi” di Benedetto XVI per interpretare il Vaticano II (Cantagalli 2012): «Il Vaticano II al contrario [dei precedenti Concili, ndr] non ha esercitato la giurisdizione né legiferato, né deliberato su questioni di fede in via definitiva. Esso è stato piuttosto un nuovo tipo di Concilio, in quanto si è concepito come Concilio pastorale, che voleva spiegare al mondo di oggi la dottrina e gli insegnamenti del Vangelo in un modo più attraente e istruttivo. In particolare non ha pronunciato alcuna censura dottrinale. […] il timore di pronunciare sia censure dottrinali che definizioni dogmatiche ha fatto sì che alla fine emergessero pronunciamenti conciliari il cui grado di autenticità e dunque di obbligatorietà fu assolutamente vario. Per cui, ad esempio, le costituzioni Lumen gentium sulla Chiesa e Dei Verbum sulla Rivelazione divina hanno assolutamente il carattere e la cogenza di un autentico pronunciamento dottrinale, sebbene anche qui nulla fu definito in termini strettamente vincolanti, mentre, d’altro canto, la dichiarazione sulla libertà di religione, Dignitatis humanae, secondo Klaus Mörsdorf prende posizione su questioni dell’epoca senza un contenuto normativo evidente» (pp. 54-55).

Di fronte agli sviluppi dell’importante e sempre più incalzante dibattito in corso, dal 2005 ad oggi (ovvero dalle parole pronunciate  dal Santo Padre alla Curia Romana del 22 dicembre di quell’anno) non ci si può più foderare gli occhi, altrimenti si finisce di fare come il faraone d’Egitto che continuava ostinatamente e pervicacemente a non lasciare partire Mosè e la sua gente, nonostante la sua terra, proprio per sua colpa, subisse, l’una dopo l’altra, le dieci piaghe mandate da Dio.

Lei, Padre, si pone sulla scia di coloro che hanno una visione «carismatica» del Magistero. Ha analizzato sapientemente il teologo padre Serafino Lanzetta FI nel suo editoriale a «Fides Catholica» n. 2 del 2011 dal titolo «Un “anno della fede” a cinquant’anni dal Concilio. Tra ermeneutiche in conflitto». Dentro al Concilio sono avvenute delle riforme che hanno «interessato anche le dottrine e questo principiando non dalle dottrine ma dal modo di insegnarle, dalle forme storiche contingenti, in primis, dalla forma espositiva e linguistica, ovvero da una nuova metodologia, più pastorale ed ecumenica. Di fatto la dottrina – alcune dottrine – è così “nuova”. L’accavallamento di soggettivo e oggettivo nella libertà religiosa è un paradigma. Ma gli esempi riguardano anche altri ambiti come l’ispirazione dei libri sacri, il rapporto Scrittura e Tradizione, la Collegialità episcopale, il concetto di ecumenismo, che fa leva quasi esclusivamente sul sacramento del Battesimo. Si è indubbiamente di fronte ad un insegnamento nuovo […]. Nel Vaticano II ciò che è da appurare anzitutto è la continuità e la discontinuità, secondo livelli diversi, si collocano sul piano del soggetto docente e della dottrina insegnata, altrimenti si rischia solo di declamare la continuità delle dottrine ma senza verificarla. Si rischia di voler conservare col Vaticano II uno status quo nella Chiesa. Se così non fosse, se la difficoltà ermeneutica cioè non ascendesse fino al rango degli asserti magisteriali, del loro essere semplice sviluppo o piuttosto una nuova forma, una ri-forma della dottrina cattolica, sarebbe già risolta tutta la difficoltà ermeneutica, che invece è il vero rompicapo per valutare correttamente il Vaticano II. Se la difficoltà ermeneutica non riguarda la dottrina di prima e quella di dopo, cade la stessa necessità di un’ermeneutica giusta per appurarne la continuità: questa sarebbe semplicemente evidente. […]. Il problema ermeneutico del Vaticano II implica 3 aspetti distinti:

  1. Nel concilio ci sono delle dottrine nuove;
  2. Queste sono uno sviluppo e/o ri-forma delle dottrine classiche;
  3. Il grado dell’asserto magisteriale delle dottrine conciliari».

Allora i teologi a queste serissime due domande, poste da Padre Lanzetta, sono tenuti a rispondere per il bene della Chiesa, per il bene delle anime (quante se ne perdono perché non viene più trasmessa la vera Fede? La responsabilità davanti a Nostro Signore è davvero spaventosa… di fronte a ciò non si può fare come Pilato): «In che modo il magistero del Vaticano II si colloca in continuità con quello precedente? Dove si coglie la continuità?». Ecco che Monsignor Brunero Gherardini, con il suo grido d’allarme, desta i sonnolenti che affermano: «la continuità è garantita dal magistero stesso». Afferma ancora Padre Lanzetta nel suo editoriale: «per il fatto che siamo dinanzi ad un’asserzione del Vaticano II, dunque del magistero solenne, abbiamo la continuità. Fondamentalmente è la posizione di P. Giovanni Cavalcoli […]. Il magistero diventa ragione di se stesso. […]. Il problema “cuore”, dunque, è coordinare continuità e discontinuità secondo livelli differenti, in modo da leggere una nuova dottrina insegnata dal medesimo soggetto. È proprio qui il nodo: la continuità è assicurata dall’unico soggetto che insegna, il magistero, che però non si identifica con la Chiesa e con l’infallibilità totale di essa, rimanendo questa più ampia e includendo ad esempio il sensus fidei del Popolo credente, dunque un’infallibilità in credendo che precede e fonda quella in docendo. È necessario radicare in modo assoluto, oggi più che mai, l’infallibilità del magistero, nelle Verità credute infallibilmente per mezzo della fede, per evitare di scadere in una visione meramente “burocratica”, in cui il soggetto docente diventerebbe l’ultima ragione del porsi della verità stessa. Ci sarà sempre un Küng, che potrà inveire contro il monopolio del “potere romano”, dimenticando che la gerarchia è un’origine sacra, scende dall’alto quale munus, ministero, servizio alla Verità».

È venuto a crearsi un fortilizio dentro il quale coloro chi si fanno paladini del Vaticano II hanno paura che le carte vengano scoperte alla luce del sole, senza pregiudizi, senza malafede. Alle teologiche e documentate argomentazioni di Monsignor Gherardini e alle storiografiche e documentate affermazioni del professor de Mattei, si risponde con fumogene confutazioni, dove il luogo comune fa da padrone.

Il Vaticano II va considerato su quattro distinti livelli, come insegna Monsignor Gherardini:

a)      Quello generico, del Concilio ecumenico in quanto Concilio ecumenico;

b)      Quello, specifico, del taglio pastorale;

c)      Quello dell’appello ad altri Concili;

d)     Quello delle innovazioni.

Il quarto livello è il più problematico, perché è innegabile che le innovazioni (tali perché mai, fino ad allora, contemplate nella Chiesa) hanno introdotto un nuova cattolicità, più in sintonia con le istanze contingenti del mondo, che con il Credo da sempre professato. Sono proprio tali innovazioni, che alcuni “addetti ai lavori” hanno finalmente individuato e focalizzato, ad essere la causa, la radice del malessere generale della cattolicità. La Tradizione sarà la terapia, ma prima occorre affrontare il problema nel concreto e nella Verità.

È ormai evidente che tutti i mali che oggi affliggono la Chiesa derivano, direttamente o indirettamente, dalla crisi della Fede e, più precisamente, da quella protestantizzazione che sposta la Fede dal suo oggettivo contenuto al soggetto che la insegna e/o la apprende. Ecco perché la pretesa continuità dei documenti conciliari con la Tradizione può e deve essere valutata principalmente, se non essenzialmente, sul piano oggettivo dei contenuti, più che su quello soggettivo di chi li ha pronunciati, visto che quello stesso soggetto (è bene sempre ribadirlo) ha rifiutato ogni tipo di infallibilità. Fare il contrario è cadere in una pericolosa forma di soggettivismo, quella che Padre Lanzetta definisce concezione carismatica del Magistero: il Magistero annuncia la Verità e non la crea e, quando non è infallibile, è gerarchicamente subordinato alla Tradizione, questa sì infallibile. Per uscire dall’ormai innegabile crisi della Chiesa occorrono pastori vigili e responsabili che facciano scudo contro le «terribili calamità» soggettivistiche denunciate nel XIX secolo dal beato Newman, nel XX da san Pio X e nel XXI da Benedetto XVI e che oggi ci colpiscono senza pietà, offendendo Cristo Re e la sua mistica Sposa.

Cristina Siccardi

Torna in alto