I figli della noia

Il nostro presente è “figlio” di una generazione annoiata, nichilista e ribelle, quella del ’68. Una generazione, che ha abbattuto gli Ideali per sostituirli con gli idoli, ha sostituito l’ordine per far posto al caos. Una generazione, che ha sognato l’«immaginazione al potere», per poi, al suo risveglio, ritrovarsi in un incubo…

Se oggi ci troviamo nella postmodernità liquidaè perché, dopo vent’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, la cultura nichilista ha trovato fertile terreno di coltura nella generazione di quella gioventù europea cresciuta sotto il boom economico, annoiata e intenzionata a ribellarsi alle autorità, a partire da quella paterna. La figura del padre doveva essere spodestata e con lui i valori tradizionali della famiglia e dell’educazione scolastica e universitaria, mentre la donna, a partire dal sesso, doveva essere liberata e fare figli o abortire a seconda delle circostanze, onde seguire un femminismo ideologico antimaschilista, che avrebbe poi condotto a quelle pari opportunità disgreganti la famiglia e, dunque, la società. La ribellione di massa, in un’osmotica alleanza fra studenti ed operai, trovò i suoi principali miti politici nel rivoluzionario e guerrigliero Guevara e nel libretto rosso di Mao Zedong.

La rilevanza storica degli accadimenti del 1968 non è tutt’oggi sufficientemente rimarcata, ciò è dovuto al fatto che essi, similmente a ciò che accadde per il “meritorio” 1789 (come spesso la Rivoluzione Francese è considerata dal pensiero dominante), costituiscono un atto di crescita dei cittadini e di liberazione nei confronti di regole e principi considerati superati e inibenti. Insomma, per l’opinione pubblica, formata in palestre culturali sessantottine, le sementi di 50 anni fa produssero frutti benefici e di vittoria contro una società considerata oppressa dalle censure civili e religiose.

Stravolte moda e arte

Gli usi e costumi, dettati dalla moda (minigonne e abiti succinti; capelli lunghi per gli uomini; lo stile hippie; i nudisti…) e dalle arti, mutarono rapidamente e con essi pudore e rispetto, che si declinarono in sfrontatezza e volgarità, formulando tipologie di vita antiborghesi, che hanno portato ad un conformismo di massa oggi esasperante e lesivo delle leggi naturali e divine. «Il Estinterdit d’interdire!», quindi «Vietato vietare!», era lo slogan preferito dagli studenti francesi e italiani.

All’inizio degli anni Sessanta, allontanato il terrore di una guerra atomica e cresciuta l’approvazione per la tecnologia, vista come cornucopia d’abbondanza, l’Occidente venne travolto dall’esplosione industriale e consumistica. La mercificazione dell’arte, già avviata negli anni Cinquanta, trovò nella spinta del progresso il suo alveo ideale, perciò l’arte stessa divenne rappresentazione degli oggetti prodotti dall’industria ed esaltati dalla pubblicità. Con Roy Lichtensteingli oggetti usciti dal ciclo produttivo dell’uomo, per soddisfare i fabbisogni di massa, diventano i protagonisti delle sue tele. Da qui il connotato «popolare» ed ecco la Pop art con i ritratti di Marilyn Monroe o Mao Zedong o delle bottiglie di Cocacola. Tutto diventa merce, anche le persone, anche e soprattutto i disvalori ad essi legati.Se fino ad allora l’Arte europea aveva basato la sua eccellenza sull’arte cristiana, d’ora in poi quei valori non saranno più ritenuti tali neppure dall’arte sacra stessa che si secolarizzerà e protestantizzerà sempre più, in una sorta di neoiconoclastia, fino ad arrivare a chiese non più chiese come bene esprime il cubo di Fuksas a Foligno.

La contestazione, contro la disciplina dei comportamenti, carpisce l’arte, ma anche la letteratura. Pensiamo a Pier Paolo Pasolini, divenuto un punto di riferimento della critica alle abitudini borghesi e della società dei consumi, tuttavia fortemente polemico, come ebbe a scrivere in una poesia: «Ho passato la vita a odiare i vecchi borghesi moralisti, e adesso, precocemente devo odiare anche i loro figli… La borghesia si schiera sulle barricate contro sé stessa, i “figli di papà” si rivoltano contro i “papà”. La meta degli studenti non è più la Rivoluzione ma la guerra civile. Sono dei borghesi rimasti tali e quali come i loro padri, hanno un senso legalitario della vita, sono profondamente conformisti. Per noi nati con l’idea della Rivoluzione sarebbe dignitoso rimanere attaccati a questo ideale.» (Il Pci ai giovani!!, 16 giugno 1968).

La «Beat Generation»

Altro efficace canale di diffusione delle rivolte è la musica. Il modello che si sviluppa in contemporanea alla beat generationè il rock and roll, che interpreta il senso di inquietudine edi protesta, che farà il successo dei «RollingStones»,accesi provocatori, che creano una miscela fra rock e blues, con ritmi duri, lascivi, canto aggressivo con continui riferimenti al sesso e alle droghe. In Italia, invece, Migliacci e Lusiniscrivono C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i RollingStones(1966), canzone di stampo comunista, eseguita da Morandi. Poi ci sono cantautori come De André el’anarchico Guccini.

Contro i “padroni” (i datori di lavoro), contro i “matusa” (i genitori), contro i “baroni” (i docenti universitari), contro l’industria del sapere, contro la scuola “elitaria”, come denunciava don Lorenzo Milani… Ci si pone contro tutto ciò che è ordine e gerarchia per assurgere ad una democratizzazione progressista, alla quale aderisce parte del mondo cattolico. Il bisogno di cambiamento è viscerale e scatena reazioni di piazza e di occupazione aggressive e violente. A questo riguardo occorre segnalare la documentazione giornalistica che svolse Sergio Zavoli nelle 18 puntate de La notte della Repubblica (Rai 2) dove sono evidenti le ripercussioni che quelle contestazioni ebbero sugli sviluppi degli Anni di piombo.

Se a Roma nel giugno 1967 nasce la rivista mensile di diffusione culturale di massa «Quindici», che si definiva «sano elemento di disordine», dieci anni dopo al cinema tutti andranno a vedere il film di Pietrangeli, tratto dal romanzo Porci con le ali. Diario sessuo-politico di due adolescenti. Quella ribelle gioventù si infatuò, dal punto di vista letterario, di Herbert Marcuse, sia con il libro Eros e civiltà (1955), nella quale il pensatore tedesco formula l’idea di una società liberata dalla repressione delle tradizioni; sia L’uomo a una dimensione (1964), dove accese sono le critiche al capitalismo e proprio per questo diventa un’opera centrale del movimento studentesco nel mondo. Diventa uno dei principali interpreti della voce provocatoria degli universitari, febbricitanti di novità, di anti-sistema,di pacifismo e di avanguardie.Si autodefiniscemarxista, socialista,hegeliano.Si invoca l’immaginazione al potere, non a caso la canzone Imagine (1971) di John Lenon, diventa una sorta di manifesto comunista; il brano, dissel’autore, era «anti-religioso, anti-nazionalista, anti-convenzionale e anti-capitalista, e viene accettato solo perché è coperto di zucchero». La moglie Yoko Ono affermò che il messaggio si poteva sintetizzare così: «siamo tutti un solo mondo, un solo paese, un solo popolo», un mondo globalizzato, lo stesso che ci prospetta l’Unione Europea dei nostri giorni.È l’immaginazione al potere.

Cristina Siccardi

 

Fonte: Radici Cristiane n. 131 – Marzo 2018

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