Matilde di Canossa – Conferenza

Matilde di Canossa

A 900 anni dalla morte, la riscoperta di

Una straordinaria donna del Medioevo

 

Correggio – 30/31 ottobre 2015

Cristina Siccardi

Da molto tempo si dice, erroneamente, che il ruolo della donna non è sufficientemente valorizzato nella Chiesa. Da troppo tempo, a causa di un’errata concezione femminile promossa e maturata da certi ambienti ideologici, dove della scristianizzazione e secolarizzazione si è fatta una bandiera si dice che nella Chiesa ja sempre imperato il maschilismo. Questa deteriore tesi deriva da un pensiero laicista, da un pensiero che si ribella alle leggi divine, da un pensiero sorto da Voltaire e dai pensatori illuministi che hanno visto nella Chiesa un potere da attaccare ed abbattere per portare l’Europa a rinnegare le sue radici cristiane.

Nel Creato tutto ha un ordine ed un’armonia, non c’è antagonismo fra maschi e femmina nel mondo della fauna, ma ognuno concorre al meglio nel suo ruolo. Esiste un rapporto di forze fra specie diverse al fine della catena alimentare e della sopravvivenza, tuttavia non esiste antagonismo e concorrenza fra maschi e femmine della stessa specie: fra i due concorre un eccezionale rispetto. Così dovrebbe essere anche per gli umani, creati, addirittura, ad immagine e somiglianza di Dio. L’antagonismo fra uomo e donna sorge proprio dalla ribellione alle leggi di natura inscritte nel creato e, dunque, alle leggi divine. Nasce dalla rivolta contro quest’ultime ed ecco il disagio, la divisione, la frammentazione, la relativizzazione e la volontà di disordinare ciò che è ordinato per essenza.

Proprio con il Vangelo e il Cristianesimo abbiamo la valorizzazione e direi l’esaltazione del ruolo femminile all’interno del creato. Scriveva il Padre della Chiesa San Gregorio di Nazianzo proprio a proposito della donna: «Neppure il domatore di leoni placa con la violenza l’ira della belva che freme e ruggisce, ma la doma [la donna] accarezzandola con la mano e con dolci parole»[1].

Nel Medioevo, dove vigeva la coscienza che l’Universo apparteneva a Dio, e in terra, nella civiltà cristiana, dominava il Regno di Cristo Re, non ci si preoccupava della parità dei sessi, ma si esercitava la forza dell’essere maschi da una parte e la forza dell’essere donne dall’altra, in un completamento scambievole ed omogeneo fatto, al di là delle eccezioni, di scambievole rispetto: questa la condizione della società medioevole, tante volte vituperata dalla vulgata culturale. L’antagonismo era dettato dagli interessi (fossero essi politici od economici), ma non dall’ontologia propria delle persone. Regine, aristocratiche e badesse potevano assurgere a livelli di grande potere e di alta responsabilità. Proprio da questo sentire profondamente cristiano (che ha le sue origini nell’eccelsa dignità donata da Dio a sua Madre) nascerà nel Medioevo il grande rispetto culturale nei confronti della donna (si pensi al tempo dell’ «Amor cortese» e del «Dolce stil novo»[2] iniziato nel Ducento e che giungerà fino a Petrarca), perché di natura maggiormente dotata di elevazione spirituale rispetto a quella dell’uomo. A questa visione spiritualizzata dell’amore nel «Dolce stil novo» non sono estranei influssi filosofico-religiosi della Scolastica medievale: il pensiero di San Tommaso D’Aquino, il misticismo di San Bonaventura, nonché le riflessioni di Aristotele. Sarà Dante Alighieri (1265–1321) ad offrire, attraverso la figura di Beatrice Portinari, questa connotazione profondamente e abulicamente spirituale della dimensione femminile, in grado di guidare l’anima dell’uomo verso la purificazione per essere più degni dell’Amore di Dio. Si pensi proprio al ruolo catartico e di guida da parte della stessa Beatrice.

Dante incontra Beatrice nel Limbo (dove sono i giusti, che non conobbero Dio e non ricevettero il battesimo, ma che furono in vita esempi di virtù), scesa su invito di santa Lucia a sua volta inviata dalla Madonna, per incoraggiare Dante ad intraprendere il viaggio di redenzione.

«I’ son Beatrice che ti faccio andare;

vegno del loco ove tornar desio;

amor mi mosse, che mi fa parlare.

Quando sarò dinanzi al Segnor mio,

di te mi loderò sovente a lui».

(Inf. II, vv.70-74)

Ma Dante, che tanto valore dava alla donna, poteva escludere una figura come Matilde di Canossa nella sua Divina Commedia?

È nozione comune che gli antichi commentatori siano concordi nel riconoscere nella Matelda dantesca la celebre contessa Matilde di Canossa, grande protagonista della Chiesa durante la lotta delle investiture. Ma anche nella critica letteraria contemporanea c’è chi sostiene questa stessa tesi: «Questa fu la contessa Matelda, proba, savia e vertudiosa», è la chiosa del Professor Lana all’apparizione della «donna soletta» (come si dice nel canto Pg XXVIII 37 ss.). Matelda, infatti, è protagonista degli ultimi cinque canti del Purgatorio; ma il suo nome verrà espresso soltanto in quello conclusivo.

L’ufficio di Matelda, unica abitante permanente del Paradiso Terrestre (Purg. XXVIII, 40, XXIX, 1; XXXI, 92; XXXII, 82;XXXIII, 119) è quello di immergere nelle acque del Lete, il fiume che cancella anche il ricordo del peccato, le anime che hanno completato la purificazione attraverso le cornici del Purgatorio e poi condurle a bere le acque dell’Eunoé, il fiume che ravviva la virtù. Due questioni hanno impegnato la critica dantesca intorno a questo personaggio: la sua identità storica ed il suo valore simbolico. Matelda diviene, così, «colei che conduce alla beatitudine». Se il Paradiso Terrestre rappresenta l’età dell’oro dell’umanità, Matelda è la raffigurazione della felicità, dell’umanità in armonia con il Creatore. Caratterizzata da una bellezza assoluta, sia nell’aspetto sia nei gesti, ella simboleggia la condizione umana prima del peccato originale: sarà proprio lei ad immergere Dante nelle acque dei due fiumi Lete ed Eunoè, rito indispensabile prima dell’ascesa al Paradiso.

Dante è il sommo Poeta che fra tutti i poeti ha saputo meglio cantare il ruolo della donna. A proposito delle donne scrisse Ludovico Ariosto ne L’Orlando Furioso[3]: «Son venute in eccellenza | di ciascun’arte ove hanno posto cura».

E in eccellenza venne Matilde, 900 anni or sono in queste Vostre terre.

Novecento anni esatti ci separano, infatti, dalla morte di una delle donne più influenti e potenti del Medioevo europeo, Matilde di Canossa (1046-1115), coeva della grande mistica e profetessa santa Ildegarda di Bingen (1098-1179), chiamata la «Sibilla del Reno». Proprio perché ricca di Fede e di spirito cattolico, rivestita dalla forza di Dio, ella fu in grado di domare i leoni del suo tempo.

Nel 1645 i suoi resti furono accolti nella Basilica di San Pietro a Roma, dove sono presenti altre due donne: la regina Cristina di Svezia (1626-1689) e la polacca Maria Clementina Sobieski (1702-1735, moglie di Giacomo Francesco Edoardo Stuart). Il suo sepolcro, scolpito da Lorenzo Bernini è detto «Onore e Gloria d’Italia». La Grancontessa (magna comitissa), che morì il 24 luglio 1115, visse in un periodo di continue battaglie, di intrighi e scomuniche, dimostrando una Fede eccezionale, un amore speciale per la Chiesa ed una forza straordinaria, sopportando con grande dignità dolori e umiliazioni. E fu abilissima nel governo, contrastando le politiche imperiali e sostenendo moralmente e materialmente il papato. Se all’inizio si adoperò come pacificatrice fra Papato e Impero, quando lo scontro divenne insanabile ella compì una scelta decisa a favore della profonda Riforma della Chiesa di san Gregorio VII (1020/1025-1085), andando contro persino ai suoi interessi materiali e alla parentela che la legava all’Imperatore. Così, mentre subì le conseguenze di tale scelta, elaborò un progetto teso a costituire in Italia un contraltare al dominio imperiale, che si manifestava in precise alleanze politiche e nell’adozione di simboli del potere, come il suo signum negli atti di cancelleria, che prefiguravano in lei un ruolo principesco, ben rappresentato dal poema del monaco benedettino Donizone di Canossa, dal titolo Vita Mathildis (prima biografia attendibile della Grancontessa)[4], che scrisse poco prima del 1115.

La forte e impavida Matilde è divenuta un vero e giustificato mito di Matilde di Canossa, che si sviluppò in studi, biografie, espressioni artistiche, letterarie e musicali per tutto il secondo millennio, facendo di volta in volta Matilde capostipite di illustri dinastie (Estensi, Malaspina, Guidi, Canossa di Verona) e infeudatrice di altre (Pico, Bentivoglio, Gonzaga). Ella è un perno cruciale della storia medioevale, è un vero e proprio simbolo della Chiesa militante. Tuttavia pochi libri di scuola le rendono giustizia.

«Fin da piccola conosceva la lingua dei Teutoni e sapeva anche parlare la garrula lingua dei Franchi» si legge proprio Vita Mathildis di Donizone: terzogenita di Bonifacio, signore di Canossa e marchese di Toscana, e di Beatrice di Lorena, nacque tra la seconda metà del 1045 e la prima del 1046 probabilmente a Mantova, dove Bonifacio aveva il suo palatium, ma non mancano altre città che rivendicano le sue origini.

Il padre era l’unico erede della dinastia canossiana. La madre, di stirpe regia, apparteneva ad una delle più nobili famiglie imperiali, strettamente imparentata con i duchi di Svevia, i duchi di Borgogna, gli Imperatori Enrico III ed Enrico IV (dei quali Matilde era rispettivamente nipote e cugina prima), nonché con papa Stefano IX. Quando Matilde aveva 6 anni, il padre fu ucciso durante una battuta di caccia da uno dei suoi vassalli. Mentre la Casa di Canossa cresceva di potere, scomparve l’alleato di famiglia, Papa Leone IX, parente di entrambi i genitori, fu così che l’imperatore Enrico III prese in ostaggio la piccola Matilde (i fratelli erano morti in circostanze misteriose) e sua madre, trasferendole in Germania. Quando l’Imperatore morì fecero ritorno in Italia e la madre cercò una nuova protezione risposandosi con Goffredo il Barbuto, duca della Bassa Lotaringia (poi Lorena) e fratello di Stefano IX. Fu proprio Goffredo a succedere a Bonifacio come signore della Tuscia (denominazione attribuita all’Etruria dopo la fine del dominio etrusco, invalso a partire dalla tarda antichità e per tutto l’Alto Medioevo. Il nome indicava un territorio assai vasto che comprendeva tutta l’Etruria storica, la Toscana, l’Umbria occidentale e il Lazio settentrionale). La famiglia dei Canossa, imparentata con i Sommi Pontefici e influente sugli imperatori, era in quel momento la più potente d’Europa.

Una clausola del contratto di matrimonio stabilì che il figlio naturale di Goffredo, Goffredo il Gobbo, avrebbe sposato la cugina di quarto grado, Matilde. Ebbero una bambina, che dopo pochi giorni morì (1071), mentre sua madre rischiava la vita a causa del difficile parto, ma anche per l’ira del casato di Lotaringia che la accusò di malocchio poiché non era stata in grado di offrire un erede maschio.

Fu così che Matilde, nel gennaio del 1072, decise di fuggire per rientrare a Canossa, dove l’attendeva una missione straordinaria: proteggere il Sommo Pontefice. Al fine di non sottomettersi ai voleri dell’Imperatore, il Papa decise di introdurre un sistema di elezione interna, il conclave dei cardinali, tuttora vigente. Allontanatosi così dall’Impero, il pontificato si affidò alla tutela dei Canossa, determinando la scelta degli stessi Papi e anche le loro sorti.

Fra il 1073 ed il 1074 il marito scese nella penisola italica per cercare di riconquistare la consorte offrendole possedimenti ed armate, ma la risposta di Matilde fu irremovibile. Goffredo il Gobbo nel 1076 cadde vittima di un’imboscata a Verdun, nei pressi di Anversa. Alcuni accusarono la stessa Matilde di aver armato la mano del sicario. Nello stesso anno morì anche sua madre. Matilde eredita così un dominio che andava dal Lazio al Lago di Garda, ed era strategico sia per i Pontefici, quando dovevano essere insediati a Roma, sia per gli Imperatori, quando dovevano essere incoronati. Donna di potere, controcorrente, al centro di uno scontro epocale, Matilde di Canossa diviene oggetto d’esaltazione da una parte (chiamata figlia di Pietro, ancella del Signore) e di denigrazione dall’altra (accusata di essere una meretrice). Donna di eminenti qualità, fu spiritualmente guidata da grandi uomini come il Papa san Gregorio VII, sant’Anselmo di Lucca, sant’Anselmo d’Aosta (teologo, filosofo, monaco e Arcivescovo di Canterbury) e san Bernardo degli Uberti.

Il tempo di Matilde fu assai complesso e difficile. Fu il tempo della lotta delle investiture, che contrappose il Papato e l’Impero nell’XI e XII secolo. Una lotta che consisteva nella disputa a riguardo di chi dovesse dare il titolo di Vescovo, ovvero l’investitura episcopale, ad un membro del mondo ecclesiastico. A tale investitura erano legate le regalie, ovvero i diritti pubblici o pertinenti al regno. Feroci e sanguinose furono i contrasti e le battaglie fra le due fazioni, e la Chiesa ne ebbe a soffrire drammaticamente; basti leggere un passo dell’ultima enciclica di Gregorio VII, che risale al 1084:

«Ora, miei fratelli carissimi, ascoltate con attenzione quello che vi sto per dire. Tutti coloro che portano il nome di cristiani e conoscono gli obblighi della loro fede sanno e credono che san Pietro, principe degli apostoli, è il padre di tutti i cristiani e il primo pastore dopo Cristo e che la santa Chiesa romana è madre e maestra di tutte le Chiese. Se credete questo e se non vi sfiora alcun dubbio, in nome di Dio onnipotente, io vi domando e vi ordino, quale che sia il vostro maestro, fosse anche indegno, di aiutare e di soccorrere vostro padre e vostra madre, perché possiate ottenere da loro l’assoluzione dei peccati, la benedizione e la grazia di questa vita e per l’eternità […]. Quanto a me, che io lo voglia o no, lasciando da parte ogni vergogna o affetto terreno, io annuncio il Vangelo, gridandolo e gridandolo di nuovo: io vi annuncio che la religione cristiana, la vera fede che il Figlio di Dio venuto dal cielo ci ha insegnato attraverso i nostri padri, dopo essere degenerata in modi di vista malvagi e mondani, è oggi ridotta, ahimé, a posa cosa. Privata del suo antico splendore è divenuta oggetto di derisione non solamente per il diavolo, ma anche per gli Ebri, i Saraceni ed i pagani»[5].

Proprio in quegli anni si stabilì un acceso contrasto fra Gregorio VII e l’Imperatore Enrico IV (1050 – 1106), il contendere era sulle investiture, ovvero su chi dovesse dare il titolo di Vescovo. Nel 1076 il Papa scomunicò Enrico IV e Matilde si schierò con decisione al fianco di Gregorio VII, nonostante l’Imperatore fosse suo cugino. La scomunica spinse Enrico IV a venire a patti con il Papa poiché, ormai, la Dieta dei Prinipi di Augusta e gli stessi suoi sudditi erano contro di lui, perciò decise di costringere il Papa a concedergli l’assoluzione facendo penitenza di fronte a lui a Canossa al fine di ottenere la sentenza di deposizione annullata assieme a quella di scomunica. Gregorio VII lo ricevette nel gennaio 1077 mentre era ospite di Matilde, nel castello di Canossa, mentre Matilde con l’abate Ugo di Cluny avviava trattative per la riconciliazione. La cristianità tutta stava a guardare con ansia gli accadimenti, mentre il prestigio di Matilde e l’ammirazione per lei salivano di grado. L’umiliazione dell’Imperatore fu assai pesante: per ottenere la revoca della scomunica fu costretto ad attendere davanti al portale d’ingresso del castello per tre giorni e tre notti, scalzo, con solo un saio addosso e inginocchiato con il capo cosparso di cenere. Furono giorni assai febbrili, rimasti impressi nei contemporanei e sulle carte, un avvenimento di cui ogni cronista, storico o poeta ha lasciato traccia con proprie versioni. La locuzione «andare a Canossa» diverrà simbolo dell’umiliazione di chi è costretto a ravvedersi.

Nel 1081 Enrico aprì un conflitto contro Gregorio in Italia. Il Papa era in questo momento meno potente e tredici cardinali lo abbandonarono. L’Imperatore attraversò le Alpi e in febbraio giunse alle porte di Roma: varcò le mura della Città leonina, costringendo Gregorio VII a rifugiarsi in Castel Sant’Angelo. Il 21 aprile 1083 fece il suo ingresso solenne nell’Urbe. Nei mesi successivi Gregorio convocò un sinodo di vescovi, che si concluse con una nuova scomunica. Saputo di ciò, Enrico entrò nuovamente in Roma il 21 marzo 1084, assediando il Pontefice in Castel Sant’Angelo ed insediando in San Giovanni in Laterano Guiberto di Ravenna, che prese il nome di Clemente III (24 marzo). Il 31 marzo Clemente III incoronò Enrico IV imperatore in San Pietro. Dopo alcuni mesi di assedio e di trattative infruttuose, Gregorio VII mandò a chiamare in soccorso Roberto d’Altavilla, Duca di Puglia e Calabria. Il 21 maggio successivo Altavilla entrò a Roma e mise in salvo il Papa, ma le sue truppe devastarono completamente la Città Eterna rendendosi responsabili di saccheggi e distruzioni peggiori a quelle del sacco goto del 410 e di quello lanzichenecco che avverrà nel 1527. Gran parte delle chiese vennero spogliate e distrutte; da allora tutta la popolazione di Roma si concentrò nel Campo Marzio (l’ansa del Tevere) e tutto il settore corrispondente ad Aventino, Esquilino, Celio rimase disabitato per secoli.

L’antipapa Clemente fuggì da Roma insieme all’imperatore. Gregorio fu liberato, ma Roberto d’Altavilla non volle la restituzione al pontefice dei pieni poteri, bensì costrinse Gregorio VII ad abbandonare Roma, il quale si recò in esilio a Salerno, dove morirà e dove è tuttora sepolto nella cattedrale della città. Durante il viaggio fece una tappa presso l’Abbazia di Montecassino, dove fu ospite dell’abate Desiderio. Roma era stata lasciata sguarnita: fu facile per Clemente III, che aveva atteso lo sviluppo degli eventi nella vicina Tivoli, riprendere possesso della città.

Storiograficamente parlando si è spesso sottovalutata la dimensione spirituale della lotta condotta da Gregorio VII, troppo spesso ridotta dagli storici ad un semplice movimento di reazione contro gli abusi della feudalità in materia ecclesiastica. Tuttavia non se ne potrebbe capire il senso se non nella prospettiva escatologica propria del Pontefice. La battaglia di Gregorio VII per la fondazione della supremazia papale fu strettamente connessa al suo forte appoggio all’obbligatorietà del celibato del clero e al suo attacco contro la simonia (compravendita delle cariche ecclesiastiche). La forza che si esprime nelle sue lettere, la lotta contro gli avversari, i vescovi dissidenti, gli ecclesiastici concubinari o l’Imperatore germanico, non trovano la loro spiegazione soltanto nel suo carattere passionale, poiché egli seppe, quando fu il caso, dare prova di diplomazia e di flessibilità. Papa Gregorio era animato dalla convinzione che la società del suo tempo costituisse un terreno dove i veri discepoli di Cristo dovevano ingaggiare un combattimento decisivo contro le forze del male che avevano attaccato la Chiesa. Per riformarla era necessario non solo liberarla dal giogo del potere temporale che l’opprimeva, ma anche affermare e far prevalere fattivamente il primato dello spirito. In questa sua determinante riforma ecclesiale ebbe il valido e consistente appoggio di Matilde di Canossa.

Allontanato lo spettro della fine dei tempi (il millenarismo, quando si estese in tutto il mondo Occidentale la paura per la fine del mondo), la Chiesa non poteva accontentarsi di far crescere in ogni cristiano l’uomo interiore, lasciando all’Imperatore di occuparsi di tutto il resto, ma doveva assumersi la guida della società cristiana per compiere la missione soprannaturale che le era stata affidata dal suo Fondatore, Cristo Re. Spettava innanzitutto al suo Vicario, il Papa, far riconoscere la sovranità di Cristo su tutto l’Universo, incarnandola in strutture visibili e facendo ricorso, in caso di bisogno, alla forza. In tal modo si sarebbe edificato già in terra parte di quella Gerusalemme celeste alla quale gli autori medievali hanno dato il nome di Res publica cristiana.

Di fronte alla molta corruzione morale e al rilassamento del clero, Gregorio VII giunse a dichiarare che un cattivo Vescovo, non ligio ai suoi doveri di Pastore, valeva meno di un buon laico, qualora quest’ultimo fosse stato disposto a collaborare con l’azione riformatrice della Santa Sede. Per Papa Gregorio la causa della riforma si identificava con quella della Chiesa di Roma, «guida e perno di tutte le Chiese» e con il rafforzamento dell’autorità pontificia. San Gregorio VII fu un Pontefice che comprese che la libertà male intesa porta all’indebolimento progressivo della Chiesa cattolica e al disfacimento delle verità di Fede. Proprio per tale ragione impose i riti e gli usi romani in tutta la cattolicità.

Matilde fu sua impavida collaboratrice in questo progetto di romanizzazione della Chiesa ed ebbe nel Papa una ferma guida spirituale. È interessante notare come Matilde abbia trovato anche altri validi e santi direttori spirituali.

Dopo Gregorio VII, ricordiamo il benedettino sant’Anselmo da Baggio o Anselmo II di Lucca (1035 ca.–1086), Cardinale, Vescovo, nipote di papa Alessandro II. Eletto vescovo di Lucca nel 1073 (all’epoca della lotta per le investiture), inizialmente rifiutò la nomina per non ricevere dall’imperatore Enrico IV le regalie connesse al suo ufficio, ma accettò l’elezione il 29 settembre 1074: per il suo forte sostegno al movimento riformatore della Chiesa, nel 1081 venne esiliato dall’imperatore e si ritirò come monaco nell’abbazia di San Benedetto in Polirone, sotto la protezione di Matilde di Canossa; in seguito fu reintegrato nel suo ufficio da papa Gregorio VII. I papi Vittore III e Urbano II lo scelsero poi come legato pontificio in Lombardia e Anselmo fissò la sua residenza a Mantova (sempre sotto la protezione di Matilde) e si dedicò al radicamento dei principi della riforma gregoriana, impegnandosi a contrastare l’antipapa Clemente III. Morì a Mantova il 18 marzo 1086: la contessa Matilde, a furor di popolo, ordinò che venisse sepolto sotto l’altare maggiore della cattedrale cittadina.

Il suo corpo, esumato alcuni secoli dopo, fu trovato integro, e tale rimane ancora oggi. Ogni anno nella ricorrenza della morte, viene tolta la copertura esterna dell’altare ed il corpo del santo è reso visibile.

Altro confessore e consigliere spirituale di Matilde fu sant’Anselmo d’Aosta, noto anche come Anselmo di Canterbury (1033/1034–1109). Fu teologo, filosofo, monaco e arcivescovo, considerato tra i massimi esponenti del pensiero medievale della cristianità.

Nato da una nobile famiglia di Aosta, se ne allontanò poco più che ventenne per seguire la vocazione religiosa; divenne monaco nell’abbazia di Notre-Dame du Bec e, grazie alle sue qualità di uomo di fede e fine intellettuale ne divenne presto priore, e quindi abate. Si rivelò un abile amministratore e, avendo intrattenuto alcune relazioni con il regno d’Inghilterra, all’età di 60 anni ricevette l’importante carica di arcivescovo di Canterbury. Negli anni successivi, dapprima sotto il regno di Guglielmo II, quindi di Enrico I, ricoprì un ruolo rilevante nella lotta per le investiture che vedeva contrapposti i sovrani d’Inghilterra e il papato. Grazie al suo lavoro politico e diplomatico, svolto in accordo con il programma riformista gregoriano e finalizzato a garantire alla Chiesa l’autonomia dal potere politico.

Anselmo venne canonizzato nel 1163e dichiarato dottore della Chiesa nel 1720 da papa Clemente XI (1649–1721).

Infine ricordiamo un altro confessore di Matilde, che ebbe grande ascendente su di lei, san Bernardo degli Uberti. Era figlio di Bruno e Ligarda (probabilmente parente del Cardinale Pietro Aldobrandini), una delle più illustri famiglie fiorentine dell’epoca, quella degli Uberti.

Rimase presto orfano di padre e si ritrovò erede del cospicuo patrimonio di famiglia, ma preferì rinunciarvi: decise infatti di abbracciare la vita religiosa, ma la sua decisione avvenne nel momento di enorme tensione fra papato ed Impero per la lotta per le investiture, fra la morte in esilio di papa Gregorio VII (1085) e il concordato di Worms (1122). Nel 1085 si fece monaco, entrando nell’abbazia di San Salvi della congregazione vallombrosana dell’Ordine di San Benedetto, uno dei più attivi al grande moto di riforma monastica ed ecclesiastica voluto da Gregorio VII: nel 1089 venne eletto abate di San Salvi, poi abate generale della congregazione (1099), distinguendosi sempre per la sua fedeltà alla sede apostolica.

Papa Urbano II lo creò Cardinale nel 1099 ed il suo successore, Pasquale II, lo nominò legato pontificio per l’Alta Italia. L’incarico era assai difficile: la maggioranza delle autorità civili e religiose di quelle regioni, infatti, riconosceva la legittimità dell’antipapa Clemente III, sostenuto dall’Imperatore Enrico IV. Facevano eccezione la gran contessa Matilde di Canossa ed il monastero di San Benedetto di Polirone. Essendo vacante la sede episcopale parmense, in occasione della festa dell’Assunta (titolare della cattedrale) del 1104, Bernardo si offrì di celebrare gli offici in quella città, che diede i natali ai vescovi Cadalo e Guiberto (rispettivamente antipapi con i nomi di Onorio II e Clemente III) ed il cui clero era sempre stato ostile alla riforma gregoriana. Ebbene, nell’omelia san Bernardo attaccò l’Imperatore e le sue parole suscitarono l’ira delle autorità cittadine che insorsero ed imprigionarono il Cardinale, che venne liberato solo grazie alle pressioni di Matilde di Canossa.

Due anni dopo una delegazione di cittadini parmigiani si recò dal Pontefice richiedendogli la nomina a vescovo di Bernardo: Pasquale II si recò a Parma nel novembre del 1106 per riconsacrare la cattedrale ed ordinare Vescovo proprio Bernardo, e concesse anche a tutta la diocesi il privilegio dell’immediata soggezione alla Santa Sede.

Negli anni successivi, il Cardinale si fece anche mediatore tra il Papa ed il nuovo Imperatore, Enrico V (il quale rimarrà privo dell’appoggio dei vescovi e della nobiltà di Germania), che stava seguendo la politica di intransigenza del suo predecessore nella nomina dei vescovi: rifiutò comunque il suo appoggio all’antipapa Gregorio VIII, insediato dall’imperatore. Probabilmente Bernardo degli Uberti prese parte agli incontri che portarono nel 1122 al concordato di Worms con il nuovo Pontefice, Gelasio II.

Ma facciamo un passo indietro. Siamo nel 1079 e in quell’anno Matilde donò al Papa tutti i suoi domini, in aperta sfida con l’Imperatore, visti i diritti che il sovrano vantava su di essi, sia come signore feudale, sia come parente prossimo. Tuttavia arrivò presto la vendetta di Enrico IV che per due volte ancora calò in Italia. Nel 1080 convocò un Concilio a Bressanone in cui fece deporre il Papa, decretando Matilde deposta e bandita dall’Impero. Il 15 ottobre dello stesso anno, nei pressi di Volta Mantovana, le milizie dei vescovi-conti, fedeli all’Imperatore, sconfissero le truppe a difesa del Papa e comandate dalla gran contessa di Canossa, rea di avere donato nel 1079 tutti i suoi beni alla Chiesa e decisa a cacciare da Ravenna l’antipapa Clemente III. «Ad delendam Mathildem», scrisse il Vescovo Benzone: per Enrico IV, infatti, Matilde doveva essere distrutta. Ma lei non si rassegnò e resistette, mentre Gregorio VII era costretto all’esilio. Il 2 luglio 1084 riuscì a sbaragliare l’esercito imperiale nella famosa battaglia di Sorbara, presso Modena.

Nel 1088, pronta a tutto per la santa causa, fronteggiò abilmente la seconda discesa di Enrico IV: in accordo con Papa Urbano II, Matilde, che aveva all’epoca 43 anni sposò il Duca diciannovenne Guelfo V, erede della corona ducale di Baviera, rampollo della stirpe più avversa a Enrico IV in Germania. Le inconsumate nozze si risolsero in una rapida separazione. Due anni dopo Enrico IV per la terza volta ed ultima volta scese in terra italica, fermamente deciso a vincere sulla Chiesa. Ma davanti a lui c’era ancora lei, Matilde di Canossa. La battaglia si accentrò presso Mantova. Dapprima la grancontessa, esentando di alcune tasse gli abitanti si assicurò la fedeltà, ma in un secondo tempo essi cambiarono fronte (il celebre «tradimento del giovedì santo») in cambio di alcuni diritti concessi loro dall’Imperatore. Allora Matilde si arroccò nel 1092 sull’Appennino reggiano nei suoi castelli più fortificati: una rete di manieri, rocche e borghi inespugnabili, situati nella Val d’Enza, che costituivano un complesso sistema poligonale di difesa.

Dopo sanguinose battaglie, il potente esercito imperiale venne preso in una morsa, distrutto dalla vassalleria matildica dei piccoli feudatari fedeli a Matilde. La conoscenza perfetta dei luoghi, la velocità delle informazioni e degli spostamenti, la presa delle posizioni strategiche in tutti i luoghi elevati della Val d’Enza, furono determinanti per la vittoria. Le cronache riportano che la stessa Matilde partecipò agli scontri galvanizzando gli alleati. Enrico IV e il suo potente esercito si trovarono di fronte a scoscesi sentieri, calanchi, luoghi impervi protetti da rocche turrite, da casetorri elevate dalle quali gli abitanti scaricavano di tutto: dardi, lance, frecce, olio bollente, giavellotti, massi, picche infuocate…

Oltre alla plateale sconfitta, un’altra e pesante umiliazione subì Enrico IV: il suo primogenito Corrado si ribellò al padre e si rifugiò presso Matilde e a lei ricorse anche la sua seconda moglie, la regina Prassede. Corrado di Lorena, sostenuto dal Papa, da Matilde e da una lega di città lombarde venne incoronato Re d’Italia. L’imperatore Enrico V di Franconia (terzogenito di Enrico IV), che succedette al fratello Corrado, nominò Matilde Regina d’Italia e Vicaria Imperiale. Colei che aveva contribuito in maniera determinante a salvare il papato e a difendere la Chiesa dal nemico, ora poteva, con maggior tranquillità e serenità, continuare ad elargire donazioni a chiese, monasteri e abbazie.

Alla fine di ottobre del 1114 Matilde si stabilì alla corte rurale di Bondeno di Roncore, presso Gonzaga e lì ricevette, durante il Natale, la visita di Ponzio, abate di Cluny. Morirà a Bondeno di Roncore il 24 luglio 1115 e sarà sepolta, come ella desiderava, nella chiesa abbaziale di San Benedetto Polirone, dove il suo corpo rimase sino al 1632, quando fu venduto dall’abate Andreasi a papa Urbano VIII e da questo trasferito a Roma, in un sontuoso monumento in San Pietro, opera di Gian Lorenzo Bernini.

«Oggetto di opposti giudizi», scrive il Professor Paolo Golinelli, «una serena valutazione di Matilde non può che evidenziare insieme con la forte personalità, in grado di reggere un potere vasto nella lotta in atto, l’importante ruolo da lei svolto in un momento cruciale della storia europea»[6]. Se all’inizio si adoperò come pacificatrice tra Papato e Impero, per quella concordia che era stata alla base del successo della sua dinastia, quando lo scontro divenne insanabile Matilde compì una scelta ponderata, una scelta di Fede e una scelta decisiva per le sorti dello stesso Papato, schierandosi a fianco di San Gregorio VII e della sua Riforma, una scelta che andò contro i suoi stessi interessi materiali e gli stessi doveri del suo grado. Così, mentre subiva le conseguenze di tale scelta, elaborava un progetto teso a costituire in Italia un contraltare al dominio imperiale.

Matilde fu fino alla fine coerente con la sua Fede e i suoi doveri di stato. Quando il peggio era passato e il Papato aveva riottenuto la sua autorità legittima, alla fine della sua vita emerge la donna che rientra nei ranghi feudali, riconoscendo Enrico V ed essendo da lui reintegrata nei suoi poteri delegati, libera di dedicarsi da una parte alla riaffermazione del suo dominio e dall’altra al sostegno non più della Chiesa in generale, in qualità di paladina indefettibile, ma delle chiese locali e dei monasteri che a lei si affidarono.

Tra le doti che Donizone assegna a Matilde vi è l’amore per i libri: ella è famosa per l’evangeliario donato all’abate di Polirone Guglielmo nel 1096, finito alla Morgan Library di New York, come per il libro delle preghiere che scrisse per lei Anselmo d’Aosta, vescovo di Canterbury, quando, esiliato, si rifugiò presso di lei. Una bellissima miniatura illustra il dono di Anselmo, così come la miniatura del dono del libro (la stessa che abbiamo preso a simbolo di questa mostra) apre il codice di Donizone, il volume Vita Mathldis, un vero e proprio best seller che ancora si pubblica e ancora si legge nell’originale latino e nelle diverse traduzioni succedutesi nel tempo, tre delle quali tuttora in commercio.

Terminiamo proprio con una testimonianza del primo biografo. Il monaco Donizone narrò così la sua reazione alla notizia della morte di Matilde di Canossa:

«L’uomo pensa e propone, ma è Dio che al meglio dispone.

Ho da poco composto un poema in due libri,

che volevo inviare io stesso a Matilde,

perché tratta il primo degli avi di lei,

e il secondo è scritto in sua lode.

Evitai frivolezze, riportai solo ciò che provai esser vero.

Ora mentre in letizia di cuore li rilegavo,

giunse un messo con la notizia per me sconvolgente:

la contessa Matilde è morta.

Mi vennero meno improvvisamente le forze,

il dolce torpore del sonno salì alle palpebre,

un brivido corse lungo tutto il mio corpo,

dalle mani mi cadde il codice a cui lavoravo»[7].

 

[1] Gregorio di Nazianzo, Lettera metrica ad Olimpia.

[2] Poeti del «Dolce stil novo»: Guido Guinizzelli (bolognese), considerato il precursore del movimento, Dante Alighieri, Guido Cavalcanti, Lapo Gianni, Gianni Alfani, Cino de’ Sigilbuldi da Pistoia e Dino Frescobaldi. Di questi Dante e Cavalcanti hanno dato il maggior contributo, mentre Cino da Pistoia svolse l’importante ruolo di mediatore tra lo Stil Novo ed il primo Umanesimo, tanto che nelle sue poesie si notano i primi tratti dell’antropocentrismo.

[3] Canto XX, ottava 2.

[4] Donizone, Vita di Matilde di Canossa, Introduzione di V. Fumagalli, Traduzione e note di P. Golinelli, Jaca Book, Milano 1987.

[5] Ed. Jaffè-Wattenbach, Re gesta Pontificum Romanorum, 5271.

[6] http://www.treccani.it/enciclopedia/matilde-di-canossa_(Dizionario-Biografico)/

[7] Così Donizone, nella sua Vita di Matilde di Canossa o Acta Comitissae Mathildis, che, in verità, egli aveva più opportunamente intitolato I Principi di Canossa, in quanto il suo poema tratta la storia della famiglia. In: http://digilander.libero.it/biblionogara/matildedicanossa.htm

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