«L’amore non può mai rimanere in ozio» affermava Santa Teresa d’Avila, della quale quest’anno si celebrano i 500 anni dalla sua nascita. Per lei fu proprio così: l’amore per Cristo la spinse ad imprese umanamente impossibili da realizzare. Questa grande monaca e mistica fu una donna di formidabile azione spirituale e pratica, traboccante di vita e di sensibilità. Fondatrice e letterata, la sua opera di Riforma, all’interno del Carmelo, continua ad essere di vivida attualità.
Teresa aveva due anni quando furono affisse sulla porta della Cattedrale di Wittenberg le 95 tesi di Lutero contro la vendita delle indulgenze, una roboante manifestazione pubblica di protesta contro la Chiesa. Nel secolo della Riforma Protestante (più corretto sarebbe dire Rivoluzione) Teresa si distinse per la sua imponente opera riformatrice all’interno dell’Ordine carmelitano, dove la Regola aveva subito un rilassamento.
Nasce il 28 marzo 1515 ad Avila, in Castiglia. La sua famiglia era nobile e di antica tradizione cattolica. Terzogenita di 9 figli, si esalta delle vite dei santi e a 7 anni decide di conquistare il regno eterno, disposta anche al martirio. Donna colta e autodidatta, per tutta la vita sarà attratta dalla scienza dei dottori, ma sempre diffiderà dei «mezzi-dotti». Cresce, graziosa e piena di vita, ma è ben cosciente del pericolo di quell’età e, morta sua madre, si affida alla Vergine Maria; tuttavia il mondo l’attrae, come scriverà a 47 anni nella sua autobiografia, e di «tutto ciò che spingeva il mio animo alla virtù non mi rimase nulla». Nel 1531, dopo 18 mesi trascorsi dalle Agostiniane, per volere del padre che desidera recuperare la figlia, Teresa riscopre le bellezze della vita contemplativa ed entra in un forte combattimento interiore. Infine trionfa «la verità del tempo in cui ero piccola» e desidera entrare nel Carmelo dell’Incarnazione di Avila. Di fronte all’opposizione del padre, la volitiva Teresa decide di fuggire da lui; una rottura violenta e dolorosa perché, come registrerà nella Vita, scritta dopo il 1567, «il sentimento dell’amore divino non era abbastanza forte da controbilanciare quello che portavo a mio padre».
Ha 21 anni quando prende l’abito religioso: è il 2 novembre 1536. Il monastero dell’Incarnazione, dove Teresa vivrà per 30 anni, segue la Regola «mitigata», concessa da Papa Eugenio IV nel 1432. In questo regime di libertà, dove non c’è clausura, sorgono abusi e Teresa ne patisce. Di fronte a tale situazione il suo spirito procede nel cammino di santificazione, ma il suo fisico declina a tal punto che il 15 agosto 1538 entra in coma per tre giorni e fino al 1540 resterà nell’infermeria del monastero, semiparalizzata. Malgrado queste «torture» continua a pregare, imparando la rassegnazione e l’abbandono in Dio. Poi, finalmente, acquista nuova salute e intraprende diverse amicizie; ma qualcosa, anzi molto, non va: «Non gioivo di Dio e il mondo non mi accontentava».
Nel capitolo VIII della sua Vita Teresa descrisse questi estenuanti anni di progressi e di ricadute, in cui sentì gli appelli pressanti del Signore, ma ai quali oppose mille ostacoli, sottomettendosi comunque all’apprendistato dell’umiltà. Con il 1555 irrompono due eventi che le fanno ritrovare il senso della vita. Un giorno, prima di recarsi a pregare, si blocca di fronte alla rappresentazione di un Cristo alla colonna, flagellato, sanguinante e coronato di spine. È sconvolta e prende vera coscienza: è Cristo vivo, che soffre per lei. L’impressione sensibile, come un trampolino, la rimanda dal visibile all’invisibile, tutto ciò la sprona alla contemplazione più genuina. Sarà così che nei suoi monasteri Teresa farà collocare quadri e statue, sostegni della vita spirituale, perché «cosa c’è di migliore e di più gradevole alla vista della contemplazione di colui che ci ama e che racchiude in sé tutti i bisogni?».
La seconda leva per la sua conversione è la lettura delle Confessioni di sant’Agostino, un vero e proprio bagno di consapevolezza del proprio nulla e dei prodigi della Fede. Progressivamente rompe con le sollecitazioni del mondo esterno, con le conversazioni frivole, le amicizie ingombranti, per consegnarsi a quel «commercio di amicizia» con il Signore. Proprio in questo tempo riceve delle grazie mistiche: quiete, unione, rapimento estatico (1556); i favori divini si moltiplicano: «l’anima è sospesa», «la volontà ama», «l’intelletto cessa di discorrere»; è «un diletto né interamente sensibile né interamente spirituale». Da attenta e raffinata pedagoga quale è, Teresa illustra ciò che avviene dentro di lei. Paragona l’anima che si offre alla preghiera ad un terreno incolto che un giardiniere trasforma in un incantevole parco. Pur non essendo teologa, valuta le condizioni della buona orazione e confuta le dottrine che giudica erronee, ponendo nel cuore della contemplazione Cristo che soffre nella Passione e sulla Croce, unico cammino verso Dio per le persone, non puri spiriti, ma fatte di carne e di sangue. A tutti coloro che esortano «a eliminare ogni rappresentazione corporea per dedicarsi alla contemplazione della sola divinità», ella risponde con risolutezza che essi danno prova di presunzione perché «non siamo angeli, noi abbiamo un corpo».
Gli stati mistici, sempre più intensi e frequenti, la condannano alla solitudine dell’incomprensione. Un giorno sente: «Non voglio più che tu conversi con gli uomini ma con gli angeli». Sono parole che non vengono dall’«udito corporeo» e si impongono con tanta forza che «è inutile rifiutarsi di ascoltarle». Questa esigenza, questa esclusività che Dio da lei pretende segnano una nuova tappa determinante. L’appassionata Teresa non rinuncia al calore delle amicizie, ma nulla più deve separala da Cristo. Intanto l’Inquisizione la osserva con sospetto e vengono ai fatti: le sono sequestrati tutti i libri in lingua volgare che riguardano la dottrina. La solitudine si fa allora più amara, ma Dio la consola con una visione: «Non aver paura, ti darò un libro vivente». Dal 1559 i doni mistici crescono ancor più, anche pubblicamente, «con suo grande dispiacere» e l’anno seguente riceve la grazia della transverberazione. Sono in tanti, ora, ad affermare che agisce sotto i comandi del demonio e vogliono farla esorcizzare…
Nel settembre del 1560 ha una visione terrificante: per qualche istante si vede nell’inferno, torturata e soffocata dalla disperazione, con l’anima lacerata. Rimane così sconvolta che assume due impegni, quello di vivere secondo la Regola nel modo più perfetto possibile e quello di pregare e sacrificarsi per la salvezza dei peccatori. Il terrore lancinante della perdita delle anime – dovuta anche ai Protestanti – non la lascia più ed ecco che, insieme ad alcune consorelle ed amiche laiche, vuole riformare la vita religiosa per restaurare la Regola primitiva data dagli eremiti del Monte Carmelo da Sant’Alberto nel XIII secolo. Doña Guiomar, unita d’amicizia speciale a santa Teresa, offre una rendita per garantire la fondazione di un nuovo monastero. Tutta Avila beffeggia e copre di sarcasmi l’iniziativa, mentre un sacerdote rifiuta di dare la comunione a Doña Guiomar se non viene posto freno allo “scandalo”, allo stesso tempo si minaccia di avvertire l’Inquisizione. Ma Teresa non si arrende, sa che le sue richieste sono legittime e volute dal Signore, perciò scrive una lettera a Papa Pio IV (1499-1565), dal quale ottiene un Breve: può procedere nel suo disegno riformatore.
Cristina Siccardi
Fonte: Radici Cristiane, maggio 2015
