Della principessa Maria Clotilde di Savoia restano, in lingua francese, diverse lettere e un Diario che compilò fra il 1° gennaio 1858 e il 29 gennaio 1859, quando aveva 15-16 anni: da tutte queste pagine si evince la semplicità, la serenità, la fede e la santità di una donna ancorata a Dio, ai valori della famiglia e alla patria.
Clotilde, Maria, Teresa, Luisa di Savoia, della quale nel 2011 ricorrevano i cento anni dalla scomparsa (per l’occasione la Famija Moncalereisa di Moncalieri ha allestito una bella mostra fra il 26 giugno e il 15 luglio 2011, dal titolo «La principessa Clotilde e l’Unità d’Italia»), era nata a Torino la notte fra il 1° e 2 marzo 1843 da Vittorio Emanuele II (1820-1878), allora Duca di Piemonte, e da Maria Adelaide (1822-1855), arciduchessa d’Austria.
Il Battesimo venne amministrato dall’Arcivescovo della capitale subalpina, Monsignor Luigi Fransoni (1789-1862), che molto ebbe a patire sotto i colpi dei liberali e dei massoni e che, opponendosi con coraggio alle leggi anticlericali, fu condannato all’esilio nella città di Lione, dove morì.
Clotilde fu la primogenita di otto figli e quando la madre perì di tifo fu data a lei la responsabilità di coordinare casa e famiglia. Precocemente, dunque, provò il dolore lacerante e allo stesso tempo l’imperio del dovere. Infanzia e giovinezza furono all’insegna di una precoce e palese maturità, sia di sentimenti che di scelte. Molto sensibile e legata fortemente agli affetti e alle amicizie scriverà, ricordando l’ultima visita fatta alla madre morente:
«Io la vidi per l’ultima volta il giorno 18 [gennaio 1855]. […]. I suoi bei capelli neri sparsi sul guanciale facevano vivo contrasto con la sua figura così pallida e disfatta. […]. Papà mi disse che nel suo delirio questa madre diletta parlava molto della sua Clotilde e che mi vedeva camminare dappertutto, persino sulle cornici della sua camera. […]. Così quella bell’anima si addormentò nella pace del Signore tranquillamente e santamente, come aveva sempre vissuto, […]. Oh, quali dolorosi ricordi!! [pochi giorni prima era morta la suocera della mamma, Maria Teresa d’Asburgo-Lorena Toscana (1801-1855)] E poi la morte di Vittorio [l’ultimo fratello]; poi quella dello zio Ferdinando. In quell’anno la nostra famiglia fu ben colpita da sventure!».
Sventure profetizzate da san Giovanni Bosco (1815-1888), il quale aveva avvertito il futuro primo Re d’Italia: se avesse avallato la legge Rattazzi (come avvenne proprio nel 1855) per la soppressione degli Ordini religiosi e l’incameramento dei loro beni da parte dello Stato, Casa Savoia sarebbe stata funestata da diversi lutti. Don Bosco pubblicò anche un opuscolo, dove ammoniva Vittorio Emanuele II, scrivendo fra l’altro: «La famiglia di chi ruba a Dio è tribolata e non giunge alla quarta generazione», come accadrà con la fine della monarchia in Italia dopo la terza generazione. Rimangono lettere molto intense e toccanti di Clotilde, indirizzate al padre per cercare di persuaderlo di fermare l’irruente valanga persecutoria ai danni della Chiesa: «Se sapesse, Papà mio, come ne soffro! Ella lo sa, come lo so io: tutto passerà in questo mondo, tutto crollerà; ma la Chiesa rimarrà inconcussa, avendo per sé le promesse del suo Divino Fondatore» (8 febbraio 1877).
Corrispose epistolarmente anche con i Sommi Pontefici: il beato Pio IX (1792-1878), Leone XIII (1810-1903) e san Pio X (1835-1914). Membro del Terz’ordine di san Domenico (fece la professione di fede il 14 maggio 1872), prendendo il nome di Suor Maria Caterina del Sacro Cuore, arrivò ad affermare a padre Giacinto Maria Cormier O.p. (1832-1916), poi Maestro generale dell’ordine domenicano dal 1904 al 1916: «È tanto chiaro dunque che tutto sembra concorrere a un solo e medesimo scopo: la mia santificazione! […] ho un gran bisogno d’annientamento e di immolazione! Niente mi basta in fatto di difficoltà e di sofferenze: vorrei potermi consumare ai piedi di Gesù, come una vittima di espiazione, di riparazione, di amore» (23 luglio 1875).
Maria Clotilde venne investita di obblighi reali e familiari di grande peso, che seppe condurre con abilità, amabilità e carità tutta cristiana. Essendo la primogenita, ma anche la figlia prediletta di Vittorio Emanuele, per doveri di Stato, accettò a malincuore di sposare il 30 gennaio 1859 Napoleone Giuseppe Carlo Paolo Bonaparte (1822–1891), noto e attempato libertino. Le nozze erano state strategicamente predisposte da Cavour (1810-1861) e da Napoleone III (1832-1916). Il Principe Napoleone, detto Gerolamo (Jérôme) o Plon-Plon, fu ufficiale dell’esercito del Württemberg dal 1837 al 1840 e divenne il capo riconosciuto della famiglia Bonaparte. Il 16 gennaio 1883 fu arrestato a Parigi per aver sponsorizzato un plebiscito a favore del suo diritto al trono e nel 1886, a causa della sua potenziale pretesa al trono imperiale, fu bandito dal territorio francese.
Maria Clotilde visse a Parigi sfuggendo gli splendori della Corte imperiale, dedicandosi alla beneficenza, con gran dispetto del marito. Scoppiata la rivoluzione nel 1870, decise di rimanere nella capitale francese in rivolta, malgrado le insistenze del padre a rientrare in patria, alle quali rispose con una lettera intrisa di Fede e di senso del dovere:
«L’assicuro che non è il momento per me di partire […] la mia partenza farebbe il più pessimo e deplorevole effetto. Non ho la minima paura: non capisco nemmeno ch’io possa aver paura. Di che? E perché? Il mio dovere è il rimanere qui tanto che lo potrò, dovessi io restarci e morirci: non si può sfuggire davanti al pericolo […]. Non tengo al mondo, alle ricchezze, alla posizione che ho; non ci ho mai tenuto, caro Papà, ma tengo ad adempiere, sino alla fine, il mio dovere. […]. Non sono una Principessa di Casa Savoia per niente! Si ricorda cosa si dice dei Principi che lasciano il loro Paese? Partire, quando il Paese è in pericolo, è il disonore e l’onta per sempre. Se parto, non abbiamo più che da nasconderci. Nei momenti gravi bisogna avere energia e coraggio; li ho, il Signore me l’ha dati e me li dà. Mi scusi, caro Papà, se forse le parlo troppo liberamente, ma mi è impossibile di non dirle ciò che sento, ciò che ho in cuore. Sia convinto che Mammà mi approva dal cielo».
Fuggiti tutti i Bonaparte e proclamata la Repubblica, lasciò Parigi per ultima e da sola, in pieno giorno, con la carrozza scoperta e le sue insegne: nel recarsi alla stazione, la guardia repubblicana le rese gli onori.
Subì la vita dissipata del marito che in seguito la abbandonò, lasciandola in ristrettezze economiche. Tuttavia rimase sempre lei: la tenera madre adottiva dei fratelli; la figlia rispettosa; la nuora affabile dello spodestato Re di Vestfalia, Girolamo Bonaparte (1784-1860); la sorella dei poveri; la sposa che si sacrificò per la salvezza eterna del marito, al quale, morente, gli stette accanto.
La Serva di Dio spirò a 68 anni nel suo castello di Moncalieri il 25 giugno 1911 e venne sepolta nella basilica di Superga. Il 6 aprile 1936, nella diocesi di Torino, iniziò il processo di beatificazione della «Santa di Moncalieri», come ormai da anni veniva chiamata.
Cristina Siccardi
Fonte: Radici Cristiane, aprile 2012
