Luigi Gramegna. Il "Dumas subalpino"

Nessuno conosce meglio Torino antica come Luigi Gramegna, quella Torino non soltanto di Casa Savoia, ma del suo popolo, strettamente saldato ai duchi prima e ai reali dopo, un sodalizio così forte da non avere paragoni nelle altre corti europee.

Gramegna è un autore unico nel suo genere in quanto, con i suoi romanzi storici, non è riconducibile né ad Alessandro Manzoni, né a Walter Scott, né al feuilleton storico-avventuroso francese, seppure abbia qualcosa di tutto ciò, egli aggiunge un suo ingrediente peculiare: l’ironia. Egli è stato definito il «Dumas subalpino», ma un Dumas arguto e brillante.

Luigi Einaudi sosteneva l’utilità di far leggere agli studenti i romanzi di Luigi Gramegna, poiché attraverso la sua narrativa era possibile conoscere la storia del Regno di Sardegna.

LA PASSIONE PER LA STORIA

Nacque, primogenito di quattro figli, il 3 ottobre 1846 a Borgolavezzaro, nel Novarese, da Gaudenzio Gramegna e Giovanna Carboni. Gaudenzio esercitava la professione medica a Crova, nel Vercellese, ma fu chiamato a Torino per trovare un rimedio contro la pellagra, malattia causata da malnutrizione, a quei tempi particolarmente diffusa nell’Italia del Nord; fu così che il padre fece entrare Luigi  quindicenne all’Accademia militare. Frequentò anche la facoltà di Scienze e partecipò alla guerra del 1866, proseguendo la carriera militare fino a raggiungere il grado di colonnello.

Dimessosi dall’esercito poco prima del matrimonio con Giovanna Guerci, nipote del generale Colli, scoprì la vocazione di scrittore, dopo essersi appassionato alle ricerche storiche. Sentì perciò l’esigenza di trasmettere una storia sabauda che, forse, temeva andasse perduta. Compose allora, gradualmente e metodicamente, un mosaico, il cui disegno era ben definito, anche se i singoli elementi potevano apparire, ad ogni uscita dei suoi romanzi, staccati e autonomi.

L’OPERA

La serie dei 18 romanzi copre un arco di tempo di 400 anni, dalla ribellione di Filippo Senzaterra (La strega, 1462-1463) al compimento di Roma capitale (Fides, 1870). Per 30 anni si dedicò completamente alla letteratura storica. Schivo, umile e laborioso, amava stare ritirato e scrivere. Intanto ebbe un suo pubblico molto fedele. Militare di vecchio stampo, nutriva una predilezione per Emanuele Filiberto. Adorava i bizzarri e borbottoni borghesi, nonché i loquaci popolani. Romanzi ingenui? Meglio affermare genuini, dove si assapora l’appartenenza di un popolo ad una famiglia regale.

«È indubbiamente al Dumas dei Tre Moschettieri che Gramegna fa pensare», scrisse di lui il giornalista Gigi Michelotti, «Ma questo non perché egli segua il romanziere francese nelle sue fervide immaginazioni e nel modo con cui prendeva confidenza con la storia, con i fatti e gli uomini che essa ricorda come se la inventasse e della invenzione gioisse: non inventa Gramegna, come Dumas, e come Dumas non scrive delle storie per far credere storicamente esatte le sue invenzioni, ma presenta i fatti e le persone con comprensione, con sorridente benignità, se pur pare che ci ironizzi su».

Così, fra complesse ed importanti vicende storiche, emergono personaggi di fantasia, che vengono ad assumere ruoli di primo piano, presentati con tinte vivaci, con bonaria compiacenza e con temperamenti spesso originali, che li rendono simpatici e familiari.

ALTARE E CORONA

Gramegna fu un militare, fu un monarchico e scrisse per poter manifestare pubblicamente la sua fedeltà all’istituzione regale, lasciando una esaustiva traccia della secolare e ininterrotta empatia fra Savoia e popolo e «come questa concordia», dichiarò, «e quest’amore abbian potuto mantenersi per tanti secoli tra un popolo, che sempre visse di tasse e di guerre più che di pane, ed una dinastia, che sempre governò in nome del diritto divino», scandendo le giornate con la Santa Messa, il Santo Rosario, i vespri, le processioni, le Quarantore, le quaresime… una vera e propria Societas Christiana si formò, all’ombra della Santa Sindone, dove sovrani e sudditi condividevano, innanzitutto, la Fede e da essa i Savoia attinsero, per diverse generazioni, la forza per contrastare nemici e avversità.

Il retaggio di un tale sodalizio fu così forte che, nonostante i tradimenti alla Chiesa perpetrata da Vittorio Emanuele II con le forze liberali e massoniche e nonostante la tragedia della seconda Guerra mondiale e ciò che ne conseguì, gli italiani rimasero legati alla monarchia e dovettero intervenire i brogli elettorali guidati da Palmiro Togliatti, e quindi la sottrazione di 2 milioni di voti, nonché la cancellazione dai libri di scuola della dinastia Savoia per poter dare “lustro” alla Repubblica italiana, sgomberando così dalla cultura storica una dinastia scomoda e legata a doppio nodo alla Chiesa e l’obiettivo venne condotto in porto: seppellire la memoria sabauda e con essa l’istituzione monarchica per proseguire la demolizione, dalla Rivoluzione Francese in poi, dell’ordine costituito, e l’Ancien Régime venne spodestato da un Nouvel Régime anticristiano. E l’Italia, che aveva avuto un bagliore di riuscita unità italiana dai connotanti spiccatamente controrivoluzionari, grazie al matrimonio della Principessa Maria Cristina di Savoia (beatificata nel 2014), figlia del pio Vittorio Emanuele I, con Re Ferdinando II di Borbone, si ritroverà repubblicana grazie a quei processi liberali e anticattolici che da decenni operavano al fine di scardinare la secolare unione fra trono e altare.

AFFETTO ALLA TERRA

Il progetto della serie di romanzi storici di Luigi Gramegna prese le mosse dopo la pubblicazione del suo Sabaudia docet. Egli scrisse non certo per vanagloria (proverbiale, infatti, la sua modestia), ma per tributo d’affetto alla sua terra. Dame galanti e matrone severe, frivole cercatrici di ventura ed oneste donne del popolo, cavalieri, artigiani, commercianti, valletti, duchi, re e plebei sono tutti ritratti con grande abilità teatrale. L’imparzialità nel trattare di teste coronate o di sempliciotti è caratteristica del sabaudo sentire politico, militare e sociale. Non a caso, infatti, nei palazzi di Torino, aristocratici e popolo vivevano insieme: i primi ai piani nobili (secondo piano), gli altri variamente distribuiti, e nelle soffitte prendevano dimora i poveri. Gramegna ha saputo ricordare e trasmettere questo modo di essere ed oggi è ancora in grado, con il suo spigliato narrare, di penetrare pensieri e sentimenti di un oste o di uno spazzacamino dell’antichità.

Se Emilio Salgari donò iperboliche avventure ambientate in paesi lontani, Luigi Gramegna, che morì a Torino il 29 marzo 1928, consegnò ai posteri la vita quotidiana della sua terra. Amato dal pubblico e trascurato dalla critica, egli resta narratore convincente per contenuti e brillantezza di stile, offrendo la nostra storia, rigorosamente documentata, con una prosa piacevolissima fatta di aneddoti, notizie curiose, fatti che riconducono ad usi e costumi del passato. E di fronte ad un mondo che andava cambiando, Gramegna fece dire a don Fiorenzo in Fides: «Per me v’è una sola fede: la fede in Dio. Dio è lavoro, è ordine, è giustizia, è…».

Il Castello di Rouvres (1476), La Sibilla del Re (1494-1495), Il tesoriere del Duca (1536), Monsù Pingon (1574), La speciaria di Sant’Eusebio (Assedio di Torino del 1640), Bastian Contrario (1665-1672), I Dragoni Azzurri (Assedio di Torino del 1706)… sono alcuni dei titoli che la Casa Editrice Viglongo continua, tuttora, a pubblicare per una memoria che non può essere perduta, nonostante la contemporanea cultura di regime prediliga osannare un Andrea Camilleri, che storia non tramanda, ma si iscrisse al Partito comunista italiano. E questo basta per divenire celebri.

Cristina Siccardi

Fonte: Radici Cristiane, maggio 2016

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