Scriptorium
Recensioni – rubrica quindicinale di Cristina Siccardi
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Paolo VI segreto di Jean Guitton. Un testo che getta luci preziose per comprendere la drammaticità degli anni del Concilio Vaticano II e del postconcilio. – E viene anche riedito un libro del Card. Carlo Maria Martini: evitiamolo.
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I racconti della Passione. Meditazioni (Morcelliana Edizioni, oggi riedito da San Paolo Edizioni) scritto dal Cardinale Carlo Maria Martini, è un libro da non leggere, perché, come sempre, il biblista, catturato dal Modernismo, emerge da queste pagine con evidenza e determinatezza, in una gioiosa volontà di eliminare la Tradizione. Viene infatti proposto il racconto non della Passione di Cristo come la Chiesa ha sempre insegnato, ma essa viene interpretata come passione di Dio per l’uomo, «innamorato della bellezza della sua creatura», come afferma l’autore. La Storia della Salvezza viene presentata in proiezione egocentrica: tutto ruota intorno all’uomo. L’antropocentrismo è il diapason sul quale si stendono le note di una religiosità dell’ avere per sè, in una sorta di ingordigia a senso unico: da Dio all’uomo, senza scambio, provocando un moto sentimentalistico. Il mistero della Salvezza si esprime, in realtà, con un interscambio straordinario fra la Trinità e la sua creatura e nelle armoniose proporzioni di ciascuno dei due attori in campo. Il Figlio di Dio ha attraversato la Passione per riscattare ognuno dal peccato, offrendo così la possibilità, attraverso il pentimento, di riscattare le proprie colpe: questa l’autentica spiritualità cattolica applicata, proiettata nell’offrire quel po’ di sé (materialmente e spiritualmente) per rendere lode e gloria al Padre dei Cieli e della terra, e per pagare il proprio prezzo – piccolo o grande che sia – per il Sacrificio di Cristo in Croce e rientrare così, attraverso la Misericordia e la Giustizia di Dio, nel piano della Redenzione.
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Un testo, invece, da leggere con grande attenzione è Paolo VI segreto di Jean Guitton (San Paolo Edizioni). Il Papa autorizzò il filosofo e grande amico a pubblicare un libro, Dialoghi con Paolo VI (1968), che, tradotto in diverse lingue, ebbe una grande risonanza. Dopo la morte del Pontefice Guitton ha raccolto gli appunti redatti in seguito ai colloqui avuti con Papa Montini dal 1950 al 1977 e uscì Paul VI secret (Desclée de Brouwer, Paris 1979). Paolo VI segreto è un testo che getta luci preziose per comprendere la drammaticità degli anni del Concilio Vaticano II e del postconcilio. Un documento, quello realizzato da Guitton, che va annoverato fra le fonti d’archivio della Storia della Chiesa, documento vivo, a volte carico di sofferenza, dove si evidenzia la lacerazione fra Tradizione e idee moderniste, fra adesione alla Fede e scelte ad essa contrarie. Pensiamo, per esempio, a questa dichiarazione di Paolo VI a proposito dei doveri del Sommo Pontefice, tenuto a proclamare e difendere la verità: «Poco importa che qui siamo pochi, e anche che siamo soli. La nostra forza è essere nella verità… Siamo particolarmente sensibili a tutto ciò che potrebbe alterare la purezza della dottrina, che è verità. Il Sommo Pontefice deve custodire il deposito, come dice San Paolo».
Jean Guitton rilasciò ad Aldo Cazzullo de «La Stampa» un’interessante intervista, pubblicata l’11 ottobre 1992. In essa è possibile osservare le delusioni di un convinto conciliarista, che credeva che la vitalità del Cattolicesimo sarebbe ritornata grazie ad una Chiesa più libera e più moderna, lasciando spazio alle emozioni, alle creatività, alle soggettività, al dialogo, alle libertà… ma i risultati portarono il filosofo a ripensare ad alcune cose e ad ammettere che errori erano stati commessi nel dare, in definitiva, troppa fiducia all’uomo, che (a causa del peccato originale) utilizza spesso male il suo libero arbitrio.
Soltanto la Verità, portata da Cristo e trasmessa uguale a se stessa di generazione in generazione, rende realmente liberi. La Verità trinitaria e tollerante della Chiesa di Roma, non la libertà religiosa. La libertà di Misericordia e Giustizia unite a stretto nodo, non il permissivismo satanico e tirannico.
Ecco, dunque, quelle esternazioni di un uomo molto intelligente, conciliarista amareggiato e vinto:
“Quel giorno tremavo dall’emozione. Per tutta la vita avevo sognato un Concilio che affrontasse le grandi questioni del Novecento, l’ecumenismo, il progresso, i diritti della donna… E ora ero là, e avrei parlato, primo laico nella storia, a un Concilio della Chiesa cattolica. Sono passati trent’anni…”. Jean Guitton, 91 anni, la coscienza critica della cristianità, l’amico di Giovanni XXIII, il confidente di Paolo VI, è commosso. Guarda fuori dalla finestra del suo piccolo appartamento parigino, sui giardini del Luxembourg. […] È diminuita la fede. Ha perso vigore la verità. La Chiesa cattolica ha rinunciato a proclamarsi la sola vera Chiesa. Ha pregato assieme ai protestanti, alle altre religioni. Nei seminari Freud, Marx, Lutero hanno preso il posto di Tommaso, Ambrogio, Agostino”.
- Per questo Lefebvre se ne è andato?
Paolo VI e poi Papa Wojtyla mi avevano incaricato di trovare una soluzione […]. Io ho fallito. Parlare di Ecône per me e’ molto doloroso. Perchè, in fondo, Lefebvre aveva ragione.
- In che senso aveva ragione?
La verità non può cambiare. Se è bianca, non può diventare grigia, rossa o marrone. E se la Chiesa possiede la verità, rimane identica a se stessa attraverso la storia. Quando Lefebvre diceva che il Concilio non poteva cambiare l’affermazione solenne della Chiesa sulla verità, diceva cose che dobbiamo condividere. […]
- Quali sono le altre ombre del post-Concilio?
L’anarchia. Il curato che non obbedisce più al parroco, il parroco al vescovo, il vescovo al cardinale. La catechesi affidata alla gente che passa per strada. Guardi, vicino a casa mia ci sono due parrocchie, Saint-Sulpice e Notre Dame des Champs. E non dicono le stesse cose. Pensi che coerenza può avere una catechesi affidata al primo venuto. […]
- Vede ancora altre ombre?
La crisi delle vocazioni. Finito il Concilio, pensavo che i seminari si riempissero. Invece… E poi, siamo arrivati a pensare che basti la sincerità per fare un cristiano. Anche se si è ladri, anche se si è omosessuali. Verità, ci vuole. Pentimento. E fede.
- Ha nostalgia della Messa in latino?
Sì. In latino ho espresso le emozioni di 60 anni della mia vita di cattolico. Anche Paolo VI soffrì per il cambio di liturgia. Mi disse: dobbiamo sacrificare i nostri sentimenti, per rendere il Vangelo comprensibile a tutti […] Ma il Concilio non abolì il latino: lasciò libertà di liturgia. Soltanto in seguito la Messa tridentina e’ stata considerata un reperto da museo. […]
- Qual è stata la più bella innovazione del Concilio?
La libertà religiosa. Ricordo i cardinali spaccati in due partiti. I progressisti dicevano: la religione dev’essere fondata su un atto di libertà. Io ero d’accordo. Sapevo che Sartre aveva affrontato il problema, ma senza risolverlo: perchè non c’è libertà senza Dio, non c’è Dio senza libertà. Passò la linea dei progressisti.
- E i conservatori furono battuti. Chi erano?
Il loro capo era Ottaviani. Uno spirito netto, bello, pulito. Parlava benissimo il latino. Ricordo che dovevamo stabilire quando una famiglia cattolica è numerosa. Qualcuno disse: è numerosa se ha quattro figli. “No, se ne ha dodici!”, urlò lui. “Altrimenti io non sarei nato”. Lo disse in latino, ovviamente”.
- Quale altra figura le e’ rimasta impressa?
Wiszinsky. Il primate di Polonia era un uomo eccezionale. E di destra. […]
- Perche’ Paolo VI volle che lei, un laico, prendesse la parola?
Tra noi c’era un grande amore, una grande amicizia. E’ il mistero degli incontri. La prima volta che lo vidi era un 8 settembre, lui era ancora vescovo… fu come un fulmine. Mi fece promettere che ogni 8 settembre sarei andato a trovarlo. Lo feci per 27 anni. Quando divenne Papa gli dissi: Eminenza, le porto il mio addio. E lui, gridando: ma come, non ho forse un cuore? Non posso più amarla? No, avrò bisogno dei suoi consigli più di prima.
- Cosa le diceva nei giorni del Concilio?
La sera del mio intervento mi regalò un orologio, dicendo: “Oggi e’ stata una giornata storica. Lei porterà questo orologio per ricordare che il tempo non è che un soffio in confronto all’eternità. Che emozione. Che gioia.
- Cosa le rivelò ancora?
Che soffriva. Seguiva i lavori su una tv a circuito chiuso. Sentiva nel suo cuore le divisioni dei cardinali, sapeva delle manovre.
– Chi manovrava? I conservatori o i progressisti?
Entrambi. C’erano duemila vescovi. In ogni Parlamento ci sono uomini abili che tentano con sistemi più o meno corretti di influenzare gli altri.
- Cosa ricorda della fine del Concilio?
Ora che mi resta poco da vivere posso farle una confidenza. Paolo VI sognava di morire sul campo di battaglia. La responsabilità lo schiacciava. Un giorno mi disse: “Diamoci un appuntamento dopo la morte”. Era l’uomo più solo del mondo. Erano soli, lui e Dio. Lo capisco, il Concilio è stato l’evento del secolo. Me lo disse anche De Gaulle. Io lo lodavo: lei ha salvato la Francia. E lui: ma lei ha partecipato al Concilio.
- Sono stati trent’anni difficili per la Chiesa. Oggi possiamo ancora dirci cristiani?
I nostri anni sono il trionfo della violenza, l’apoteosi del sesso, della televisione, del denaro. Il più grande nemico del cristianesimo non è l’ateismo. Quello si vede, si tocca. Il nemico invisibile è l’indifferenza. […]
- E il cristianesimo, rischia di morire?
La Chiesa attraversa una crisi terribile. Ma la crisi è la sua condizione esistenziale. Dio vuole così. La Chiesa era in crisi già quando Giovanni scriveva l’Apocalisse. Ma quando al mondo fosse rimasto anche un solo cristiano, la Chiesa vivrebbe con lui. Vede, la nostra è l’età del degrado. È come tirare con l’arco. La freccia deve tendersi all’indietro per schizzare in avanti. Ecco, noi oggi siamo compressi all’indietro. Ma siamo alla vigilia di grandi cambiamenti. Il prossimo secolo sarà l’era della nuova evangelizzazione, e la luce tornerà a illuminare la Chiesa. Ma i miei occhi non faranno in tempo a vederla».
Trascorsa la Passione inflitta dal Modernismo alla Chiesa e riscoperto il vaccino della Tradizione, l’evangelizzazione riprenderà il suo percorso fino ad arrivare al Trionfo del Cuore Immacolato di Maria, come predisse la Madonna ai tre pastorelli di Fatima quasi cento anni fa.

