di Cristina Siccardi
Il romanzo Il Gattopardo, capolavoro letterario del principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ha affrescato in maniera ineccepibile ciò che avvenne nella società siciliana durante il traumatico e violento trapasso dal Regno borbonico delle due Sicilie al Risorgimento nazionale. «Spes mea in Deo est» era il motto della famiglia dell’autore, famiglia le cui notizie storiche risalgono al VII secolo, ma che si ritiene possa essere originaria addirittura di Bisanzio e che diede molti dei propri figli alla Chiesa.
«Noi fummo i Gattopardi, i Leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti, gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra», così afferma Fabrizio Corbera, principe di Salina nel romanzo Il Gattopardo, capolavoro letterario del principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957), pubblicato postumo nel 1958 e traslato cinematograficamente nello storico colossal datato 1963 del regista Luchino Visconti. Bocciata da Mondadori, Einaudi, Longanesi, l’opera uscì con Feltrinelli, vincendo il Premio Strega nel 1959, divenendo uno dei best-seller del secondo dopoguerra, considerato fra i più grandi romanzi della letteratura non solo italiana, ma mondiale.
L’autore, che ha affrescato in maniera ineccepibile ciò che avvenne nella società siciliana durante il traumatico e violento trapasso dal Regno borbonico delle due Sicilie al Risorgimento nazionale, giunto al Sud con la spedizione dei mille guidata dal sanguinario Garibaldi, era discendente della nobile famiglia Tomasi di Lampedusa.
«Spes mea in Deo est» era il motto della famiglia principesca, mentre lo stemma riproduceva in campo azzurro un leopardo d’oro, illeonito, stante al di sopra di tre verdi cime montagnose.
Le prime notizie storiche sui Tomasi risalgono al VII secolo, mentre, per quanto concerne i secoli precedenti, sono state prospettate ipotesi diverse. Secondo alcune narrazioni tradizionali la famiglia sarebbe originaria di Bisanzio (330 d.C.). Alcuni studiosi sostengono che la famiglia de’ Leopardi da Roma si trasferì a Costantinopoli al seguito dell’imperatore Costantino I. Filadelfo Mugnos affermò che la famiglia discendeva da Leopardo, figlio di Crispo, primogenito dell’imperatore Costantino. Archibald Colquhoun ritenne che il capostipite dei Tomasi (famiglia) sia stato Thomaso il Leopardo, figlio dell’imperatore Tito e della regina Berenice. Andrea Vitello, autore che ha approfondito gli studi sulla famiglia, fa discendere i Tomasi da Irene, figlia dell’imperatore bizantino Tiberio I, che sposò Thomaso detto il Leopardo, principe dell’Impero e comandante della guardia imperiale.
Sarebbero stati due fratelli gemelli, Artemio e Giustino, gli artefici del ritorno in Italia dei Leopardi-Tomasi. Temendo per la loro vita a causa delle lotte al vertice dell’Impero, lasciarono Costantinopoli dopo la morte dell’imperatore Eracleo, tra il 640 e il 646, stabilendosi ad Ancona. Dal ramo rimasto nelle Marche discenderebbero i Leopardi nei rami di Recanati, come pure sosteneva Monaldo padre di Giacomo Leopardi, e di Amatrice, da cui discende la schiatta di Pier Silvestro Leopardi.
In Sicilia non vigeva la legge salica perciò i titoli nobiliari si trasmettevano anche in linea femminile. Il primo titolo nobiliare dei Tomasi di Sicilia, la baronia di Montechiaro, furono acquisite per via materna anche le baronie di Franconeri e della Torretta. Il casato dei Tomasi di Lampedusa, ramo staccatosi dai Tomasi di Capua, trasferitosi da Siena nel Regno di Napoli al seguito di Alfonso V d’Aragona (1396-1458), è quello immortalato ne Il Gattopardo.
Il capostipite dei Tomasi siciliani fu Mario, vissuto nella seconda metà del XVI secolo, capitano d’armi, che si trasferì dalla Campania in Sicilia, precisamente a Licata, dove sposò Francesca Caro baronessa di Montechiaro. Ebbero due gemelli, Ferdinando e Mario, governatore del Castello di Licata e capitano dell’Inquisizione. Ferdinando, barone di Montechiaro, sedicenne sposò Isabella La Restia ed ebbero due gemelli, Carlo e Giulio. Il primo venne nominato duca di Palma nel 1639 e fondò il comune di Palma di Montechiaro. Tuttavia scelse la via religiosa, perciò cedette baronia e ducato al fratello e prese gli ordini divenendo chierico regolare teatino. Studioso di teologia, scrisse numerose opere in latino e italiano. Dopo la sua morte, essendogli stati attribuiti diversi miracoli, venne avviato un processo di beatificazione e fu proclamato Servo di Dio. Il secondo, Giulio I (1614-1669), duca di Palma e barone di Montechiaro venne nominato principe di Lampedusa, sposò Rosalia Traina, baronessa di Falconeri e la coppia, di principi profondamente cattolici, educò religiosamente i propri otto figli, di cui quattro divennero monache (una di esse fu proclamata beata), mentre un fratello entrò fra i Teatini: Francesca (1643-1727), suor Maria Serafica, badessa del monastero di Palma; Isabella (1645-1699), suor Maria Crocifissa, beata (nel romanzo è ricordata come Beata Corbera); Ferdinando (1647), che morì a tre mesi; Antonia (1648-1721), suor Maria Maddalena; Giuseppe I (1649-1713), il futuro San Giuseppe Maria Tomasi; Rosaria, che morì a 11 mesi (1650-1651); Ferdinando (1651- 1672); Alipia (1653-1734), suor Maria Lanceata. Soltanto Ferdinando non intraprese la via clericale. I genitori fecero voto di castità nel 1655 e la moglie entrò, insieme a figlie, come oblata nel monastero di Palma; mentre il consorte, molto dedito alla preghiera, si dedicò alle opere di carità.
Giulio I dedicò tutta la sua esistenza alla beneficenza e alle opere pie con un tale impegno e ardore da meritare la definizione di «Duca Santo». Edificò numerose chiese, un asilo per le orfanelle, un ospedale, un reclusorio per prostitute pentite, istituì un Monte di Pietà per contrastare gli usurai, avviò bonifiche territoriali e si attivò per risolvere mille problemi sociali. Il terzo principe di Lampedusa fu Ferdinando I (sopracitato tra i figli di Giulio I), al quale spettarono i titoli nobiliari del padre, in quanto il fratello suo omonimo era morto a tre mesi, mentre Giuseppe I aveva rinunciato ai suoi diritti dinastici abbracciando la vita della Chiesa. Tutte e quattro le figlie vollero entrare come suore di clausura nel Monastero Benedettino. Il fervore religioso di Giulio I e dei suoi congiunti era tale che a Palma l’intera famiglia era nota come «una razza di Santi». Il forte sodalizio fra il casato e la Chiesa proseguì nel corso del tempo, pensiamo, per esempio, a Ferdinando II (1697-1775), che ebbe dieci figli, molti dei quali scelsero la vita ecclesiastica e religiosa.
Da ricordare che la famiglia annovera anche tre cardinali nel periodo bizantino: Fabio, durante il papato di Gregorio III, Vibiano durante quello di Alessandro II e Pietro durante il Patriarcato di Gerusalemme di Sergio III. Il profondo attaccamento alla Chiesa che si respirò nella dinastia millenaria si perpetrò lungo i secoli, tanto che la famiglia rischiò più volte l’estinzione.
Il protagonista de Il Gattopordo fa riferimento al realmente esistito Giulio Fabrizio Maria Tomasi Caro Traina IV (1815-1885), bisnonno dell’autore, nonché principe di Lampedusa, duca di Palma, barone di Montechiaro e Falconeri, il quale si unì a Maria Stella Guccia e Vetrano, figlia del marchese di Ganzaria e zia del matematico Giovanni Battista Guccia (1855-1914), fondatore, il 2 marzo 1884, del Circolo Matematico di Palermo, la più antica associazione accademica italiana di questa disciplina. I due coniugi ebbero dodici figli, sette femmine e cinque maschi.
Giuseppe IV (1838-1908), primogenito del Gattopardo, sposò nel 1867 Stefania Papè e Vanni (1840-1913), dalla quale ebbe cinque figli maschi: Giulio (1868-1934), Pietro (1873-1964), Francesco (1875-1956), Ferdinando (1877-1920) e Giovanni (1879-1940). Francesco ebbe un figlio, Giuseppe, morto ventenne nel 1945; mentre si sposarono, ma non ebbero figli, Pietro, Ferdinando e Giovanni. Il primogenito, Giulio V, ebbe, oltre all’autore del romanzo, una femmina, Stefania, morta a tre anni (1893-1896). Giuseppe V (1896-1957), lo scrittore, principe, duca e barone, sposò nel 1932 Alessandra Wolff-Stomersee, figlia di un nobile baltico e dell’italiana Alice Barbi, che, nel 1920, in seconde nozze aveva sposato Pietro, zio di Giuseppe. Alla morte dello scrittore, proprio lo zio Pietro, il parente maschio più prossimo, ereditò i titoli di principe di Lampedusa, duca di Palma e barone di Montechiaro e Falconeri. Come secondogenito era già barone della Torretta, conosciuto però come marchese, titolo che usò ufficialmente nella carriera diplomatica. Pietro fu Ministro degli Esteri, Senatore del Regno, ultimo presidente del Senato del Regno e presidente del primo Senato della Repubblica. Con Pietro Tomasi della Torretta si estinse la linea maschile.
Fra i diversi discendenti in linea femminile ricordiamo Isabella Crescimanno di Capodarso, deceduta nel 2015, che scrisse il libro Memorie, nel quale vengono raccontati aneddoti familiari. Rimangono tuttora in Sicilia il fratello Cesare Crescimanno e i figli di quest’ultimo, Mario e Maria Laura, entrambi con discendenza.
Radici Cristiane n.148 – novembre 2019
