«Quest’utilità e quel divino godimento che la solitudine e il silenzio del deserto apportano a coloro che li amano, li conoscono solo coloro che ne hanno fatto esperienza. Là, infatti, gli uomini forti possono raccogliersi e nutrirsi gioiosamente dei frutti del Paradiso»: così scrisse san Bruno, fondatore dei Certosini, all’amico Raul il Verde. Di origini tedesche, san Bruno fuggì cariche ed onori, per trovare la pace dell’anima in località Torre, l’attuale Serra San Bruno, dove fondò l’eremo di Santa Maria. Un modello, da seguire anche oggi.
Riserbo, moderazione e grande discrezione, san Bruno, il fondatore dei Certosini, ha sempre ricercato una sola cosa: la conoscenza di Dio nella solitudine. Egli è stato l’iniziatore di un genere di vita nuovo ed affascinante, a metà strada fra l’eremitismo ed il convento.
Intellettuale, originario della Germania renana dell’XI secolo, avrebbe potuto fare una brillante carriera ecclesiastica, ma Bruno sognava ben altro, la contemplazione.
Nacque a Colonia sul Reno verso il 1030, durante il regno dell’imperatore Corrado II il Salico (990 ca.-1039). La cronaca Magister, la sola fonte biografica (prima metà del XII secolo), offre scarse notizie sulla sua famiglia e la sua giovinezza, precisando solo che i genitori non erano di modeste condizioni. La città di Colonia conosceva a quell’epoca una forte prosperità economica. Situata al centro dell’Europa nascente, era luogo di un travaglio culturale e religioso particolarmente fecondo. Proprio qui Bruno studiò a San Cuniberto, collegiata situata a monte del fiume, di cui fu nominato più tardi canonico. Intorno all’anno 1044 andò a Reims per continuare gli studi: arricchita di una bella biblioteca, la scuola cattedrale gli diede ottime opportunità. Proprio a Reims, in occasione del Concilio del 1049, assistette alla genesi della riforma della Chiesa, un movimento di recupero morale dei chierici, perseguito con grande determinazione da papa Gregorio VII (1020 ca.-1085).
Bruno diventa testimone del primo tentativo di lotta contro due piaghe della Chiesa: il nicolaismo e la simonia, ovvero il matrimonio sacerdotale e il commercio delle cariche ecclesiastiche. Molto probabilmente è in questo contesto che matura i primi segni di una più forte esigenza di vita religiosa, di un’aspirazione alla perfezione cristiana. Studia seriamente teologia in questa scuola cattedrale, dove spicca il celebre maestro Incmaro (806-882). I suoi ottimi risultati portano le autorità ecclesiastiche a nominarlo direttore degli studi, un’attività che gli dà un’enorme reputazione, che manterrà per tutta la vita.
«Discepolo della vera fede», «Dottore dei dottori», «perla di saggezza» sono alcuni dei 177 titoli funebri compilati dai suoi vecchi studenti dopo la morte del santo, come testimonianza di ammirazione e di lode.
Uomo colto e intellettuale di grande spessore – tanto che la posterità gli ha riconosciuto, senza che vi sia solida certezza, la paternità di due commentari, sui Salmi e sulle Lettere di San Paolo – san Bruno è stato testimone di una Chiesa in rinascita.
Fra il 1074 e il 1076 l’arcivescovo di Reims, Manasse de Gournay (in carica dal 1069 al 1080), lo nomina cancelliere della diocesi. Ma la figura del vescovo è torbida: è sospettato di aver mercanteggiato la propria elezione e il suo atteggiamento, lungo il tempo, darà prova della sua malafede. Lo stesso san Bruno lo accusa di simonia ed è costretto a lasciare i suoi incarichi nella scuola e nella cancelleria.
Il 27 dicembre 1080 Gregorio VII ordinò al clero di Reims di cacciare Manasse e di eleggere rapidamente un nuovo pastore. In quella dolorosa controversia, il fondatore dei Certosini aveva scelto l’ordine e la disciplina: di fronte alla tentazione simoniaca, di fronte a Manasse, uomo del passato, il santo incarnò valori di probità e di fedeltà alle esigenze della fede, segni manifesti di un rinnovamento spirituale che stava per inondare l’Europa. Il suo atteggiamento apparve così esemplare, che il capitolo di Reims gli propose la successione alla carica episcopale, ma rifiutò. Ed è proprio in questo contesto di rumore, dentro e fuori l’anima, che decide di cambiare il senso della propria esistenza.
Più tardi, in una lettera indirizzata all’amico prevosto Raul il Verde, rimasto nel mondo, evocherà quei momenti in cui la questione di una scelta per una vita differente, interamente consacrata a Dio, gli si era proposta con intensità: «Il tuo affetto si ricorda di quel giorno in cui ci trovammo insieme, tu, Folco il Guercio ed io, nel piccolo giardino attiguo alla casa di Adam dove allora ero ospitato. Abbiamo parlato per un po’ di tempo, credo, delle false seduzioni e delle ricchezze periture di questo mondo e delle gioie eterne. Allora, fervendo d’amore divino, noi abbiamo promesso, fatto voto, e deciso di abbandonare in futuro le fuggitive ombre del secolo per metterci alla ricerca dei beni eterni e ricevere l’abito monastico».
All’inizio del 1084 decide, dunque, di abbandonare tutti i suoi beni per una vita di solitudine e di povertà. Con due compagni, Pietro e Lamberto, si dirige verso i confini della Champagne e della Borgogna, arrivando nelle vicinanze di Troyes, in un luogo chiamato Sèche-Fontaine, a pochi chilometri dall’abbazia di Molesme, diretta da san Roberto (1024 ca.- 1111). Là i tre compagni iniziano una vita eremitica, interrotta dal desiderio di Pietro e Lamberto di seguire uno stile più conforme ai costumi cenobitici. Bruno progetta una vita strutturata sul modello dei Padri del deserto e, suo malgrado, vede circondarsi di più discepoli, attirati dalla sua fama di santità, perciò decide di partire, dirigendosi verso sud, accompagnato da quattro chierici e due conversi.
Nel mese di giugno del 1084 arrivò a Grenoble, diocesi diretta dal vescovo Ugo (dal 1080 al 1132), personalità attratta dalla vita nel deserto e che un tempo era stato monaco a La Chaise-Dieu. Ugo, che divenne il protettore dei Certosini, condusse Bruno in un luogo chiamato Casalibus, nel cuore del massiccio della Chartreuse, ad una ventina di chilometri da Grenoble. Non poteva essere sito migliore per questi uomini in cerca di silenzio: situato in una valle profonda e difficilmente accessibile, continua tuttora a destare meraviglia e stupore per la forza e la bellezza che esprime. L’aspetto naturale non è certo trascurabile nella spiritualità certosina… lo sforzo costante verso l’ascesa e la solitudine che le dà volto trovarono il loro ambiente ideale. In questo paesaggio, dagli inverni lunghi e rigidi, Bruno e i suoi confratelli costruirono un piccolo eremo formato da celle riunite intorno ad un chiostro, una struttura architettonica in parte comparabile alle laure della Palestina. Così, in questa zona montana e boschiva, a 1175 metri di altitudine, i lavori di costruzione iniziarono subito e proseguirono rapidamente. La chiesa era l’unico edificio in pietra: condizione indispensabile per la sua consacrazione, che avvenne il 2 settembre 1085 per mano del vescovo Ugo e sotto il patrocinio della Madonna e di san Giovanni Battista.
Tuttavia, sei anni dopo, Urbano II (1040 ca. – 1099), già suo alunno alla scuola di Reims, lo convocò a Roma, al servizio della Santa Sede. Ma l’anima di Bruno, ormai abituata alla preghiera solitaria e al colloquio continuo con il Signore, non si trovò a suo agio nell’ambiente della corte pontificia, ancor meno nelle distrazioni dei suoi tanti compiti. Quando Urbano II fuggì da Roma, in seguito all’invasione dei territori pontifici da parte dell’imperatore tedesco Enrico IV (1050-1106) ed alla elezione dell’antipapa Clemente III (1025/1029-1100), Bruno si trasferì con la corte papale nell’Italia meridionale. Su proposta di Urbano i canonici di Reggio Calabria lo elessero arcivescovo, ma egli declinò per amore della sua vocazione contemplativa e con il desiderio di ritrovare al più presto la solitudine, che ottenne negli Stati normanni, conquistati dal conte Ruggero I d’Altavilla (1031 ca.-1101). Proprio il conte gli offrì un territorio nella località chiamata Torre, l’attuale Serra San Bruno, a 790 metri di altitudine. In questo territorio, fertile e piacevole, del quale il santo monaco si compiacque, fondò l’eremo di Santa Maria e a circa 2 chilometri più a valle, dove sorge l’attuale Certosa, eresse il monastero di Santo Stefano per i fratelli conversi.
Riprese lo stile di vita della Chartreuse ed ebbe la gioia di incontrare Lanuino, il suo successore nel governo della comunità francese, che per andargli a far visita intraprese un lungo e faticoso viaggio. San Bruno, dopo dieci anni vissuti a Santa Maria, morì il 6 ottobre 1101.
Lascia scritto in una lettera indirizzata a Raul il Verde, un amico rimasto al secolo e di cui sollecitava ardentemente la conversione:
«Quest’utilità e quel divino godimento che la solitudine e il silenzio del deserto apportano a coloro che li amano, li conoscono solo coloro che ne hanno fatto esperienza. Là, infatti, gli uomini forti possono raccogliersi quanto desiderano, possono rimanere in se stessi, possono coltivare i germogli delle virtù, e nutrirsi gioiosamente dei frutti del Paradiso. Là ci si sforza di acquisire quel modo di vedere il cui chiaro sguardo ferisce amorevolmente il divino sposo e la cui purezza concede di vedere Dio. Là ci si dedica ad una libertà ben impiegata e ci si immobilizza in un’azione tranquilla. Là Dio dona ai suoi atleti, per la fatica del combattimento, la ricompensa desiderata: una pace che il mondo ignora e la gioia nello Spirito Santo. […] I figli della contemplazione sono più rari […] che i figli dell’azione; tuttavia Giuseppe e Beniamino sono cari al loro padre più dei loro fratelli. Simile è questa parte migliore, che Maria ha scelto e che non sarà tolta».
Lo spazio conventuale della Grande Chartreuse, allora come oggi, è rigorosamente e gerarchicamente definito: dall’insieme degli edifici del monastero si staccano la chiesa, anello di congiunzione tra Cielo e terra, e la torre dell’orologio, il cui suono scandisce la vita liturgica dei monaci che abbracciano il grande silenzio per entrare nell’eternità di Dio.
