I due santi vescovi che incarnarono il Concilio

I protagonisti della Controriforma sono stati molti e molti i santi che hanno seguito gli indirizzi del Concilio di Trento, ma due figure signoreggiano, due vescovi che entrambi, per vent’anni, guidarono le loro diocesi: san Carlo Borromeo (Arona, 2 ottobre 1538 – Milano, 3 novembre 1584) e san Francesco di Sales (Thorens-Glières, 21 agosto 1567 – Lione, 28 dicembre 1622).

La personalità di san Carlo, con lo spirito ardente di fede, il viso ascetico, scavato dai digiuni, si impose in tutta Europa nel giro di pochi decenni con un vigore oggi difficile da immaginare. Il suo zelo apostolico e la sua carità rappresentano un’eccezionale manifestazione del risveglio spirituale e pastorale nella Chiesa, una risposta vivente e trascinante alle tesi protestanti sull’utilità delle opere e il valore dei riti liturgici. La posterità ha conservato di lui il ricordo di un pastore teneramente premuroso verso i bisogni materiali e spirituali dei fedeli, ma non deve essere dimenticato che l’arcivescovo ambrosiano fu un riformatore energico e molto temuto, e i suoi regolamenti divennero modello per numerose altre diocesi.

Oltre ad essere pastore e sacerdote di profonda preghiera, Carlo Borromeo fu un capo, una roccia di ordine e di autorità sulla quale per più secoli si è fondato il mondo cattolico. Con una forza d’animo fuori dal comune, di cui danno la misura le resistenze e l’odio nei suoi confronti, ha operato per risollevare nella sua diocesi la disciplina ecclesiastica e per fortificare le costituzioni della fede.

Venne nominato arcivescovo di Milano il 2 maggio 1564. La diocesi ambrosiana contava 740 parrocchie, circa 200 conventi e monasteri, circa 3.350 sacerdoti su una popolazione di 560 mila persone. L’assenza prolungata dei vescovi – da ottant’anni nessuno aveva risieduto nella diocesi – spiegava in parte il rilassamento morale e religioso. La prima preoccupazione di san Carlo fu quella di manifestare una presenza attiva, visitando le parrocchie e riorganizzando l’intera amministrazione. Fu un lavoro immenso e volle che venisse prodotto un archivio che raccogliesse tutte le informazioni possibili sulle parrocchie, sui sacerdoti, sulle fondazioni e le opere; venne compilato anche un censimento di tutti i diocesani.

Rigore e disciplina, semplicità e sobrietà di vita crearono reazioni malevole nei suoi confronti; ma egli andò avanti, forte della sua Fede e del suo amore per la Chiesa, anche se i detrattori lo chiamavano beffardamente il «cardinale-sacrestano». Senza dubbio l’opera di rinnovamento intrapresa all’interno degli ordini religiosi con gli obblighi di povertà e di castità urtava molte persone. Con misericordia, ma più spesso con fermezza o con il ricorso alle sanzioni, l’arcivescovo fece accettare la sua linea. Il 26 ottobre 1569 gli venne sparato un colpo di archibugio, ma, miracolosamente, il cardinale non venne neppure ferito. Grazie alle visite pastorali, poteva controllare il campo di applicazione dei decreti conciliari ed eliminare più facilmente le eresie. Come visitatore apostolico queste missioni lo conducevano anche al di fuori della sua diocesi, fino alle montagne svizzere, nella vallata del Canton Ticino. Durante i suoi viaggi verificava la competenza dei sacerdoti e dei parroci ed esaminava i catechismi. Ad uso del clero pubblicò, oltre che il Monito per i confessori, anche le Istruzioni per la predicazione della parola di Dio, un trattato nel quale erano definiti i doveri dei pastori e i mezzi disponibili per compiere al meglio tale missione. L’organizzazione dei seminari costituì una pietra angolare della restaurazione cattolica: il Concilio di Trento espresse con fermezza, durante la XXIII sessione che non era sufficiente insegnare le virtù e i principi ai sacerdoti già ordinati, ma si doveva agire prima, così fece il pastore Borromeo. Basilare fu perciò l’opera di formazione ambrosiana, la quale venne coronata dall’organizzazione di scuole di dottrina cristiana, dove l’istruzione si intrecciava all’insegnamento del catechismo.

Aveva una capacità di lavoro prodigiosa, egli avviò e organizzò numerose opere di beneficienza e di riabilitazione: orfanotrofi, ospizi, asili notturni per mendicanti, rifugi per ragazze redente, mense popolari… Ma questo vescovo di azione era capace di stare in preghiera notturna per otto ore di seguito; recitava il breviario inginocchiato sul pavimento; dormiva solo 4/5 ore su un vecchio pagliericcio; dal 1571 si nutrì soltanto una volta al giorno con pane, acqua e un po’ di verdure. Periodicamente viveva gli esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola e ne raccomandava la pratica a vescovi e clero. Ai sacerdoti impose la prassi quotidiana dell’esame di coscienza e anche dai fedeli esigeva molto: organizzava preghiere pubbliche, processioni, pellegrinaggi, celebri furono quelli da lui realizzati alla Sacra Sindone di Torino e a Roma per il Giubileo del 1575. Profuse pietà e abnegazione durante la terribile peste del 1576. Di lui i contemporanei dissero: «Da molto tempo la Chiesa non vedeva niente di più grande di un arcivescovo, un cardinale, nipote del papa, che da molto ricco diventò il primo povero della sua diocesi».

San Francesco di Sales, in condizioni normali, avrebbe dovuto prendere la residenza, dopo l’ordinazione sacerdotale del 1593, a Ginevra, dove aveva sede il vescovo della sua diocesi, ma dall’epoca della riforma la sede vescovile era stata trasferita ad Annecy. Fin dal principio della sua missione combatté l’eresia, applicando, come san Carlo Borromeo a Milano, la riforma del Concilio di Trento. Ricevette l’incarico di evangelizzare la regione di Chablais, dove, su 25 mila abitanti calvinisti, soltanto un centinaio era rimasto cattolico. I notabili di Thonon erano legati a Ginevra, perciò le chiese erano abbandonate ed in rovina. Nel settembre 1594 Francesco e suo cugino Luigi di Sales, quando attraversarono il ponte della Chandouze, vennero accolti con insulti e lancio di pietre. Essendo impossibile abitare nell’ostile Thonon, essi erano costretti a rifugiarsi nella fortezza di Allinges, dove si trovava la guarnigione del duca di Savoia.

Non più di cinque o sei parrocchiani osavano entrare in chiesa per sentire le sue prediche… allora san Francesco decise di scrivere dei volantini, sono queste le famose Controversie, che saranno pubblicate nel 1672 e tale metodo fu vincente. Nell’aprile del 1595 si convertì il giurista Pierre Poneet; poi fu la volta del barone d’Avully. E nella notte di Natale del 1596 poté celebrare la Santa Messa. La battaglia si combatteva non con la polvere da sparo, bensì con argomenti e versetti delle Sacre Scritture e il ministro protestante Antoine de la Faye accettò un dibattito pubblico. Le abiure si moltiplicarono grazie all’eloquenza dotta, convincente e carica di carità cristiana di san Francesco di Sales. Altri ministri ginevrini vennero invitati ad un confronto pubblico, ma non accettarono e la loro assenza venne interpretata come «un’ammissione di impotenza». Famiglie intere di eretici abbracciarono Santa Romana Chiesa e ogni mese si convertivano circa 3000 persone.

La riforma cattolica, voluta dal Concilio di Trento, iniziò con la riforma del clero, riforma che il santo mise in opera appena fu consacrato vescovo di Ginevra nel 1602. Egli volle porre massima cura ai pastori «che camminano alla testa del loro gregge» e poiché la preparazione dei candidati lasciava alquanto a desiderare fu necessario istituire molte scuole e molti seminari; sovente il vescovo affermava: «La conoscenza è l’ottavo sacramento della gerarchia» e «l’ignoranza è peggio della malizia».

Impartiva ogni settimana tre lezioni di teologia e scrisse un testo per aiutare i sacerdoti nella loro funzione, il Mémorial aux confesseurs (Memoriale per i confessori), dando anche inizio ad una serie di  conferenze mensili cui potevano assistere i laici.

Un campo d’azione a lui congeniale fu la direzione spirituale: come non ricordare l’amicizia d’anima che stabilì con Givanna-Françoise Frémyot, baronessa di Chantal? Con la sua dotta preparazione, la sua bontà, la sua influenza e la diffusione delle sue opere (pensiamo al Traité de l’Amour de Dieu o alla Filotea) san Francesco acquisì una fama incomparabile. Nell’ottobre 1618 arrivò a Parigi, incaricato dal duca Carlo Emanuele di Savoia di chiedere la mano della principessa Cristina di Francia, sorella di re Luigi XIII, per suo figlio, Vittorio Amedeo I. Compiuto con successo l’incarico, il vescovo ginevrino trascorse dieci mesi nella capitale, durante i quali stabilì e rafforzò amicizie importanti ed ebbe la gioia di scoprire «un tal incremento della pietà che è meraviglioso». I fedeli erano così numerosi, quando andò a predicare nella chiesa dell’Oratorio di Parigi, che dovette entrare per la finestra con una scala.

Cristina Siccardi

Fonte: Radici Cristiane, febbraio 2013

Torna in alto