Alla Congregazione delle Canossiane, oltre a Santa Maddalena, la fondatrice, appartiene anche un’altra Santa, Giuseppina Bakhita, beatificata il 17 maggio 1992 e canonizzata il 1° ottobre 2000 da Giovanni Paolo II. Nacque intorno al 1869 in un piccolo villaggio del Sudan occidentale, nella regione del Darfur. Venne rapita all’età di sette anni da mercanti arabi di schiavi. A causa del trauma subito dimenticò il proprio nome e quello dei suoi familiari, ecco che i rapitori la chiamarono Bakhita, che in arabo significa «fortunata». Venduta più volte sui mercati di El Obeid e di Khartum, conobbe orrende sofferenze fisiche e morali, in particolare subì tatuaggi cruenti mentre era a servizio di un generale turco: le furono disegnati più di un centinaio di segni sul petto, sul ventre e sul braccio destro, incisi poi con un rasoio e successivamente coperti di sale per creare delle cicatrici permanenti. Nella capitale sudanese venne infine comprata dal console italiano Callisto Legnani con il proposito di liberarla, un atto che si inseriva nella sua attività benefica: acquistava bambini schiavi per restituirli alle loro famiglie; ma per Bakhita non fu possibile perché nulla ricordava, fu così che per due anni visse serenamente nella casa del diplomatico, lavorando con il resto della servitù.
Nel 1884, a motivo della Guerra Mahdista, Bakhita seguì in Italia un amico del console, Augusto Michieli e sua moglie. Divenne la bambinaia della figlia Mimmina nella loro casa a Zianigo, una frazione di Mirano. Dopo tre anni i coniugi Michieli si trasferirono in Suakin, in Africa, dove possedevano un albergo, lasciando temporaneamente la propria figlia e Bakhita in affidamento all’Istituto dei Catecumeni in Venezia, gestito dalle Figlie della Carità. Bakhita iniziò, quindi, a ricevere un’istruzione cattolica. Nel convento delle Canossiane il 9 gennaio 1890 ricevette i sacramenti dell’iniziazione cristiana, con i nomi Giuseppina Margherita Fortunata. Finalmente aveva trovato la sua casa definitiva: il 7 dicembre 1893 entrò nel noviziato e l’8 dicembre 1896 pronunciò i primi voti religiosi.
Nel 1902 fu trasferita in una casa dell’Istituto a Schio, dove rimarrà per tutta la vita. Qui di dedicò ai lavori più umili: cuciniera, sagrestana e anche aiuto infermiera durante la Prima Guerra mondiale. Nel 1922 le venne assegnato l’incarico di portinaia, un servizio che permise a molte persone di conoscerla e presero ad amarla a motivo della sua gentilezza, della sua voce pacata e dolce, del suo volto sempre sorridente. E presero a chiamarla «Madre Moréta».
La fama di santità iniziò a correre per le vie, per tale ragione i suoi superiori le chiesero di dettare le sue memorie; il primo racconto risale al 1910 e altri seguirono. Nel novembre del 1930 venne intervistata a Venezia da Ida Zanolini, maestra elementare e laica canossiana, la quale nel 1931 pubblicò il libro Storia Meravigliosa, che arrivò a quattro ristampe in sei anni, facendo così conoscere Bakhita in Italia, tanto che comitive e scolaresche partivano per andare a Schio dalla santa suora moretta. Dal 1933, insieme ad una suora missionaria di ritorno dalla Cina, suor Leopolda Benetti, prese a viaggiare per l’Italia, tenendo conferenze di propaganda missionaria: timida di carattere e in grado di esprimersi soltanto in lingua veneta, Bakhita interveniva brevemente al termine degli incontri, ma la sua presenza attirava l’interesse di migliaia di persone. Nel 1939, per ragioni di salute, non si mosse più da Schio e dopo una lunga e dolorosa malattia morì l’8 febbraio 1947, lasciando un vuoto immenso. La sua anima semplice e innamorata di Gesù attirava come il nettare dei fiori le api e quando la gente la compiangeva per la sua storia, lei si sorprendeva e con gli occhi gioiosi diceva: «Poareta mi? Mi no son poareta perché son del Parón e neła so casa: quei che non xé del Parón i xé poareti» («Povera io? Io non sono povera perché sono del Signore e nella sua casa: quelli che non sono del Signore sono i veri poveri»).
Cristina Siccardi
Fonte: Radici Cristiane, dicembre 2016
