“Macchine sacre” e processioni digitali: la nuova religione avanza

 

 

Anche le religioni si sottomettono alla robotica e all’intelligenza artificiale, che poi non è intelligenza, bensì un acceleratore di calcolo, che nel linguaggio informatico va sotto l’espressione «stochastic parrot», ovvero «pappagallo stocastico», in quanto questi sistemi non elaborano pensieri e concetti, ma generano risposte assemblando parole basandosi su calcoli probabilistici e schemi statistici appresi dai dati che gli uomini hanno inserito con la loro intelligenza.

La robotica-pappagallo è già entrata nel buddismo, in particolare in Corea del Sud e Giappone, dove i templi stanno introducendo i monaci-robot per assistere nei rituali, rispondere alle domande e rilanciare l’interesse per il buddismo nel Paese. Si chiama Gabi l’androide che il 6 maggio scorso è stato “ordinato” monaco a Seul, durante una cerimonia di recitazione dei mantra, dall’ordine Jogye, il più grande movimento buddista della Corea del Sud. Mentre Buddharoid è stato realizzato in Giappone: è un monaco-robot, progettato per offrire una guida spirituale, discutere i grandi quesiti esistenziali; mentre Xianer è un piccolo monaco-robot impiegato in Cina, in grado di cantare inni buddisti e rispondere a interattive questioni di religione.

Un gioco, una presa in giro, una pagliacciata o una pazzia degli umani?

Alcuni provano a utilizzare questi pappagalli anche in ambito cattolico. È successo l’8 luglio scorso a Bosco, frazione di San Giovanni a Piro, in provincia di Salerno, durante il festival MicroCosmi, dove è andata in scena la «Machina Sacra», progetto del musicista Max Magaldi e di Matteo Mandelli. Si tratta della prima processione digitale realizzata in Italia: il “rito” si è aperto con un’incisione sull’immagine del display, “alla ricerca della luce”; poi un QR code ha collegato all’opera i telefoni dei partecipanti e un sistema di «pappagallo stocastico» li ha coordinati in una litania di suoni e voci sintetiche, con gli schermi nel ruolo dei “lumini”. Questa “genialata”, chiamata “opera”, è stata collocata nella Cappella del Carmine di Bosco, per rimanere fino al 12 luglio.

Chi guarda questa processione virtuale vive la processione per quello che è nel reale? Assolutamente no: è una fantasia digitalizzata, è un non essere per l’anima. Tuttavia, il quotidiano “Avvenire” dell’11 luglio, dal titolo Machina Sacra, cosa ci insegna la prima “processione digitale” guidata dall’IA?, afferma che è un’iniziativa istruttiva, perché la «tecnologia è entrata nella comunità dopo un ascolto reciproco: un piccolo esercizio di alleanza educativa sul campo». Prima dell’impresa, «gli artisti hanno abitato Casa Ortega (la casa del pittore spagnolo José Ortega, esule antifranchista nel borgo) e l’hanno aperta al confronto con il paese (parrocchia e Pro Loco comprese), per ragionare sul senso dell’opera e sul legame tra tecnica e spiritualità», tutto questo, dice ancora “Avvenire” è sulla stessa linea dell’enciclica Magnifica Humanitas di papa Leone XIV, che invita famiglie, scuole, comunità cristiane e istituzioni pubbliche a «un patto rinnovato».

Ci sono strumenti e metodi che non possono essere messi al servizio della spiritualità, altrimenti è l’annientamento della spiritualità stessa e del Credo religioso. Occorre ristabilire ordine mentale, perché il liberalismo e il relativismo, mischiato al progressismo, scientismo e tecnologismo hanno dato alla testa.

Utilizzare strumenti che depistano la devozione normale-tradizionale significa svuotare, in questo caso, il significato di processione. Qui, invece, siamo di fronte ad una devozione altra, ovvero una devozione profana e fobica all’ IA, dove i protagonisti sono gli “artisti” di questo prodotto chiamato «Machina Sacra», che al posto delle effigi religiose c’è uno schermo e i “fedeli” hanno in mano non candele, ma smartphone illuminati, come accade ai concerti.

Ancora una volta è la comunità – come accade anche nelle maggior parte delle celebrazioni eucaristiche, che non sono più Sante Messe in cui si celebra il Sacrificio di Gesù Cristo sull’Altare, ma riti dove è la collettività la protagonista – al centro dell’attenzione di questi “artisti”, né Cristo, né la Madonna, né i Santi.

Prendono i termini e li declinano a loro uso e consumo, dando significati soggettivi e antropocentrici, che non hanno nulla da spartire con il soprannaturale e la sacralità cattolica.

La verità, allora, va ricordata, altrimenti i trucchi mefistofelici la fanno scordare.

Nella devozione cattolica, la processione è un solenne corteo religioso di clero e fedeli che cammina in modo ordinato recitando preghiere, rosari, salmi, litanie e intonando canti, a seconda delle circostanze. Non si tratta di una parata, ma di un culto pubblico, di una testimonianza di fede al mondo, fuori dalle chiese e dalle case, al fine di dare Gloria a Dio, impetrare grazie, ringraziare il Cielo, espiare i peccati. Teologicamente parlando, la processione è considerata il simbolo visibile della Chiesa pellegrinante che, in questo esilio terreno, procede unita dietro ciò in cui ragionevolmente e spiritualmente crede, avendo per meta la Patria celeste. La processione è anche occasione per santificare il territorio in cui essa si svolge, a differenza di certe oscene e blasfeme manifestazioni che maledicono il territorio; eppure la maggior parte dei pastori di oggi non dice più queste cose, o le considera cose vetuste da ingenui o se ne vergogna, ma molti di loro neppure le sanno più. Ma bisogna pur dire la verità: in fatto di fede, l’ignoranza è grande amica del demonio.

Le processioni, a seconda dello scopo, si dividono in Supplicatorie (o penitenziali), al fine di allontanare calamità, epidemie, chiedere la pioggia, la fine di una guerra o la protezione divina; Trionfali (o di Gloria), che celebrano solennemente i misteri della fede, pensiamo al Corpus Domini oppure alle processioni mariane o quelle dedicate ai Santi; Funzionali, che fanno parte intrinseca di un rito, come accade, per esempio, prima di una solenne Santa Messa oppure quella con le candele nel giorno della Candelora.

Per concludere, il rito della processione è una realtà seria, condivisa da chi vuole partecipare ad un evento sacro, che porta i suoi frutti in ciascuna anima e talvolta, come è accaduto spesso nella storia della Chiesa, porta frutti collettivi e ne ricordiamo alcuni. Durante una devastante epidemia di peste a Cava de’ Tirreni (SA), nel 1656, la città fu benedetta con il Santissimo Sacramento dal Monte Castello e l’epidemia si arrestò miracolosamente. La popolazione a Monteroni di Lecce (1867) portò in processione il simulacro del Crocifisso per fermare la diffusione del colera e così avvenne. Durante una violenta epidemia di peste a Torino nel 1613, il beato Sebastiano Valfrè con i suoi confratelli oratoriani organizzarono una solenne processione, portando in gloria il Santissimo Sacramento, da quel momento il contagio iniziò a retrocedere la sua virulenza e come non fare memoria della volontà di papa Gregorio Magno, durante la peste a Roma del 590, quando guidò una solenne processione con l’icona della Salus Populi Romani? L’epidemia sparì e apparve un angelo sul Mausoleo di Adriano, da qui il nome di Castel Sant’Angelo.

«Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18, 8). Per adesso alle anime viene fornita troppa biada avariata.

 

Fonte: Corrispondenza Romana 15 luglio 2026

 

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