Sant’Antonio da Padova. Il «Dottore evangelico»

La Basilica di Padova, intitolata al francescano Sant’Antonio, dove le sue spoglie riposano, è sempre gremita di fedeli. Si tratta, infatti, di uno dei santi fra i più favoriti della «religione popolare», ma al tempo stesso è Dottore della Chiesa. Ecco che ci troviamo di fronte ad un vero e proprio fenomeno antoniano, che si perpetua nel tempo. La sua effige (più lui di san Francesco d’Assisi) è riprodotta nella maggior parte delle chiese; questa straordinaria devozione è diffusa in tutti gli strati sociali e si fonda soprattutto sulla fiducia nella capacità di intercessione del santo, un po’ come accade per il culto a santa Rita da Cascia.

Originario di Lisbona, il frate minore Antonio percorse la Francia meridionale per combattere i catari e proprio a Brive la Gaillarde, dove aveva fondato un convento, recuperò miracolosamente un manoscritto rubato da un confratello, da allora sant’Antonio è invocato per ritrovare gli oggetti smarriti. Alla morte di san Francesco d’Assisi, nel 1226, Fra’ Antonio raggiunse l’Italia e dopo alcun anni di predicazione, si ritirò a Padova in una cella di legno sulla sommità di un grande noce. Taumaturgo e dotto, egli è universalmente amato e invocato per grazie e miracoli.

La data di nascita di Ferdinando, questo il suo nome di Battesimo, è incerta ed è stata ricondotta al 15 agosto 1195.  Suo padre, il «cavaliere Martino figlio di Alfonso» e la madre Maria erano aristocratici. Abitavano a Lisbona presso la cattedrale dove il figlio Ferdinando frequentava la scuola del capitolo. Verso i 16 anni rinunciò alle carriere notabili entrando nel monastero dei canonici regolari di sant’Agostino e San Vincenzo, tuttavia egli richiese di essere trasferito a Coimbra per potersi dedicare maggiormente alla contemplazione e allo studio. Santa Croce di Coimbra era una fondazione voluta da Re Alfonso I Enriques come centro intellettuale e culturale (1185). Qui Ferdinando si interessò particolarmente allo studio della Bibbia allo scopo di fronteggiare con competenza sia la propaganda musulmana che quella dei catari. Tanto sarà efficace la sua predicazione che sarà definito «Martello degli eretici».

La cristianità viveva in quel periodo una crisi di vaste proporzioni: nel 1209 erano iniziate nel Sud della Francia operazioni politico-religiose contro i catari, mentre la vittoria di Las Navas di Tolosa, il16 giugno 1212, segna una tappa importante nella riconquista iberica ascapito dei Mori. Nel Languedoc san Domenico di Guzman riunisce i primi frati predicatori, proprio come san Francesco vede aumentare intorno a sé i primi frati minori. A Roma il IV Concilio Laterano ripropone la crociata e legifera, allo stesso tempo, sui nuovi ordini religiosi. Nel 1217 i frati minori si stabiliscono nei pressi di Coimbra ad Os Olivais e Ferdinando fa la loro conoscenza quando i francescani bussano alla porta di Santa Croce per questuare. Alla fine dell’estate di due anni dopo, cinque frati minori che si recano in missione fra i musulmani sostano a Coimbra evengono alloggiati a Santa Croce, dove si trova Ferdinando. Quindi il Sultano di Siviglia li fa scortare finoin Marocco. Meno di un anno dopo saranno i loro cadaveri, martirizzati dagli islamici, a fare ritorno per essere sepolti proprio a Santa Croce, per ordine dell’Infante Don Pedro.

Fu così che il confronto dei primi martiri francescani con Ferdinando determinò la sua nuova vocazione. Otto anni dopo l’arrivo a Santa Croce di Coimbra, dove aveva ricevuto il sacerdozio, lasciò i canonici regolari per farsi frate minore, prendendo il nome di Antonio. Prima sua intenzione fu quella di passare in Marocco per predicare il Vangelo. Si imbarcò a Lisbona insieme a frate Filippo del Cardella di Montalcino, sbarcando a Ceuta. In quello stesso periodo san Francesco si trovava in terra d’Islam. Padre Antonio si ammalò per lunghi mesi dell’anno 1121, ciò venne interpretato come segno divino: il suo posto non era in Marocco. Di lì a poco gli fu chiesto per la prima volta, fra il 1121 e il 1122, di tenere una predica in occasione di una sacra ordinazione a Forlì: fu una rivelazione, dimostrando a tutti le sue straordinarie capacità di conoscenza della dottrina, di oratoria e la sua altissima spiritualità. Venne immediatamente tratto dall’eremo di Montepaolo (Forlì) dove si trovava e mandato ad evangelizzare. Verso la fine del 1223 ebbe da san Francesco in persona l’incarico di insegnare teologia ai confratelli. Si recò quindi a Bologna e a Padova, dove era stata appena fondata l’Università (1222). Andò poi in Francia e in seguito a Tolosa. A partire da questo momento la sua presenza è segnalata a Puy in veste di guardiano ed è attestata nell’Ababzia di Solignac a Châteauneuf-la-Forêt. Nel novembre del 1225 partecipò al Sinodo di Bourges, convocato dal primate d’Aquitania per valutare la situazione della Chiesa francese e per pacificare le regioni meridionali. All’Arcivescovo Simone de Sully, che si lamentava degli eretici, Antonio, invitato quel giorno a predicare, disse con fermezza: «Adesso ho da dire una parola a te, che siedi mitrato in questa cattedrale… L’esempio della vita dev’essere l’arma di persuasione; getta la rete con successo solo chi vive secondo ciò che insegna…». Lo stesso arcivescovo, riportano le cronache, chiese ad Antonio che lo confessasse per trovare la forza di mettere in pratica ciò che gli aveva ricordato. Sempre a Borges avvenne il miracolo della mula inginocchiata di fonte al Santissimo Sacramento, scena immortalata nell’iconografia sacra, come il dipinto di Domenico Beccafumi del 1537 al Museo del Louvre.

Il 3 ottobre 1226, in una cella della Porziuncola, morì a 44 anni san Francesco d’Assisi. Frate Elia, vicario generale dell’Ordine, fissò per la Pentecoste dell’anno seguente il Capitolo Generale per la nomina del successore, estendendo l’invito anche ad Antonio, superiore dei conventi di Limoges.Raggiunse Assisi il 30 maggio 1227, festa di Pentecoste e giorno d’apertura del Capitolo Generale, nel quale si doveva eleggere il successore di Francesco. Molti prevedevano l’elezione di frate Elia, vicario generale di Francesco e suo compagno di missione in Oriente. Le cronache riportano che frate Elia fosse geniale organizzatore, ma di temperamento piuttosto focoso. I superiori dell’Ordine gli preferirono il più prudente frate Giovanni Parenti, ex magistrato, nativo di Civita Castellana e Provinciale della Spagna. Questi, che aveva accolto Antonio nell’Ordine francescano alcuni anni prima, lo nominò ministro provinciale per l’Italia settentrionale: la seconda carica per importanza dopo la sua. Aveva 32 anni e i successivi quattro, gli ultimi della sua vita, saranno i più importanti per la sua eredità spirituale. Su richiesta del Cardinale protettore dell’Ordine, Rainaldo di Segni, intraprende la redazione dei Sermoni per le feste, stabilendosi nel conventoMater Domini di Padova. Intanto conversioni, guarigioni, bilocazioni non facevano che accrescere la sua fama di santità.

Benché abbia predicato nella lingua volgare delle regioni in cui si trovava, Padre Antonio scrisse in latino medievale le due raccolte di Sermoni,  solo le citazioni di autori dell’Antichità sono in latino classico. L’autore non definisce sermoni i suoi scritti, bensì opus evangelicum. Parla anche di Quadriga (Prologo t. I, 3, 17-20)a motivo delle fonti utilizzate: i vangeli liturgici, le letture liturgiche dell’Antico Testamento, l’introito, le epistole. Quadriga, inoltre, alludendo al carro di fuoco con il quale Elia giunse in Cielo, simboleggiando quindi che le sue parole elevano l’anima a Dio. La raccolta non è espressione delle prediche che egli tenne nelle diverse città, ma la risposta ad una necessità: sopperire alla mancanza di libri nei conventi francescani e rinnovare la predicazione, arricchendo la dottrina. È così che l’autore inaugura la Storia della letteratura francescana: scrivere avendo come obiettivo l’azione pastorale fissandola ben ferma sull’ortodossia cattolica.

Nessun pluralismo, ma unità in Cristo, grazie al lavacro del Battesimo che rende gli uomini fratelli perché figli di Dio, generando così giustizia e carità. Ecco, quindi, il grande amore per i poveri e disprezzo per l’usura, che rende schiavi del peccato chi la pratica e stritola coloro che ne sono vittime. Celebre, in Toscana, il miracolo del cuore di un usuraio che non venne ritrovato nel pe suo petto da un chirurgo, bensì, come aveva dichiarato il santo, fu ritrovato nel forziere dei suoi denari, così l’uomo non fu mai sepolto nel grande mausoleo che aveva predisposto per se stesso.

Il 15 marzo 1231 fu modificata la legge sui debiti: «su istanza del venerabile fratello il beato Antonio, confessore dell’ordine dei frati minori» il podestà di Padova Stefano Badoer stabilì che il debitore insolvente senza colpa, una volta ceduti in contropartita i propri beni, non venisse più imprigionato né esiliato.

Durante la Quaresima dal 6 febbraio al 23 marzo 1231, la sua predicazione fu una novità per quei tempi; secondo l’Assidua gli venne assegnato un gruppo di guardie del corpo, che formassero un cordone di sicurezza tra lui e la folla.

Affaticato e stremato, morì all’età di 36 anni. Era il 13 giugno 1231. A seguito di un processo privo di ostacoli, Padre Antonio venne canonizzato da Gregorio IX, a Spoleto, il 30 maggio l’anno dopo il suo diesnatalis. Papa Pio XII lo proclamerà Dottore della Chiesa il 16 gennaio 1946 con il titolo di «Dottore evangelico».

Cristina Siccardi

 

Fonte: «Radici Cristiane» – n°. 134 – Giugno 2018

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