Come affrontarono la "sofferta modernità" San Pio X ed il Beato Paolo VI

Come affrontarono la “sofferta modernità”

San Pio X ed il Beato Paolo VI

 

Ferrara, 6-XI-2015

 

Il tema che viene trattato questa sera è motivo di profonde riflessioni ed è incentivo ad osservare oggettivamente e senza pregiudizi i fatti così come sono avvenuti, ovvero come due Sommi Pontefici si sono posti di fronte alla Modernità.

Due termini, dunque due concetti, due modi di vedere la realtà si sono contrapposti e si contrappongono dall’Illuminismo ad oggi: la Modernità e la Tradizione. Uno scontro di proporzioni gigantesche si è verificato fra il liberalismo e la Fede cattolica.

Innanzitutto occorre esaminare i termini.

Modernità deriva da «moderno», ovvero dal latino Modernus, «or ora, recentemente».

Così riporta il vocabolario Treccani al termine «Modernità»:

«Carattere di ciò che è o che si giudica moderno, sia perché appartiene ai tempi più recenti, sia perché ne ha le caratteristiche proprie: modernità di una costruzione; dei costumi; di un’istituzione; di gusto, di stile, di tecnica. Riferito a persona o alle sue manifestazioni, indica in genere adesione allo spirito e al gusto contemporanei, o alle tendenze moderne più avanzate, e perciò spesso originalità, singolarità, ostentata emancipazione da idee e costumi tradizionali».

Tradizione proviene, invece, dal latino traditio-onis, «consegna, trasmissione», deriva, quindi, da tradĕre «consegnare». Il vocabolario Treccani riporta il seguente significato:

«Trasmissione nel tempo, di generazione in generazione, di consuetudini, usi e costumi, modelli e norme».

Tradizione è un termine che ingenera sicurezza, fiducia, tranquillità, a prescindere dall’oggetto a cui fa riferimento. La fisionomia di tale vocabolo, di per sé, è rasserenante e acquieta gli animi, origina, a prescindere da tutto, un effetto balsamico. Non è un caso che molte pubblicità, soprattutto quando si tratta di presentare prodotti legati alla terra, li correlino alla tradizione, offrendo così la possibilità al fruitore di ottenere dati informativi rassicuranti perché fondati su qualcosa di certo, di un presente garantito dal passato, quindi provato, sperimentato, vissuto in precedenza e che se ha “tenuto” nel tempo è perché è valido. Insomma, Tradizione è un termine che riconduce all’appartenenza e ad un preciso sigillo di garanzia.

La Tradizione iniziò dopo l’Ascensione di Gesù e la Pentecoste, ovvero quando gli Apostoli iniziarono a predicare e, quindi, a tramandare oralmente la Rivelazione, la quale si chiuse prima che morisse l’ultimo Apostolo, San Giovanni. La Tradizione orale proseguì per alcuni anni fino a quando gli Evangelisti scrissero il Nuovo Testamento. Da allora la Rivelazione fu trasmessa sia oralmente che per iscritto.

Nel IV secolo la Chiesa formulò il Canone dei Libri Sacri, dove furono scartati certi testi (i cosiddetti «Vangeli apocrifi»), mentre trovarono l’imprimatur della Chiesa i testi che avrebbero costituito la «Regula fidei» (la regola della Fede): «il canone diventa così la testimonianza storico-teologica dell’autorità e responsabilità esclusiva della Chiesa, alla quale la Tradizione venne da Cristo stesso e dagli apostoli trasmessa perché la custodisse spiegasse predicasse e ritrasmettesse fin alla fine della storia, integralmente e fedelmente»[1].

Di fronte alle «originalità, alle singolarità, all’ostentata emancipazione da idee e costumi tradizionali» (come riportato precedentemente nel significato di «Modernità») non potevano non porsi la Chiesa e il suo Magistero.

Parleremo perciò dei Pontificati che maggiormente hanno sofferto della gravità dello scontro: quello di Pio X e quello di Paolo VI e vedremo come hanno affrontato ognuno di essi la «sofferta modernità», come la definì lo stesso Paolo VI.

Innanzitutto ambedue i Pontefici non volevano diventare vicari di Cristo. San Pio X, fosse stato per sua scelta, avrebbe continuato a svolgere l’ufficio di parroco se le sue alte doti intellettive e le sue alte capacità ecclesiastiche non lo avessero condotto ad essere ampiamente segnalato e portato, passo dopo passo, sul trono di San Pietro. Paolo VI, come risulta dalle testimonianze e dai suoi stessi scritti, avrebbe scelto la vita monacale (vestendo l’abito benedettino) se una serie di circostanze, familiari e clericali, lo condussero, per diversi anni, a vivere all’interno della Santa Sede (dal 1937, quando venne nominato Sostituto della Segreteria di Stato, fino al 1954, quando fu nominato Arcivescovo di Milano).

San Pio X si caratterizza per la sua formazione tomista, per il suo realismo, per la sua tangibile pastoralità (vicina ai reali problemi della gente, come dimostra la sua Positio), per la sua Fede, per il suo tenere le distanze dalla politica.

«Il pontefice pio, mistico come può essere detto, univa al sentimento più profondo, direi più geloso, delle cose divine il senso più giusto, più pratico degli affari terrestri»[2].

Poliedrica, dunque, la sua personalità: uomo di intenso sentire, sacerdote di grande pietà e preghiera; parroco, Vescovo, Cardinale, Patriarca di immensa carità; Pontefice con uno smisurato amore per la Fede e per la Chiesa. Vivace l’intelligenza, brillante l’intuizione, ironico il suo porsi e realistico il suo ingegno.

La sua indole, oltre che la sua vocazione, fu fin da ragazzo autenticamente e genuinamente sacerdotale. Al di là delle posizioni storicistiche che sbrigano le loro tesi affermando che «fu uomo del suo tempo», Pio X è stato innanzitutto un servo di Cristo ed un servo della Chiesa. Egli mise in atto un’immensa opera di restaurazione con l’obiettivo di «Instaurare omnia in Christo» come ebbe a scrivere nella sua enciclica programmatica E Supremi Apostolatus del 4 ottobre 1903, e agì su due fronti: da un lato riformò e dall’altro condannò. Leggiamo in un lucido editoriale di «Civiltà Cattolica», uscito in occasione del giubileo sacerdotale del Papa veneto, che «Restaurare un edificio non è abbatterlo per farne un altro; è rinnovarlo, conservandolo e preservandolo. Tale fu l’opera instauratrice di Pio X; d’incremento e di miglioramento da un lato, di correzione e di difesa dall’altro»[3]. Riformare per restaurare è l’esatta definizione e ciò fece in ogni luogo in cui si trovò ad operare: dai campanili di Riese, Tombolo, Salzano, Treviso, Mantova fino ad arrivare a quelli di San Marco a Venezia e di San Pietro a Roma. Osservazione dell’alto e dall’alto, e concretizzazione in terra, grazie a quell’operatività e a quel realismo che lo ha sempre contraddistinto.

Il nuovo Codice di Diritto Canonico, la «riforma della curia romana, la fondazione dell’istituto Biblico, l’erezione dei seminari centrali e la legislazione per una migliore formazione del clero, la nuova disciplina per la prima – per la frequente – comunione, la restaurazione della musica sacra, il suo poderoso atteggiamento contro i fatali errori del cosiddetto modernismo[4] e la sua energica difesa della libertà della Chiesa in Francia, in Germania, in Portogallo, in Russia e altrove – per non parlare di molti atri atti di governo – basterebbero indubbiamente per additare Pio X come un grande pontefice e un eccezionale condottiero di uomini. Posso attestare che tutto questo enorme lavoro fu dovuto principalmente, e spesso elusivamente, al suo progetto e alla sua iniziativa personale. La storia non si limiterà a proclamarlo semplicemente un papa la cui “bontà” nessuno sarebbe capace di mettere in questione»[5].

L’intento di Pio X, il Papa del «Non possumus» (At 4, 19) fu, come bene afferma Varnier, «quello di raddrizzare tutto quello a cui poteva mettere mano, compresa la schiena dei modernisti troppo curva sui libri. Raddrizzare per ricondurre la cattolicità nel solco profondo della tradizione tridentina, senza possibilità di sbavature. Tradizione che non è quella delle chiese particolari, ma è incarnata dal pontefice romano. Siamo proprio sicuri che Pio X apparve ai contemporanei così poco moderno, così conservatore come tanti testi ce lo hanno tramandato?»[6].

Fu proprio il suo atteggiamento realista a renderlo cosciente della gravità del momento, della scristianizzazione dilagante e ad essa reagì con il ritorno di ogni cosa in Cristo. Papa Sarto cercò di riformare ciò che l’osservazione dell’esperienza sul campo gli aveva suggerito negli anni che precedettero il Pontificato. L’unico Papa della Storia della Chiesa ad essere stato parroco, non proveniente né dalla Curia, né dalla diplomazia ecclesiastica, aveva una capacità straordinaria nel rimettere ordine «con il suo naturale ingegno portato alla chiarezza e alla logica»[7].

Egli si oppose, per difendere Fede e Chiesa, ad una società che si andava sempre più laicizzando e la cui laicità influenzava sempre più teologi e anche uomini di Chiesa. Tentò di frenare la mentalità modernista (derivante dalle filosofie sorte dall’Illuminismo e dal Positivismo), che cercava di corrompere dottrinalmente e moralmente il credo cattolico. Indicò gli antidoti necessari per la difesa della Fede e della dottrina, allo stesso tempo, percorse un cammino di perfezionamento spirituale che da uomo talvolta impulsivo ed irruente, «impetuoso per natura ma capace di dominarsi»[8], lo portò ad abbracciare la santità, soprattutto negli undici anni del Pontificato.

«La radicale trasformazione della Curia romana, la codifica del diritto canonico, le riforme che hanno coinvolto quasi tutti gli ambiti della vita della Chiesa hanno portato alcuni storici a definire Pio X il più grande papa riformatore degli ultimi secoli. Ma molto spesso, nella storiografia che si è sviluppata a partire dagli anni Sessanta, tutti questi aspetti sono rimasti un po’ in ombra, per lasciare spazio alle vicende della crisi modernista e ai mezzi messi in atto dal pontefice per difendere la Chiesa da quella che egli definiva la sintesi di tutte le eresie, una specie di mostro a molte teste che poteva essere combattuto solo operando su tutti i fronti. La grave crisi dottrinale vissuta nei primi anni del Novecento dal mondo cattolico, causa le conseguenze che i progressi delle scienze bibliche e teologiche stavano producendo, doveva spingere Pio X a interventi sempre più severi per sradicare l’eresia modernista, quella tendenza cioè che spingeva a fare propri i ritrovati della scienza, anche quella più radicale, accettando una modernità che sembrava in antitesi totale con lo spirito religioso e la sua mentalità dogmatica e autoritaria. Il papa, che fin dai primi atti del pontificato aveva manifestato la sua preoccupazione, sentiva che i pericoli non erano più esterni, ma interni alla Chiesa, raggiungevano il clero e i seminari. Lo spirito critico, la scienza che si riservava di accettare solo quanto era fondato scientificamente, non quanto offerto dalla gerarchia mandava in crisi il principio di autorità, una delle basi dell’apologetica cattolica»[9].

L’apologetica cattolica stava diventando scomoda e “obsoleta” per i tempi moderni e per gli ambiti dello scibile umano. Allo stesso tempo molti avrebbero voluto confinare la realtà ecclesiastica in una sorta di libero pensiero, dove la dottrina occupava uno spazio scomodo, di cui sarebbe stato meglio disfarsene perché ostacolante lo stesso libero pensiero.

Il Pontificato di San Pio X apre (1903) il nuovo secolo del Novecento, un’epoca variegata e complessa sia per la fine del potere temporale della Chiesa e il suo logico indebolimento di prestigio e di autorità, sia per i numerosi e agguerriti fermenti anticattolici (liberismo, massoneria, socialismo e comunismo), il tutto innestato nel cosiddetto tempo della «Belle époque», sorta nella laicizzata Francia postrivoluzionaria, e che durerà fino allo scoppio della prima Guerra mondiale (1914), alla quale San Pio X non sopravvivrà.

Dalla fine dell’Ottocento le invenzioni e i progressi della tecnica e della scienza furono senza paragoni se raffrontati con le epoche passate. I benefici che queste scoperte apportarono alle popolazioni furono notevoli e impensabili: l’illuminazione elettrica, la radio, l’aereo, il vaccino per la tubercolosi… tutte realtà che contribuirono ad un miglioramento delle condizioni di vita e al diffondersi di un senso di ottimismo e di spensieratezza, nonostante i problemi politici e sociali. La «Belle époque» indicava la vita brillante nelle grandi capitali europee, le numerose esperienze artistiche, ma soprattutto esprimeva l’idea che il Novecento sarebbe stato un secolo di pace e di benessere.

Ridotta notevolmente la mortalità infantile, gli abitanti del pianeta toccavano ormai il miliardo e mezzo; alla crescita demografica fece riscontro un impressionante aumento della produzione industriale e del commercio mondiale, che fra il 1896 e il 1913 raddoppiarono. La sterlina era il solidissimo riferimento economico.

Nel 1913 l’estensione della rete ferroviaria mondiale raggiunse il milione di chilometri e le automobili iniziarono ad affollare le strade delle città americane ed europee. Nacquero il cabaret, il can-can, la fotografia, il cinema, nuove invenzioni resero la vita più facile a tutti i ceti sociali e l’arte prese nuove forme con l’impressionismo e l’Art nouveau. Il trasporto marittimo fu caratterizzato dalla corsa alla costruzione di sempre più grandi e lussuosi transatlantici, non a caso, l’affondamento del Titanic nel 1912 fu poi considerato come il sogno infranto della «Belle époque».

La borghesia celebrava i risultati raggiunti in pochi decenni di egemonia con Esposizioni universali, in cui si esibivano le ultime strabilianti meraviglie della tecnica, mentre conferenze di esploratori, missionari, ufficiali, raccontavano le grandezze e le miserie di mondi lontani, il cui contrasto con l’Occidente inorgogliva gli ascoltatori e li confermava nella loro certezza di appartenere ad un mondo superiore, che nulla mai avrebbe potuto incrinare. Le guerre, se c’erano, erano lontane: in Cina, in Africa, sulle pendici dell’Himalaya. Tra le potenze europee ogni accordo sembrava possibile, pur di conservare un benessere tanto evidente e pronto a crescere.

Affrontare la vita con lo spirito mondano della «Belle époque» significava immergersi in un contesto spesso e volentieri onirico e frivolo. Gli abitanti delle città avevano scoperto il piacere di uscire, anche e soprattutto dopo cena, di recarsi a chiacchierare nei caffè, nei tabarin, nei locali alla moda… Il tempo per pregare si assottigliava fino a sparire.

«Quella scienza, che pretendeva di diventare autonoma dalla fede, provocava reazioni analoghe negli altri ambiti: in politica, qualcuno diceva che si doveva giungere alla totale autonomia dalla gerarchia ecclesiastica, invitata a non uscire dalle proprie competenze; un criterio simile si voleva applicare nel più vasto ambito sociale. Ma, secondo quella stessa gerarchia, l’affrancamento dall’autorità e l’irrisione verso forme di ubbidienza considerate non più adatte ai nuovi tempi avevano un’unica ragione: il demone dell’orgoglio, la superbia, l’affermazione del proprio io di fronte al superiore che rappresentava la volontà di Dio. La Chiesa era prima di tutto ordinamento gerarchico: opporsi ad esso significava scardinare le basi stesse della sua esistenza, volute da Dio e manifestate da Cristo, che ha fondato la Chiesa sugli apostoli ai quali si deve totale e assoluta ubbidienza»[10].

San Pio X agì in un tempo stordito e stordente con la coerenza di un grande pastore di anime. Con una robusta formazione teologica ed ecclesiologica e con il suo senso di responsabilità, si trovò a fronteggiare turbamenti e deficienze del suo tempo, squilibri e contraddizioni dei suoi contemporanei, evoluzioni e trasformazioni delle strutture sociali e morali, ribellioni teologiche e dottrinali in seno alla Chiesa, insurrezioni verso la pratica religiosa. Egli vide con lungimiranza che quel movimento della storia che va sotto il nome di «liberalismo» minacciava la Chiesa nel suo presente e nel futuro «mutandone la prospettiva e l’orientamento, al punto da far temere, come oggi ancora si afferma con preoccupazioni diverse, l’avvento di un’era postcristiana»[11].

La borghesia, euforica per le novità che l’umano ingegno andava creando e per i successi travolgenti del capitalismo, badava poco e con sufficienza alle basi ideologiche sulle quali si sarebbero innalzati nel XX secolo i totalitarismi (i Soviet e il Nazismo), le rivoluzioni, le guerre, finanche le bombe atomiche:

1917: Rivoluzione russa

1914-1918: Prima Guerra mondiale

1939-1945: Seconda Guerra mondiale

       6 agosto 1945: l’Aeronautica militare statunitense sganciò la bomba atomica «Little Boy» sulla città giapponese di Hiroshima.

         9 agosto 1945: l’Aeronautica militare statunitense sganciò la bomba atomica «Fat Man» su Nagasaki[12].

Nel 1917, quando il marxismo-leninismo ateo andò al potere in Russia, la Madonna apparve a Fatima per ribadire l’esistenza dell’Inferno e per avvertire l’umanità, la Chiesa e il Vicario di Cristo che nei tempi presenti e futuri, se le persone non si sarebbero pentite e convertite, sarebbero arrivati i castighi di Dio; inoltre Nostra Signora di Fatima, che chiese la consacrazione della Russia al suo Cuore Immacolato, mostrò ai tre pastorelli un Monte, seminato di cadaveri, dove dominava una grande Croce[13].

Pio X, secondo Papa canonizzato dell’era moderna, dopo san Pio V (1504-1572), è figura ecclesiasticamente multiforme non solo perché occupò tutte le cariche gerarchiche (da parroco a Pontefice), ma perché si interessò di tutte le maglie dottrinali, liturgiche e strutturali della piramide Chiesa, da Cristo, Capo della Chiesa, ai fedeli.

San Pio X non cercò il consenso della Curia romana, del clero o dei fedeli, non cercò il consenso del mondo, ma si pose sempre in atteggiamento umile di fronte a Dio, per seguire la volontà non dei consensi umani, ma quella del Signore, a danno anche della propria immagine pubblica e così facendo si fece molti nemici in vita e ancor più in morte.

La Chiesa si è trovata a dover affrontare il pensiero e l’azione liberal-massonica e radicale. Quella che ha condotto, nella stessa Europa, un tempo cristiana, a veder decidere sulla vita e sulla morte dell’uomo senza più guardare al Vangelo: aborto, eutanasia, matrimoni omosessuali, teoria del gender…

Nel delirio di onnipotenza dell’uomo c’è tutta la presunzione e arroganza dell’uomo moderno, che crede di essere migliore dei suoi consimili passati. San Pio X ha cercato di prevenire con forza e determinazione tutti i frutti che oggi sono sotto i nostri occhi. L’intellettuale e letterato Paolo VI ha cercato di accogliere i “lontani” (il suo sguardo era diretto particolarmente agli intellettuali o artisti che fossero) dalla dottrina e dai dogmi cattolici, nel tentativo di umanizzare (ricordiamo le sue adesioni al personalismo di Maritain, alle teologie di Chenu e Congar) in maniera cristiana le loro idee. Due approcci completamente diversi di fronte agli stessi problemi della «Modernità».

L’ignoranza era il grande male della ragione e della religione che San Pio X si accinse a combattere, ignoranza che doveva essere vinta, secondo il suo pensiero, con l’insegnamento della dottrina della Chiesa attraverso il catechismo. L’enorme rischio stava, secondo Papa Sarto, nelle dottrine filosofiche e sociologiche e psicanalitiche che si andavano di giorno in giorno diffondendo ovunque.

Con la condanna, nel dicembre del 1903, di alcune opere dell’esegeta e storico Alfred Firmin Loisy venne aperta l’epoca della repressione. L’Èvangile et l’Église comparve fra i libri condannati, si trattava del «livre rouge»[14], che venne considerato come il manifesto del Modernismo. Oltre Loisy furono chiamati inutilmente all’ordine altri studiosi francesi: Houtin, Laberthonnière, Le Roy. Dopodiché fu la volta di Antonio Fogazzaro, autore del romanzo Il Santo, pubblicato nel 1906: assertore del movimento modernista, egli sostenne la volontà di coloro che chiedevano di sottoporre a critica storica i testi biblici. Con Il Santo si propose di rinnovare le coscienze dei cattolici. La condanna all’Indice del romanzo (5 aprile 1906) prelude la condanna del Modernismo da parte del Sommo Pontefice, che arriverà con l’enciclica Pascendi Dominici Gregis dell’8 settembre 1907. Imprescindibili furono per il Papa la denuncia e la condanna degli errori, non lo avesse fatto non avrebbe potuto mettere in atto l’obiettivo del suo Pontificato: «Instaurare tutto in Cristo», che significava innanzitutto diagnosticare ciò che impediva a Cristo stesso di regnare (Regno sociale di Cristo Nostro Signore) e per farlo regnare occorreva che la società venisse ricristianizzata grazie alla robusta presenza della Chiesa, attraverso sacerdoti preparati e degni del loro abito. Ad un sacerdote più che la scienza raccomandava la pietà e ad un sacerdote secolare, uso ad operare nel mondo, raccomandava più che la pietà la virtù della prudenza perché il primo compito del sacerdote è quello della cura delle anime.

L’ideale di sacerdote a cui sempre guardò don Giuseppe Sarto era quello del Sommo Sacerdote, Gesù Cristo, né mitizzato, né rivoluzionato: umile e povero Gesù, che redime dal peccato e imprime la grazia. Il sacerdote amato e desiderato da questo Papa, ignis ardens, veste la talare della coerenza, della costanza e della perseveranza, trabocca di virtù, è padre solerte, è ministro benedicente che cura con amore e con i sacramenti il suo gregge, proprio come il buon Pastore (Gv 10, 11-16).

San Pio X visse per realizzare questa missione: allontanare i mercenari dal gregge ed essere un fedele Pastore che conduce le sue pecore, quelle che lo riconoscono, e anche quelle «che non sono di quest’ovile», per diventare un solo gregge con un solo Pastore. Non è un caso che sulla sua scrivania, in Vaticano, avesse in bella vista una statuetta, quella del Santo Curato d’Ars[15], vero Alter Christus, che il Papa riformatore e restauratore della Chiesa, fra i più attivi Pontefici di tutta la storia, beatificò l’8 gennaio del 1905 nella Basilica di San Pietro.

San Pio X cercò di risolvere il problema «Modernità» attraverso la condanna, ovvero attraverso un metodo che fino ad allora aveva sempre utilizzato la Chiesa, quello di individuare gli errori e dopo averli identificati definirli come eresia per essere banditi dalla Chiesa. Bandite le eresie e i peccati (il peccato è, in assoluto, il più grande nemico dell’uomo, che lo rende schiavo e prigioniero), non i peccatori, per i quali la Chiesa ha sempre usato grande comprensione e misericordia.

Ebbene, l’approccio con la «Modernità» e, dunque, con la secolarizzazione, mutò con il Concilio Vaticano II. Infatti Giovanni XXIII decise, proprio con il Concilio del Novecento, di non condannare più l’errore, ma di guardare fiduciosi al mondo, come egli stesso ebbe a dire nell’allocuzione di apertura dell’Assise dell’11 ottobre 1962, quando un incredibile ottimismo investì gli Anni Sessanta, ovvero la generazione successiva a quella della seconda Guerra mondiale, quella generazione che invocherà nella rivoluzione culturale sessantottina, di essere liberata dalle strettoie del passato e, dunque, della Tradizione. Queste le parole di Papa Roncalli:

«Non c’è nessun tempo in cui la Chiesa non si sia opposta a questi errori; spesso li ha anche condannati, e talvolta con la massima severità. Quanto al tempo presente, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore; pensa che si debba andare incontro alle necessità odierne, esponendo più chiaramente il valore del suo insegnamento piuttosto che condannando. Non perché manchino dottrine false, opinioni, pericoli da cui premunirsi e da avversare; ma perché tutte quante contrastano così apertamente con i retti principi dell’onestà, ed hanno prodotto frutti così letali che oggi gli uomini sembrano cominciare spontaneamente a riprovarle, soprattutto quelle forme di esistenza che ignorano Dio e le sue leggi, riponendo troppa fiducia nel progressi della tecnica, fondando il benessere unicamente sulle comodità della vita. Essi sono sempre più consapevoli che la dignità della persona umana e la sua naturale perfezione è questione di grande importanza e difficilissima da realizzare. Quel che conta soprattutto è che essi hanno imparato con l’esperienza che la violenza esterna esercitata sugli altri, la potenza delle armi, il predominio politico non bastano assolutamente a risolvere per il meglio i problemi gravissimi che li tormentano. Così stando le cose, la Chiesa Cattolica, mentre con questo Concilio Ecumenico innalza la fiaccola della verità cattolica, vuole mostrarsi madre amorevolissima di tutti, benigna, paziente, mossa da misericordia e da bontà verso i figli da lei separati»[16].

Con lo stesso proposito chiuderà il Concilio Vaticano II Paolo VI, il quale, nell’allocuzione del 7 dicembre 1965, il Pontefice esternò la corrente di simpatia per l’uomo moderno, simpatia che era emersa durante l’Assise:

«La Chiesa del Concilio, sì, si è assai occupata, oltre che di se stessa e del rapporto che a Dio la unisce, dell’uomo, dell’uomo quale oggi in realtà si presenta: l’uomo vivo, l’uomo tutto occupato di sé, l’uomo che si fa soltanto centro d’ogni interesse, ma osa dirsi principio e ragione d’ogni realtà. Tutto l’uomo fenomenico, cioè rivestito degli abiti delle sue innumerevoli apparenze; si è quasi drizzato davanti al consesso dei Padri conciliari, essi pure uomini, tutti Pastori e fratelli, attenti perciò e amorosi: l’uomo tragico dei suoi propri drammi, l’uomo superuomo di ieri e di oggi e perciò sempre fragile e falso, egoista e feroce; poi l’uomo infelice di sé, che ride e che piange; l’uomo versatile pronto a recitare qualsiasi parte, e l’uomo rigido cultore della sola realtà scientifica, e l’uomo com’è, che pensa, che ama, che lavora, che sempre attende qualcosa il «filius accrescens» (Gen. 49, 22); e l’uomo sacro per l’innocenza della sua infanzia, per il mistero della sua povertà, per la pietà del suo dolore; l’uomo individualista e l’uomo sociale; l’uomo «laudator temporis acti» e l’uomo sognatore dell’avvenire; l’uomo peccatore e l’uomo santo; e così via. L’umanesimo laico profano alla fine è apparso nella terribile statura ed ha, in un certo senso, sfidato il Concilio. La religione del Dio che si è fatto Uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? uno scontro, una lotta, un anatema? poteva essere; ma non è avvenuto. L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (e tanto maggiori sono, quanto più grande si fa il figlio della terra) ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo. Dategli merito di questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo»[17].

Paolo VI si pose in linea con gli auspici di Giovanni XXIII, allo stesso tempo, però, la modernità gli creò un drammatico disagio. Perché? Politicamente e culturalmente parlando la sua formazione fu liberale. Si pensi all’influsso letterario di stampo francese che gli veniva dalla madre, alle aderenze al Partito popolare di suo padre, alla sua frequentazione da bambino e ragazzo all’Oratorio della Pace di Brescia[18], all’impossibilità di frequentare il Seminario di Brescia a causa della sua malferma salute. Spiritualmente parlando, però, egli era attratto dalla Regola benedettina, alla quale avrebbe desiderato legarsi in gioventù e un forte legame stabilì con l’Abbazia svizzera di Engelberg. L’ultima visita dell’Arcivescovo di Milano a Engelberg avviene nel settembre del 1962, l’anno dopo sarà già sulla cattedra di Pietro. Dopo la sua elezione a pontefice rimase, nel tempo, in contatto con l’Abbazia del Monte dell’Angelo. Quanto spazio e quanto valore avesse nel cuore di Paolo VI Engelberg si evince dal fatto che nel giorno stesso della sua elezione petrina, il 21 luglio 1963, alle ore 21.30, invia un telegramma al Padre benedettino Anselm Fellmann con le seguenti parole: «Con particolare ricordo mando prima benedizione per monastero et parrocchia-Paulus PP VI»[19].

Per tutta la vita Paolo VI rimase attratto dalla spiritualità, dalla Regola, dalla liturgia benedettine. Moltissime le sue visite, in Italia e in Europa, a monasteri ed abbazie di tale impronta: qui ritemprava fisico, mente, anima. Nel suo intimo rimase sempre una cella riservata ai monaci Benedettini, una cella che custodiva gelosamente e con grande affetto. Tanto amò il fondatore di quella Regola che, già nel secondo anno del suo Pontificato, proclamò, con lettera apostolica del 24 ottobre 1964, san Benedetto Abate, «messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà, e soprattutto araldo della religione di Cristo», patrono principale d’Europa[20].

Paolo VI era un estimatore di Pio XII. Già Pontefice dirà: «Se fate santo Giovanni XXIII, dovrete fare prima santo Pio XII». «Unico dissenso», ci spiegò nel 2008, a proposito del rapporto Montini-Pacelli, Eliana Versace, docente di Storia contemporanea all’Università Cattolica di Milano, «erano le simpatie democristiane: Pacelli appoggiava Luigi Gedda. Su mandato di Pio XII fondò i Comitati Civici in vista delle delicate elezioni politiche del 1948. I Comitati sostennero la Democrazia cristiana ed evitarono la vittoria elettorale della sinistra, mentre Giovan Battista Montini sosteneva Alcide De Gasperi»[21].

Appena salito al soglio pontificio Paolo VI, che aveva quasi sessantasei anni, annotò a caldo una riflessione su di un taccuino:

«Forse il Signore mi ha chiamato a questo servizio, non già perché io vi abbia qualche attitudine, o perché io governi e salvi la Chiesa dalle sue presenti difficoltà, ma perché io soffra qualche cosa per la Chiesa, e sia chiaro che Egli, non altri, la guida e la salva».

Confidò all’amico d’anima, il filosofo Jean Guitton di aver avuto nella sua giovinezza parecchie vocazioni laiche. Accanto a suo padre avrebbe voluto essere deputato, avvocato, giornalista; vicino a sua madre letterato, studioso, contemplativo e poi aggiungeva:

«La mia natura era portata verso i dialoghi, ero attento a quanto la tecnica nuova apporta alla comunicazione, alla mediazione, ai media. Amavo viaggiare (…). Avrei scelto volentieri per motto “ama il tuo lontano come te stesso”. Amavo l’arte, tutte le arti, specialmente la pittura e la poesia (…). Come accordare le mie discordanze, far sposare i miei opposti, se non salendo più in alto, fino al punto della loro convergenza, come fa la spirale? La soluzione di questo accordo tra tanti richiami laici era il sacerdozio»[22].

Guitton sostenne che, fra i successori di Pietro, certamente Paolo VI fu il più “laico”, ricordando Bossuet e sant’Agostino come esempio di coagulazione di vocazioni convogliate nel sacerdozio.

Scrisse lo stesso Jean Guitton: «[…] ci troviamo di fronte a una personalità complessa, moderna. È vicino ai nostri pensatori […] sente, si angoscia, soffre come noi. […] Paolo VI porta nella sua natura una profonda analogia con l’uomo moderno, ne ha le sue aspirazioni e il tormento»[23].

Ecco spiegati, allora, i suoi molteplici turbamenti, le sue perplessità, i suoi dubbi durante il suo sofferto Pontificato, perché la «Modernità» fu il suo martirio. Cercava angosciosamente la conciliazione fra Chiesa e Modernità, ma i risultati portavano altrove… Già due anni dopo la chiusura del Concilio, Paolo VI si esprime in questi termini durante il discorso al Pontificio Seminario Lombardo di Roma del 7 dicembre 1968:

«La Chiesa attraversa, oggi, un momento di inquietudine. Taluni si esercitano nell’autocritica, si direbbe perfino nell’autodemolizione. È come un rivolgimento interiore acuto e complesso, che nessuno si sarebbe atteso dopo il Concilio»[24], nessuno degli ottimisti. Ma sicuramente i «profeti di sventura» di cui parlò Giovanni XXIII avevano cercato di far udire la loro voce (Si vedano i paragrafi 2 e 3 della sezione «Opportunità di celebrare il Concilio» dell’Allocuzione di Apertura dell’Assise – 11 ottobre 1962)[25].

Eccolo dire con straziante dolore il 29 giugno 1972:

«Da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio. C’è il dubbio, l’incertezza, la problematica, l’inquietudine, l’insoddisfazione, il confronto. Non ci si fida più della Chiesa; ci si fida del primo profeta profano che viene a parlarci da qualche giornale o da qualche moto sociale per rincorrerlo e chiedere a lui se ha la formula della vera vita. E non avvertiamo di esserne invece già noi padroni e maestri. È entrato il dubbio nelle nostre coscienze, ed è entrato per finestre che invece dovevano essere aperte alla luce. Dalla scienza, che è fatta per darci delle verità che non distaccano da Dio ma ce lo fanno cercare ancora di più e celebrare con maggiore intensità, è venuta invece la critica, è venuto il dubbio. Gli scienziati sono coloro che più pensosamente e più dolorosamente curvano la fronte. E finiscono per insegnare: “Non so, non sappiamo, non possiamo sapere”. La scuola diventa palestra di confusione e di contraddizioni talvolta assurde. Si celebra il progresso per poterlo poi demolire con le rivoluzioni più strane e più radicali, per negare tutto ciò che si è conquistato, per ritornare primitivi dopo aver tanto esaltato i progressi del mondo moderno.

Anche nella Chiesa regna questo stato di incertezza. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza»[26].

Il Papa, nella chiusa di questo angoscioso discorso, dove grande è la delusione per gli auspici disattesi, a chi rivolge la sua attenzione? Non al mondo moderno, bensì a quelle «anime umili, semplici, pure, rette, forti, che seguono l’invito di San Pietro ad essere fortes in fide[27]. Le sue ultime parole sono, di fronte alla confusione generale dettata proprio dalla modernità religiosa: «Signore, credo nella Tua parola, credo nella Tua rivelazione, credo in chi mi hai dato come testimone e garante di questa Tua rivelazione per sentire e provare, con la forza della fede, l’anticipo della beatitudine della vita che con la fede ci è promessa»[28].

Queste ultime parole si ricollegano, in definitiva, al «Credo del popolo di Dio», quindi alla professione religiosa che il Papa sentì l’esigenza di proclamare al mondo in piazza San Pietro (attraverso radio e televisione) il 30 giugno 1968, a conclusione dell’Anno della Fede, indetto per il diciannovesimo centenario del martirio dei Santi Pietro e Paolo. Tale atto fu letto da molti, come pure avverrà per l’enciclica Hamanae vitae (25 luglio 1968), come una marcia indietro, un arretramento rispetto alle aperture del Concilio.

«Una severità fuori stagione» vennero definite le sue posizioni. Ma le verità non sono mai fuori stagione, sono eterne; sono gli errori ad essere passeggeri, perché la Verità è destinata a vincere con Cristo. Cristo, pur portando i peccati del mondo e pur provando sofferenze indicibili, fu già vittorioso, contro peccato e morte, sulla Croce.

Paolo VI cercò di contenere l’onda progressiva di profanità, di desacralizzazione, di secolarizzazione che montava sempre più, confondendo e soverchiando il senso religioso nella vita delle persone. Disse nell’omelia del 29 giugno 1972:

«Abbiamo perduto l’abito religioso, e tante altre manifestazioni esteriori della vita religiosa. Su questo c’è tanto da discutere e tanto da concedere, ma bisogna mantenere il concetto, e con il concetto anche qualche segno, della sacralità del popolo cristiano, di coloro cioè che sono inseriti in Cristo, Sommo ed Eterno Sacerdote»[29].

Poi parla direttamente ai lontani dalla Chiesa, per i quali Paolo VI ha sempre avuto un debole e ha sempre desiderato avvicinare usando «la medicina della misericordia»: «vorremmo dire a questi fratelli, di cui sentiamo quasi lo strappo nelle viscere della nostra anima sacerdotale, quanto ci sono presenti, quanto ora e sempre e più li amiamo e quanto preghiamo per loro e quanto cerchiamo con questo sforzo che li insegue, li circonda, di supplire all’interruzione che essi stessi frappongono alla nostra comunione con Cristo»[30].

La primavera divenne inverno. Del resto, l’8 maggio 1960, aveva così scritto in latino, sui suoi pareri circa la buona riuscita del Concilio, su invito del cardinale Tardini, presidente della Commissione Antipreparatoria dell’Assise: «il Concilio, se, dopo gli inutili tentativi che la storia conta, fallisse lo scopo di ricomporre l’unità dei cristiani, non solo non avrebbe alcuna utilità, ma renderebbe ancora più precaria la situazione attuale». Paolo VI aveva sperato fortemente in una riappacificazione del mondo cristiano e a un incontro fecondo fra Chiesa e mondo moderno; ma quel mondo moderno che voleva fare a meno Dio e continua a volerne fare a meno, non poteva e non può dare risposte efficaci alle anime… intanto le opinioni soggettive si moltiplicano perdendo di vista la verticalità dell’esistenza spirituale: ogni anima è fatta per le realtà divine e non per quelle orizzontali ed antropocentriche.

Undici giorni prima di morire, il 12 settembre 1968, san Pio da Pietrelcina, al quale Paolo VI aveva accordato la possibilità di continuare a celebrare la Messa in latino secondo il messale del 1962, indirizza una lettera pubblica a Paolo VI. Mai Padre Pio aveva compiuto un gesto simile. Volle correre in sostegno del Papa proprio a motivo delle pesanti reazioni negative che emersero dopo l’Humanae vitae. Padre Pio esortò l’ordine cappuccino a essere «sempre più pronto ad accorrere nelle necessità della Madre Chiesa, al cenno della Santità Vostra». Poi, evocando le sofferenze del Pontefice «per le sorti della Chiesa, per la pace del mondo, per le tante necessità dei popoli, ma soprattutto per la mancanza di obbedienza di alcuni, perfino cattolici», offrì in riparazione le sue preghiere e sofferenze, «quale piccolo, ma sincero pensiero dell’ultimo» dei suoi figli. Il frate delle stigmate, che lo identificano a Cristo nella sua espiazione vicaria, sottolineando la drammaticità della situazione ecclesiologica, ringrazia il Sommo Pontefice per la «parola chiara e decisa» pronunciata con l’enciclica. Padre Pio offre la sua vita per la Chiesa e Dio lo esaudisce: il giorno 22 dello stesso mese, trascorso il 50° anniversario delle sue stigmate (20 settembre), il cappuccino di San Giovanni Rotondo si spegne.

Il mercoledì delle Ceneri dell’11 febbraio 1970, Paolo VI, molto probabilmente pensando anche a Padre Pio, dirà: «La Chiesa anch’essa ha bisogno di essere salvata da qualcuno che soffre, da qualcuno che porta dentro di sé la Passione di Cristo»[31] .

Vorrei concludere questo intervento con le parole pronunciate da Sua Eccellenza il Vescovo Luigi Negri, il quale, in una riedizione dell’enciclica Pascendi del 2007 così scrisse nella prefazione:

«Il modernismo è realmente un punto nodale nella storia della cristianità occidentale; è un momento in cui la cultura cattolica ha come accettato di rimodularsi completamente sui principi ispiratori e sui contenuti fondamentali della mentalità laicista e gnostica. Si è trattato, in sostanza, di una vera e propria sostituzione dell’evento con l’ideologia di carattere religioso e questa ideologia poi pensata, affrontata, vissuta, comunicata accettando come punto ermeneutico indiscutibile e intrascendibile, uno storicismo e un razionalismo assunti senza criticità nel contesto ideologico dominante»[32].

Il Modernimo, che tanti problemi e tante sofferenze ha creato sia a San Pio X che al Beato Paolo VI, e che da più di cento anni tanto fascino esercita su teologi ed ecclesiastici, continua ad essere per il mondo cattolico un’infezione irrisolta.

Cristina Siccardi

[1] B. Gherardini, Quaecumque dixero vobis. Parola di Dio e Tradizione a confronto con la storia e la teologia Lindau, Torino 2011, p. 37.

[2] C. Bellaigue, Pie X et Rome, notes et souvenirs, 1903-1914, Nouvelle Librairie Nationale, Paris 1916, p. 23. Cfr. anche C. Siccardi, San Pio X. Il papa che ha ordinato e riformato la Chiesa, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2014, p. 16.

[3] «La Civiltà Cattolica», 1908, vol. IV, p. 514.

[4] Il «Modernismo» fu un movimento di pensiero cattolico di rilievo operante tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, che cercava una conciliazione tra filosofia moderna e la teologia cristiana. Diversi filosofi e teologi e tedeschi, inglesi, francesi ed italiani cercarono di adattare il pensiero cattolico ai nuovi tempi, volendo piegare e asservire la Chiesa alla scienza, alla cultura moderna, al mondo. La filosofia cristiana veniva identificata con la concezione razionalistica, immanentistica e storicistica del pensiero e della realtà. Seguendo questo percorso il modernismo criticava radicalmente le componenti mistiche e anche miracolistiche del cattolicesimo, anche delle origini. Il modernismo ebbe una diffusione in tutta Europa. Fra i principali esponenti: gli italiani Salvatore Minocchi, Romolo Murri, Ernesto Buonaiuti; l’irlandese George Tyrrell; i francesi Alfred Loisy e Lucien Laberthonnière.

[5] Card. R. Merry del Val, San Pio X. Un santo che ho conosciuto da vicino, Fede & Cultura, Verona 2012, p. 53.

[6] G. Varnier, La riforma della Curia, in AA.VV. Pio X e il suo tempo, il Mulino, Bologna 2003, p. 299.

[7] N. Vian, Ave Maria per un vecchio prete. Intermezzi aneddotici lungo la vita di san Pio X, Edizioni Messaggero di Sant’Antonio, Padova 2013, p. 128.

[8] N. Vian, Ave Maria per un vecchio prete… op. cit., p. 39.

[9] M. Guasco, Pio X, santo, Enciclopedia dei Papi (2000), Enciclopedia Treccani, http://www.treccani.it/enciclopedia/santo-pio-x_(Enciclopedia_dei_Papi)/

[10] Ibidem.

[11] C. Snider, I tempi di Pio X. L’episcopato del Cardinale Andrea C. Ferrari., Neri Pozza Editore, vol. II, Vicenza 1982, p. 199.

[12] Il numero di vittime è stimato da 100 000 a 200 000. Per la gravità dei danni diretti ed indiretti causati dagli ordigni, per le implicazioni etiche comportate dall’utilizzo di un’arma di distruzione di massa e per il fatto che si è trattato del primo e unico utilizzo in guerra di tali armi, i due attacchi atomici vengono considerati fino ad ora gli episodi bellici più devastanti dell’intera storia dell’umanità.

[13] Questa è la versione ufficiale che Giovanni Paolo II (1920-2005), attraverso la Congregazione della Dottrina della Fede, volle consegnare nel giugno del 2000. La scrivente è suor Lucia:

« J.M.J.

La terza parte del segreto rivelato il 13 luglio 1917 nella Cova di Iria- Fatima.

Scrivo in atto di obbedienza a Voi mio Dio, che me lo comandate per mezzo di Sua Ecc.za Rev.ma il Signor Vescovo di Leiria e della Vostra e mia Santissima Madre.

Dopo le due parti che già ho esposto, abbiamo visto al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l’Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza,Penitenza! E vedemmo in una luce immensa che è Dio: “qualcosa di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti” un Vescovo vestito di Bianco “abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre”. Vari altri Vescovi, Sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c’era una grande Croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarci, attraversò una grande città mezza in rovina e tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i Vescovi Sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i

due bracci della Croce c’erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio. Tuy-3-1-1944 » Congregazione per la Dottrina della Fede, Il Messaggio di Fatima, supplemento a «L’Osservatore Romano », numero 147 del 26-27 giugno 2000, p. 21. Cfr. anche C. Siccardi, Fatima e la Passione della Chiesa, Sugarco, Milano 2012.

[14] «Libro rosso», dal colore della copertina.

[15] Giovanni Maria Vianney (1786-1859) venne canonizzato il 31 maggio 1925 da Pio XI (1857-1939), che nel 1929 lo dichiarò patrono dei parroci.

[16] https://w2.vatican.va/content/john-xxiii/it/speeches/1962/documents/hf_j-xxiii_spe_19621011_opening-council.html

[17] https://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/speeches/1965/documents/hf_p-vi_spe_19651207_epilogo-concilio.html

[18] Affermerà il Cardinale Giovanni Colombo: «Io sono convinto che fu una fortuna provvidenziale che Paolo VI abbia respirato a pieni polmoni, e non soltanto nella stagione giovanile, l’aria dell’Oratorio filippino, la più libera famiglia religiosa che esista nel cattolicesimo», in G. Colombo, La spiritualità di Giovanni Battista Montini, in Paul VI et la modernité dans l’Église. Actes du colloque de Rome (2-4 juin 1983), École Française, Rome 1984, p. 153.

[19] Vedi Archivio del Monastero di Engelberg – Archivio Montini.

[20] Fra le motivazioni della proclamazione di san Benedetto a patrono d’Europa, leggiamo: «Principalmente lui e i suoi figli portarono con la croce, con il libro e con l’aratro il progresso cristiano alle popolazioni sparse dal Mediterraneo alla Scandinavia, dall’Irlanda alle pianure della Polonia. (…) Fu così che egli cementò quell’unità spirituale in Europa in forza della quale popoli divisi sul piano linguistico, etnico e culturale avvertirono di costituire l’unico popolo di Dio (…) Col libro, poi, ossia con la cultura, lo stesso san Benedetto, da cui tanti monasteri attinsero denominazioni e vigore, salvò con provvidenziale sollecitudine, nel momento in cui il patrimonio umanistico stava disperdendosi, la tradizione classica degli antichi, trasmettendola intatta ai posteri e restaurando il culto del sapere. Fu con l’aratro, infine, cioè con la coltivazione dei campi e con altre iniziative analoghe, che riuscì a trasformare terre deserte e inselvatichite in campi fertilissimi e in graziosi giardini; e unendo la preghiera al lavoro materiale, secondo il suo famoso motto “ora et labora”, nobilitò ed elevò la fatica umana (…) ai popoli di questo continente egli ispirò quella cura amorosa dell’ordine e della giustizia come base della vera socialità».

[21] C. Siccardi, Paolo VI. Il papa della luce, Paoline Editoriale Libri, Milano 2008, pp. 152-153.

[22] J. Guitton, Temoignage, in Paul VI et l’Art, Istituto Paolo VI- Studium, Brescia-Roma, 1989, p. 41.

[23] J. Guitton, Dialoghi con Paolo VI, Rusconi, Milano 1986, p. 123. Per approfondire si legga anche: J. Guitton, Paolo VI segreto, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 20024.

[24] C. Siccardi, Paolo VI. Il papa della luce, op. cit., p. 292.

           [25] https://w2.vatican.va/content/john-xxiii/it/speeches/1962/documents/hf_j-xxiii_spe_19621011_opening-council.html

[26] http://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/homilies/1972/documents/hf_p-vi_hom_19720629.html

[27] http://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/homilies/1972/documents/hf_p-vi_hom_19720629.html

[28] http://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/homilies/1972/documents/hf_p-vi_hom_19720629.html

[29] http://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/homilies/1972/documents/hf_p-vi_hom_19720629.html

[30] http://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/homilies/1972/documents/hf_p-vi_hom_19720629.html

[31] Cfr. A. Negrisolo – N. Castello – S.M. Manelli, Padre Pio nella sua interiorità, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2002.

[32] Mons. L. Negri, Premessa, Pascendi Dominici Gregis. Sugli errori del Modernismo, Cantagalli, Siena 2007, p. 5. Cfr. anche C. Siccardi, San Pio X… op. cit., p. 307.

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