Il Referendum Istituzionale
L’Italia, sconfitta e affamata, umiliata e in ginocchio, listata a lutto e fiaccata, spogliata delle colonie, minacciata duramente al confine orientale dalle truppe del maresciallo Tito, occupata militarmente dagli angloamericani, è attraversata da bande di criminali e di borsari neri. Violenze, omicidi, banche rapinate, treni assaltati. Viaggiare era davvero un’avventura nel 1945. Occorrevano venti ore di treno per andare da Milano a Roma. Al sud banditismo e mafia agivano profondamente.
La borsa nera, per chi se lo poteva permettere era la via per nutrirsi meglio. Chi possedeva argenteria era disposto a venderla in cambio di olio o bistecche.
Dalle vie di Roma, come dalla maggior parte delle principali città italiane, sparivano i gatti per andare a finire nei piatti della gente ed il pane era fatto con la polvere di marmo; cioccolato e caffè surrogati.
Fra le autorità politiche, governo, alleati e Quirinale, non si riusciva a trovare un accordo su come si sarebbe risolta la questione istituzionale: se con un plebiscito o con un referendum popolare oppure affidando la decisione ad un’assemblea elettiva.
Facciamo, però, qualche passo indietro per capire meglio gli antefatti.
Con la destituzione, da parte del Gran Consiglio, del 25 luglio 1943 e il successivo arresto di Benito Mussolini, avvenuto a Villa Savoia, re Vittorio Emanuele III affida al maresciallo Pietro Badoglio l’incarico di formare il nuovo governo. L’esecutivo Badoglio resta in carica fino al 22 aprile 1944, quando sarà sostituito da un nuovo governo guidato dallo stesso Badoglio, ma che avrà vita breve. Infatti, il 4 giugno 1944, gli alleati entrano a Roma e il giorno seguente Badoglio rassegna le dimensioni, per poi riottenere l’incarico dal luogotenente.
Il Cln sorge ufficialmente a Roma il 9 settembre 1943 ed è composto dai rappresentanti di tutti i partiti antifascisti che si andavano riorganizzando (Democrazia Cristiana, Partito d’Azione, Partito liberale, Partito Sociale, Partito Comunista italiano). Protesta, sia perché la nomina è stata effettuata dal luogotenente Umberto, sia perché Badoglio è personaggio troppo compromesso con il passato regime. Il Cln ottiene così la nomina del proprio presidente, il demolaburista Bonomi (con l0assensop americano e l’opposizione inglese).
Il nuovo governo, al quale partecipano tutti i partiti antifascisti, è reso possibile anche dalla cosiddetta svolta di Salerno, con la quale il leader comunista Palmito Togliatti propone di rinviare la soluzione della questione istituzionale e cioè: quale futuro per la monarchia? Un rinvio per dare spazio alle urgenze del momento: la fine della guerra e l’avvio della ricostruzione del Paese.
Fra i partiti del Cln non mancano contrasti e divergenze di vedute e già durante la fase dei governi di unità nazionale si cominciano a mettere a punto gli strumenti per la successiva, inevitabile, lotta per la conquista del potere. Il 2 giugno 1946 di sessant’anni fa, oltre al referendum istituzionale fra monarchia e repubblica, gli elettori votano anche per eleggere l’Assemblea Costituente, che dovrà ridisegnare l’impianto istituzionale italiano.
La commissione alleata era più propensa per un plebiscito. Umberto di Savoia, nonostante avesse firmato il decreto che prevedeva l’elezione di un’assemblea, dichiarò ad un’intervista rilasciata al New York Times che un plebiscito avrebbe espresso meglio la volontà del popolo. Ma questa dichiarazione creò ulteriori contrasti perché considerata un’intrusione del luogotenente nella lotta politica. I partiti di sinistra, infatti, temevano che, con un plebiscito, l’opinione pubblica potesse essere manipolata a favore della monarchia.
In quella stessa intervista al New York Times del 1° novembre 1944, Umberto esponeva la sua contrarietà alla formazione di un partito monarchico, perché voleva restare ad ogni costa sopra le parti e ciò gli guadagnò il rispetto sia degli Alleati che delle sinistre.
Consapevole che troppi ex fascisti si avvicinavano alla sua persona, considerava questo fatto un pericolo in quanto «il peso del passato costituisce il più grave ostacolo per la monarchia». Pertanto intendeva lavorare per una «radicale revisione» del vecchio Statuto albertino datato 1848.
Il 13 marzo 1945 Mussolini, tramite l’arcivescovo di Milano, il beato Ildefonso Schuster, fa pervenire ai comandi alleati a Roma una proposta di capitolazione, nella quale richiede che siano date a lui e a tutti coloro che hanno servito sotto la repubblica di Salò, garanzie di incolumità personale; ma gli Alleati rifiutarono di prendere in considerazione ogni proposta che non corrispondesse ad una resa senza condizioni.
Il 13 del mese successivo, il generale Mark Clark, comandante delle forze alleate in Italia, lancia un messaggio alle formazioni partigiane, invitandole a rimandare ancora ogni iniziativa insurrezionale. Togliatti scrive a Luigi Longo insistendo affinché siano prese tutte le misure necessarie per l’avvio della sollevazione popolare nelle regioni settentrionali. Sottolinea, contrapponendosi proprio alle indicazioni del proclama del generale Clark, l’importanza «che l’armata nazionale e il popolo si sollevino in un’unica lotta per la distruzione dei nazifascisti prima della venuta degli Alleati… specialmente nelle grandi città».
Nella sede arcivescovile di Milano, per iniziativa del cardinale Schuster, si svolge un incontro fra Mussolini e i capi del Cln, Raffaele Cadorna, Riccardo Lombardi, Achille Marazza, Giustino Arpesani e Sandro Pertini; i comunisti non mandano nessun rappresentante. A Mussolini è richiesta la resa incondizionata di tutti i fascisti e militari della repubblica di Salò e gli vengono concesse due ore per fare pervenire la risposta. In serata Mussolini fugge da Milano verso Como, verso l’ingloriosa morte. Quelli che lo seguirono «Non salivano sulle macchine», dirà il questore Lorenzo Bozzoli, «ma saltavano addirittura nell’interno di esse e ognuno partiva con la prima macchina che gli capitava».
Il luogotenente ora vive in un appartamento del Quirinale, mentre Vittorio Emanuele si trova a villa Maria Pia a Posillipo. Le giornate di Umberto sono nutrite di mille e mille impegni. Si alza poco dopo le 7, riceve militari, nobili fedeli a Casa Savoia, uomini politici, funzionari dello Stato, reduci, mutilati, vedove di guerra, religiosi, studenti e partigiani. Raggiunge i fronti del Corpo italiano di liberazione (60 mila uomini), del quale aveva chiesto invano il comando. Visita gli Stati Maggiori, le truppe. Ma non basta, raggiunge paesi, città, piazze per incontrare di persona la gente. Due o tre volte al mese, approfittando delle ispezioni al sud, raggiungeva in aereo Napoli, dove andava a fare visita all’anziana duchessa d’Aosta, poi si recava a salutare i genitori: solitamente pranzava con loro e ripartiva subito dopo, visto che quelle visite lo opprimevano.
Soccorre le famiglie diseredate a causa della guerra e continua ad essere vicinissimo ai soldati. Ma il suo animo è ormai bruciato ed una cortina grigia gli copre la mente, nonostante cerchi di essere sorridente:
«Mi accorgevo che col crescere della lotta politica crescevano anche le posizioni fideistiche. Insomma si tornava indietro al “credere” cieco che ci eravamo lasciati alle spalle. Ricordo di aver fatto questa amara riflessione in occasione di una mia sosta a Poggibonsi. Il comando era sistemato in un palazzo sulla piazza. La campagna politica infuriava, dalle finestre aperte entrava la voce degli altoparlanti […] Erano giorni in cui sentivo il peso della storia. Ricordo soprattutto il mio volo del primo maggio 1945: decollai da Villafranca, presso Verona, con alcuni ufficiali americani, per una ricognizione. La linea tra zone liberate e territori ancora in mano ai tedeschi si faceva sempre più fluida. Partimmo con un caccia P51 e sorvolammo molti centri della Lombardia, poi ci abbassammo sulla Milano-Torino e notammo che i tedeschi in ritirata marciavano ancora con grande ordine, tanto che una loro batteria ebbe il tempo di fermarsi e di aprire il fuoco contro di noi. Riprendemmo quota per poi riabbassarci su Milano. La zona di San Siro era bloccata da veicoli ma non si capiva di chi fossero. Scendemmo sul centro e fummo sorpresi di vedere una folla immensa che inondava le vie. Piazzale Loreto brulicava di gente. Chiesi agli ufficiali americani se sapevano di cosa si trattasse, ma la cosa stupiva anche loro. Non sapevano che Mussolini era già stato ucciso e che pendeva dal distributore di quel piazzale» (L. Lami, Il re di maggio, Umberto II: dai fasti del «principe bello» ai tormentati anni dell’esilio, p. 251).
Umberto, a Milano, era guardato male e di fronte a villa Crespi, dove ricevette il questore Elia, il generale Cadorna e il generale Utili, il partigiano Sandro Pertini sparò alcune raffiche di protesta.
Invano il Luogotenente cerca, anche attraverso la distribuzione di onorificenze e cavalierati, di ingraziarsi la simpatia degli Alleati. I militari degli Stati Uniti infatti erano ben disposti verso Umberto, ma il loro governo era vicino alle posizioni del Cln, dunque si optava per la formula repubblicana.
Il nuovo governo di Ferruccio Parri, azionista, insidiatosi il 21 giugno 1945, viene sostituito da quello di De Gasperi il 10 dicembre, composto da ultra repubblicani: tre socialisti, tre comunisti, tre del Partito d’azione, tre democristiani, tre demolaboristi, due liberali.
Le posizioni-chiave per l’abbattimento della corona sono quelle occupate da Togliatti e Romita (ingegnere socialista di Cuneo), rispettivamente ministro della Giustizia e ministro dell’Interno. «In Italia c’è un solo rivoluzionario: Nenni. Per fortuna c’è Togliatti a moderarlo», scrisse Francesco Saverio Nitti.
Il pericolo per Casa Savoia è nell’aria. Vittorio Emanuele si decide ad abdicare in favore del figlio. È il 9 maggio 1946.
La posizione vaticana
Difficile comprendere la posizione vaticana di fronte alla scelta referendaria fra monarchia e repubblica. Recenti studi realizzati su documenti inediti da parte del gesuita padre Giovanni Sale (G. Sale, Dalla monarchia alla repubblica. 1943-1946 Santa Sede, cattolici italiani e referendum, Jaca Book, Milano 2003), modificherebbero l’idea comune. Da tali carte risulterebbe che papa Pacelli non fosse ostile alla repubblica, seppure abbia preso una posizione di sostegno per il giovane re Umberto II costretto all’esilio per colpe ereditarie. Al contrario, sempre da tali ritrovamenti cartacei, De Gasperi, considerato dagli storici un fermo assertore della repubblica, avrebbe preferito che in Italia non si cambiasse regime istituzionale e la sua scelta finale sulla repubblica, conforme a quella della Democrazia Cristiana, venne dettata soprattutto da ragioni di realismo politico.
Ma altre fonti ci rivelano un’altra realtà, dove il Vaticano appare favorevole alla conservazione della monarchia. Forse nello stesso ambiente della Santa Sede si dividevano fra monarchici e repubblicani. Leggiamo in un documento redatto dall’Ambasciatore argentino in Italia, Carlos Brebbia, e diretto al ministro degli esteri argentino, Juan J. Cooke e datato Roma, 21 marzo 1946: «Una repubblica turbolenta con maggioranza socialista e comunista, realizzandosi in Roma, costituirebbe una minaccia costante per la cristianità rappresentata dalla autorità spirituale del Papa. L’appoggio del Vaticano a favore della Monarchia è ostensibile e evidente affinché i cattolici sappiano a favore di chi dovranno votare. I vescovi hanno ordinato l’apertura dei conventi di clausura affinché le monache partecipino alle elezioni e durante l’ultimo Concistoro, tutti i cardinali presenti a Roma accolsero l’invito del luogotenente per presenziare ad un ricevimento dato in onore dei nuovi porporati nei saloni del Palazzo del Quirinale, al quale assistette il Corpo Diplomatico e l’alta società romana […] Alcuni si chiedono se le elezioni si terranno veramente il 2 giugno. Si può rispondere affermativamente a meno che ciò non venga impedito da cause elusivamente interne. Un motivo di dubbio sorge a proposito dei 371.000 prigionieri tuttora all’estero e che non potranno votare; e d’altra parte il fatto che 300/400.000 cittadini dell’Alto Adige non potranno farlo poiché non sono preparate le liste elettorali, così come le popolazioni della Venezia Giulia, che sono nell’impossibilità di andare alle urne. Se succedesse qualche fatto causato dall’esterno, come per esempio, un colpo di mano di Tito su Trieste, l’emozione in Italia sarebbe profondissima e altrettanto profonda l’irritazione contro il Governo e in special modo contro i comunisti, cosa che potrebbe originare tali tumulti e perturbazioni dell’ordine pubblico da obbligare a spostare le elezioni. È da osservare che anche quando la differenza tra monarchici e repubblicani fosse di poca importanza, il fatto che alcune centinaia di migliaia di italiani non abbiano potuto partecipare alla votazione, potrebbe indurre la parte perdente a reclamare l’invalidità dei risultati».
Comunque sia, Casa Savoia continuò ad essere assai popolare e uscì dal referendum non certo umiliata, anche se sconfitta, nonostante la demonizzazione di Casa Savoia, in particolare della figura di Vittorio Emanuele III, ad opera dei fascisti durante la guerra civile, prima, e dei partiti antifascisti, dopo e durante la campagna elettorale.
Le piazze, dove si svolgevano i comizi erano gremitissime, nonostante la distruzione economica e morale degli italiani, l’entusiasmo non era stato soffocato, c’era voglia di novità e le aspettative erano grandi. E l’America poi era vista come una sorta di Eldorado: gli Stati Uniti erano gli angeli liberatori e il sogno americano penetrava ovunque con la sua musica, i suoi film e i suoi libri.
Umberto II, incapace di vendersi, manifestò fino in fondo le sue doti di sovrano democratico, moderno ed europeo. Gli mancò comunque il tempo, quaranta giorni appena per riuscire ad offrire (senza il mezzo televisivo) all’Italia un’immagine autonoma rispetto all’imperante figura paterna.
Al voto
I certificati elettorali del referendum per la scelta fra monarchia e repubblica vengono stampati in due modelli. Il primo è quello inviato ai cittadini, il secondo è un duplicato, in caso di smarrimento. Sono stampati 40 milioni di esemplari, ma Romita annuncia solo 28 milioni di votanti. I sospetti di brogli hanno il loro avvio.
La regina Maria José vota il 2 giugno a Roma, nella sezione di largo Brazzà. Con sé non ha documenti, allora il presidente del seggio fa testimoniare due persone perché venga riconosciuta e possa procedere alla votazione. La regina vota scheda bianca per il referendum. Indro Montanelli sosterrà che Maria José il 2 giugno del 1946 votò per la Monarchia, per lealtà verso l’istituzione, ma senza illusioni.
Umberto vota il 3 giugno in via Lovanio. È applaudito, ma il presidente del seggio arresta l’entusiasmo dichiarando che sono proibite manifestazioni di carattere politico.
L’affluenza alle urne fu notevole: l’89,1 % dei votanti rispetto agli elettori. Il 2 giugno furono eletti i deputati dell’Assemblea Costituente. Fra i maggiori partiti, il 35,18% dei suffragi toccò alla Democrazia cristiana.
Le operazioni referendarie furono gestite da tre ministri di sinistra del primo gabinetto dell’onorevole democristiano Alcide De Gasperi: il ministro per la Costituente, il socialista Pietro Nenni, per l’Interno il socialista Romita e per la Grazia e Giustizia il comunista Togliatti. «I loro apparati legislativi furono responsabili di testi e di formule spesso approssimativi, elusivi, sovente passabili di interpretazioni controverse.
I seggi vennero chiusi alle ore 14 del 3 giugno. Presero a dipanarsi ore elettriche. Dopo un accentuato ritardo nell’afflusso dei verbali da parte del ministero della Giustizia, nelle prime ore del giorno 4 giunsero le prime percentuali e i voti fino ad allora scrutinati davano una maggioranza monarchica, ma i voti del sud, quelli più a favore dei Savoia, dovevano ancora arrivare. La percentuale repubblicana si collocava fra i 30 e il 40 per cento. Al mattino parve che per la repubblica non ci fosse niente da fare: “Mi chiusi nello studio per scorrere e riscorrere quei dati. No, non era possibile! Tornai a leggerli, prendendo appunti, facendo calcoli! No, non era possibile! Eppure le cifre erano lì, col loro linguaggio inequivocabile! Per riordinare le idee mi alzai in piedi e mi diedi a passeggiare su e giù per la stanza una, due, tre volte; quindi, d’improvviso spiccai una corsa e tornai allo scrittoio […] Non era possibile eppure era vero, verissimo, paurosamente vero: la Monarchia si presentava in netto vantaggio. Mi accasciai nella poltrona, gli occhi fissi verso l’alto soffitto in ombre […] Il telefono squillò più volte […] Ero affranto!”».
E ancora: «Era vero, verissimo, paurosamente vero: la monarchia si presentava in netto vantaggio. La monarchia sta vincendo, mormorai… Che cosa avrei detto a Nenni, a Togliatti, a tutti gli altri che non volevano l’avventura del referendum?». «Che cosa avrebbe detto a coloro ai quali aveva promesso la repubblica?» (M. Caprara, L’ombra di Togliatti sulla nascita della Repubblica. Le pressioni del Guardasigilli sulla Corte di Cassazione, in «Nuova Storia contemporanea», novembre-dicembre 2002, n. 6, p. 135).
Romita informò Togliatti che la Monarchia era al 54% dei voti. Quella stessa mattina del 4 giugno il presidente De Gasperi aveva inviato al ministro della real Casa, Falcone Lucifero, una significativa lettera manoscritta nella quale si annunciava una maggioranza, per il momento, di scelta monarchica, ma aggiungeva: «Romita considera ancora possibile la vittoria repubblicana». Il presidente del Consiglio affermava inoltre nel documento: «Io, personalmente, non credo che si possa – rebus sic stantibus – giungere a tale conclusione, cioè alla ormai improbabile vittoria repubblicana» (M. Caprara, L’ombra di Togliatti sulla nascita della Repubblica. Le pressioni del Guardasigilli sulla Corte di Cassazione, in «Nuova Storia contemporanea», novembre-dicembre 2002, n. 6, p. 135).
La Corte di Cassazione avrebbe dovuto dire l’ultima parola e gli Alleati, che avevano ancora il controllo effettivo del Paese, «non intendono che il vostro governo assuma una posizione in contrasto con le decisioni della Corte di Cassazione» (M. Caprara, L’ombra di Togliatti sulla nascita della Repubblica. Le pressioni del Guardasigilli sulla Corte di Cassazione, in «Nuova Storia contemporanea», novembre-dicembre 2002, n. 6, p. 135).
In un’approfondita indagine di Franco Malnati viene, passo dopo passo, esaminato tutto il «giallo» dei risultati referendari in un gioco delle parti assai travagliato, arrivando ad una forte conclusione: «Va detto ad alta voce che se col voto del 2 giugno 1946 il popolo italiano doveva impegnare il proprio avvenire istituzionale, scegliendo fra
Monarchia e Repubblica, esso popolo italiano aveva il diritto di pretendere un voto regolare e controllato in ogni sua parte. Una volta stabilito che ciò non è avvenuto, e non solo per generici brogli, bensì per il capovolgimento doloso del risultato, ne derivano conseguenze importanti, sia sotto il profilo istituzionale, che viene rimesso completamente in discussione, sia sotto quello storico-politico, in quanto è evidente che va riveduta, da cima a fondo, ogni valutazione sugli avvenimenti italiani del ventesimo secolo» (F. Malnati, Come fu capovolto l’esito dl referendum istituzionale. Dai diari di Falcone Lucifero nuove prove del capovolgimento dei risultati del 2 giugno 1946, in «Nuova Storia Contemporanea», novembre-dicembre 2002, p. 147).
È la mattina del 5 giugno. Sul Palazzo del Viminale viene ammainata la bandiera tricolore, già priva dello stemma sabaudo, quando De Gasperi viene ricevuto da re Umberto: «Maestà, il lavoro di spoglio ha portato alla constatazione di una considerevole maggioranza a favore della repubblica. Non le nascondo che a esserne per primo dolorosamente sorpreso sono io». In realtà, lo si saprà in seguito, Alcide De Gasperi aveva votato in favore della repubblica.
Il re signore non fece alcun commento e non degnò di uno sguardo neppure i verbali che gli venivano presentati. Si limita ad affermare che non appena la Corte Costituzionale confermava e promulgava i dati ufficiali avrebbe lasciato l’Italia. Aveva già disposto che i gioielli di Casa Savoia venissero donati allo Stato. Poi invitò la moglie a partire subito insieme ai figli. Maria Josè era fortemente contraria, ma Umberto II non mutò idea. Vennero preparate le valige e la regina, insieme a Maria Pia di dodici anni, Vittorio Emanuele di nove, Maria Gabriella di sei e Maria Beatrice di tre, partirono alla volta del porto di Napoli per salpare alla volta del Portogallo sull’incrociatore Duca degli Abruzzi.
Dal referendum istituzionale risultavano 12.717.923 schede a favore della repubblica contro 10.719.284 a favore della Monarchia.
Ci si appellò ai ricorsi per le illegalità commesse, fra i quali quelli di Edgardo Sogno che richiese l’annullamento del referendum in quanto non vi avevano partecipato le province di Bolzano e della Venezia Giulia. Mancavano internati, prigionieri ancora all’estero e profughi, circa due milioni di votanti.
De Gasperi prese a fare la spola fra il governo e il Quirinale. Strattonato di qui e di là: comprendeva le ragioni legalitarie di Umberto II, ma allo stesso tempo il clima rivoluzionario del governo gli bruciava fra le mani. Pesanti scambi dialettici intercorrevano fra lo stesso De Gasperi e il ministro della real Casa Falcone Lucifero: «Domani mattina, o lei viene a trovare me a regina Coeli o io vengo a trovarci lei».
La paura serpeggiava fra gli uomini di governo, sapevano che Umberto II avrebbe potuto reagire duramente sostenuto dalla fedeltà dei carabinieri e da una buona parte delle Forze armate. Pavidamente i responsabili dei partitti, per primo lo stesso Palmiro Togliatti, la sera della rottura avvenuta fra il re e De Gasperi, andarono a dormire in casa di amici o in altri luoghi ritenuti più sicuri di casa propria.
Sarebbe bastato un ordine di Umberto II per scatenare una nuova guerra civile fra l’Italia del Nord repubblicana e l’Italia del Sud monarchica, mentre le truppe di Tito premevano ai confini nordorientali e a Napoli e a Taranto scoppiavano tumulti popolari sedati a raffiche di mitra con la nuova polizia. A questo punto De Gasperi domanda ad Umberto di ritirarsi a Castel Porziano. La sera del 12 il re lasciò il Quirinale, ma restò a Roma andando a cena da un carissimo amico giornalista, Luigi Barzini, vicedirettore de il Tempo, il quale lascerà questa toccante testimonianza:
«Era davvero il nostro re, in un certo senso il primo vero re d’Italia. Era l’uomo assolutamente privo di faziosità che occorreva al Paese dopo tanti disastri di faziosi. Nessuno degli uomini politici che l’hanno combattuto e calunniato con tanto accanimento e che oggi ha la scena politica tutta per sé può essergli paragonato, senza fargli grave torto» (L. Barzini, Il mio amico il re, in «Mercurio», luglio-agosto 1946).
Barzini si allontanò per raggiungere la redazione del suo giornale a da lì telefonò a casa per avvisare che in quelle ore il Consiglio dei ministri, senza attendere le decisioni della Suprema Corte sui risultati del referendum, aveva nominato De Gasperi capo provvisorio del nuovo Stato. Verso la mezzanotte Barzini fece sospendere la tiratura in corso del suo giornale e scrisse il titolo della prima pagina: «C’è stato il colpetto di stato».
D’altra parte testimonierà, il 10 giugno 1946, monsignor Borgongini Duca, incaricato dalla Santa Sede di tenere i collegamenti della Santa Sede con governo e Casa reale:
«… la Cassazione stasera non darà i risultati definitivi; quindi, se S.E. De Gasperi assumesse la Presidenza provvisoria e proclamasse scaduta la Monarchia, farebbe un atto non costituzionale. Vorrebbe la Santa Sede avvisare De Gasperi di non farlo. Mi pare però che De Gasperi abbia già detto chiaramente che, se la Cassazione non si pronuncia, la proclamazione di un governo repubblicano provvisorio sarebbe un Colpo di Stato, che non è nelle sue intenzioni».
Eppure lo stesso De Gasperi alla domanda di monsignor Borgongini Duca del 13 giugno: «È proclamata o meno la repubblica?», l’onorevole così gli risponderà: «Il Governo ha evitato tale affermazione, però il nostro pensiero è che la monarchia è decaduta a termine di legge, dal momento che la Cassazione ha proclamato la maggioranza, quindi abbiamo una repubblica con regime transitorio per volontà sovrana del popolo».
Un «pasticciaccio» all’italiana
Dunque una repubblica con regime transitorio? Una cosa è chiara in tutto questo marasma, la repubblica è nata sotto l’egida di un «pasticciaccio» all’italiana.
Qualcuno, temendo di essere arrestato per quel gioco, pensò di arrestare Umberto II giocando d’anticipo. Così, mentre Togliatti trovò riparo nell’ambasciata sovietica, il re, per non essere catturato, andò a dormire, sempre in quella notte fra il 12 e 13 giugno, in casa dell’amico ingegnere Corrado Lignina in via Verona.
Falcone Lucifero la mattina del 13 giugno sottopose ad Umberto II quattro soluzioni: 1. Il re dichiarava decaduto il governo in carica, costituendone uno nuovo; inchiesta sul referendum e nuova consultazione. 2. Il re ignorava l’operato del governo e attendeva il giudizio della Cassazione, previsto per il 18 giugno. 3. Il re emanava un proclama che, denunciando l’usurpazione, si appellava al popolo. 4. Partenza del re senza alcuna abdicazione, nessun passaggio di poteri e con proclama alla nazione. Il re accolse l’ultima ipotesi, non accettando neppure l’offerta che gli venne dal generale Anders, il quale gli offriva il suo appoggio con le sue truppe polacche rimaste in Italia dopo che la Polonia era stata occupata dai russi.
Abbandonando ogni tipo di azione di rivalsa, proposta da molti suoi consiglieri, il re preferì abbandonare il suolo italiano. Fin dal principio Umberto II rinunciò alla polemica sui voti: per il re l’illegalità più che dalle schede presto distrutte – impedendo ogni controllo postumo – derivava da quello che lui definiva Colpo di Stato avvenuto nella notte fra il 12 e 13 giugno.
Scriveva ancora monsignor Francesco Borgongini Duca a monsignor Giovan Battista Montini il 6 giugno 1946:
«… Dopo cinque minuti di attesa sono stato introdotto da Sua Maestà: l’ho trovato pallido e addolorato, ma calmo. Quando mi ha veduto ha quasi sorriso.
«Mi ha ringraziato del pensiero gentile di essere andato per salutarlo. Ho risposto che andavo da lui per missione espressa di Sua Santità e gli ho detto testualmente: “Sua Santità è stata sempre vicino a lei per tutto questo tempo, ma specialmente ora nel momento del dolore. Il Papa manda per mio mezzo la benedizione apostolica a vostra Maestà, alla regina ed ai bambini, perché sia loro di conforto e propiziatrice dei divini favori”.
«Mi ha detto parole di profondo ringraziamento e devoto omaggio a Sua Santità […].
«Quindi ha detto: “Ho fatto tutto il mio dovere e da solo con i miei piccoli mezzi, ho combattuto ed ho ottenuto 10.000.000 di votanti per la monarchia. Quando si pensi che gli altri hanno avuto per due anni piena libertà di azione, appoggio dagli Alleati e oro a profusione dalla parte che si sa, e con tutto questo hanno avuto solo 2.000.000 di maggioranza con un numero di votanti che è diviso e suddiviso in tante fazioni di partiti, si deve concludete che chi ha vinto il referendum è la monarchia, la cui massa di elettori è tutta compatta; perciò mi diceva ieri sera un ufficiale americano: “Il Presidente della repubblica dovrei essere io”. […]
«Ho dato ordine a tutti i Principi di Casa Savoia di dimettersi dai posti dell’Esercito e della Marina […] Non volevo che per causa di qualche principe si inscenassero dimostrazioni pro o contro, le quali avrebbero potuto dare pretesto alle truppe di Tito di entrare in Italia per ristabilire l’ordine.
«Quanto all’avvenire d’Italia non è facile fare previsioni […] ho dato precisi ordini circa le Cappellanie e fondazioni di messe che ho fatto sempre celebrare puntualmente, ma che ora non avrò più i mezzi di continuare a far celebrare.
«”Circa la Santa Sindone, che è proprietà mia personale e che ho promesso al cardinale Fossati di rimandare a Torino […] ogni decisione sia sottoposta al Santo Padre”.
«[…] nei momenti in cui ha mostrato maggiore pena, ho parlato di Dio e della fiducia che tutti dobbiamo avere in lui (su di che il re veramente era d’accordo) ed io aggiungo che dopo la bufera abbattutasi sull’Europa, la vita nostra è quella delle foglie nel vortice del vento, ma solo nell’Eternità avremo la vera pace. Ho detto pure a Sua Maestà che in questo momento egli dava grande esempio di calma, di patriottismo e di fede cristiana. Risposta: “Non ho mai nascosto questi miei sentimenti a nessuno”.
«Gli ho domandato quando intendeva partire.
«Mi ha risposto: “Non appena saprò chi è il mio successore e gli avrò stretto la mano facendogli i miei auguri. Intanto la legge ancora mi riconosce come re ed oggi stesso verranno alcuni ministri per farmi firmare dei decreti in articolo mortis».
In realtà non gli faranno stringere alcuna mano e senza seguire i dettami della legalità si stabilì che l’Italia diventava repubblica: il 18 giugno venne proclamata, con effetto retroattivo dal 2 giugno, mentre la monarchia era decaduta il 13. Così per cinque giorni l’Italia non fu né monarchia, né repubblica. Il solo caso al mondo di uno Stato sospeso fra due sistemi.
Ad Umberto II parve di vivere una situazione irreale. Fra le mani aveva un vasetto di vetro, dentro era contenuta terra italiana. Dal velivolo vide Roma in un velo grigio di pioggia e all’improvviso gli tornò il senso della durissima realtà. Fu allora che, non avendo più da recitare con alcuno, lasciò scivolare via le lacrime.
Dirà più tardi, ormai lontano dal cielo italiano, durante il pranzo offerto in suo onore a Barcellona che fu costretto ad accettare per ragioni di educazione, ma che avrebbe preferito di gran lunga rifiutare: «Certo, in quelle ore non potevo essere brillante, da che – perché non dirlo? – durante quell’agitato viaggio, per religioso ch’io sia, avevo invocato la morte».
È necessario precisare che soltanto gli storici e i monarchici hanno realizzato ricerche e approfondimenti sull’argomento Referendum 1946. I partiti repubblicani (la maggioranza) mai: nessuno di questi, infatti, ne avrebbe avuto convegnenza.
In sintesi
I documenti decisivi per la prova dei brogli referendari sono essenzialmente due: una confessione pubblica del ministro Giuseppe Romita ed un prospetto ufficiale del Ministero degli Interni, con i dati del referendum alle ore 08,00 del 4 giugno 1946 che rettifica la confessione dello stesso Romita.
L’acceso repubblicano, tredici anni dopo i fatti (1959) scrisse un libro Dalla Monarchia alla Repubblica, pubblicato dalla Casa editrice Nistri e Lischi diPisa, descrivendo le fasi del trapasso istituzionale. Un capitolo del saggio è intitolato «E una notte la Monarchia fu in vantaggio», dove l’autore pone bene in evidenza la gestione a senso unico impressa dallo stesso Romita alla consultazione popolare.
La combinazione di queste due prove porta alla conclusione che verso le 2 del mattino del 5 giugno 1946, a scrunio pressoché finito e ormai «mescolato», la Monarchia si presentò in netto vantaggio per questa ragione Romita era disperato.. Il libro di Romita è introvabile, anche nelle librerie antiquarie.
Insomma, la Monarchia aveva vinto e l’esito del Referendum è stato alterato artificialmente gonfiando la somma dei voti repubblicani in modo da attribuire alla Repubblica un vantaggio di due milioni di voti. Le statistiche parlano chiaro: su una popolazione italiana di 43 milioni di abitanti c’erano 25.800.000 elettori iscritti (Dati Istat). Come mai, allora, risulteranno presenti circa due milioni di schede in più rispetto agli elettori?
Palmiro Togliatti ebbe paura che, per un motivo qualsiasi, i conteggi circoscrizionali dovessero essere rifatti. La legge, però, non prevedeva nulla del genere, perché ci si affidava alla «correttezza» dei funzionari circoscrizionali. Ci fu però il ricorso Selvaggi-Cassandro basato sulla lettura contraddittoria della legge, la quale affermava che sarebbe stata vittoriosa la forma istituzionale che avesse riportato «la maggioranza degli elettori votanti», fissando, così, un quorum che costringeva a tenere conto anche dei voti nulli. Nella sua prima seduta, quella del 10 giugno, la Cassazione lo accolse, avvertendo che in una seconda seduta (18 giugno) avrebbe indicato il totale degli elettori votanti. Ciò significava riaprire tutti i verbali. Tale incidente poteva mandare a monte tutto il disegno repubblicano dei comunisti.. Per tale ragione il Governo forzò i tempi e proclamò subito la Repubblica per impedire un reale controllo. Infatti, partito il Re per l’esilio in Portogallo, il controllo non si fece affatto. E il 18 giugno la Cassazione non indicò il totale degli elettori votanti, respingendo il ricorso Selvaggi-Cassandro e affermando che la legge dichiarando «elettori votanti» aveva inteso dire «voti validi».
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Questo il proclama con il quale Umberto II lasciò l’Italia:
«Italiani!
Mentre il Paese, da poco uscito da una tragica guerra, vede le sue frontiere minacciate e la sua stessa unità in pericolo, io credo mio dovere fare quanto sta ancora in me perché altro dolore e altre lacrime siano risparmiate al popolo che ha già tanto sofferto.
Confido che la Magistratura, le cui tradizioni di indipendenza e di libertà sono una delle glorie d’Italia, potrà dire la sua libera parola; ma, non volendo opporre la forza al sopruso, né rendermi complice dell’illegalità che il governo ha commesso, lascio il suolo del mio Paese, nella speranza di scongiurare agli Italiani nuovi lutti e nuovi dolori. Compiendo questo sacrificio nel supremo interesse della Patria, sento il dovere, come Italiano e come re, di elevare la mia protesta contro la violenza che si è compiuta; protesta nel nome della Corona e di tutto il popolo, entro e fuori i confini, che aveva il diritto di vedere il suo destino deciso nel rispetto della legge e in modo che venisse dissipato ogni dubbio e ogni sospetto.
A tutti coloro che ancora conservano fedeltà alla Monarchia, a tutti coloro il cui animo si ribella all’ingiustizia, io ricordo il mio esempio, e rivolgo l’esortazione a voler evitare l’acuirsi di dissensi che minaccerebbero l’unità del Paese, frutto della fede e del sacrificio dei nostri padri, e potrebbero rendere più gravi le condizioni del trattato di pace.
Con animo colmo di dolore, ma con la serena coscienza di aver compiuto ogni sforzo per adempiere ai miei doveri, io lascio la mia terra. Si considerino sciolti dal giuramento di fedeltà al re, non da quello verso la Patria, coloro che lo hanno prestato e vi hanno tenuto fede attraverso tante durissime prove. Rivolgo il mio pensiero a quanti sono caduti nel nome d’Italia e il mio saluto a tutti gli Italiani. Qualunque sorte attenda il nostro Paese, esso potrà sempre contare su di me come sul più devoto dei suoi figli.
Viva l’Italia!
13 giugno 1946».
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Per i 60 anni dal Referendum è utile, per chi desidera approfondire lo scottante tema, leggere il libro di Massimo Caprara, L’inchiostro verde di Togliatti (Simonelli Editore). Caprara è testimonene diretto e vivente delle vicende referendarie dell’epoca: era segretario particolare di Palmiro Togliatti, al servizio di Stalin e leader del maggior partito repubblicano del Paese, nonché ministro della Giustizia nel Governo che organizzò il referendum.
È interessante riportare alcune parole di questo testimone d’eccezione: «A Palermo, proprio a me era accaduto d’assistere a uno spettacolo teatrale di grande effetto e portata elettorale. Umberto di Savoia aveva appena finito di parlare da un balcone del Palazzo dei Normanni, quando, dall’aulico portone di fronte, uscì un corteo quaresimale, orante. In coda, il Cardinale Arcivescovo della città, con un grande manto rosso le cui code erano rette da gentiluomini e scambini di Curia con fede liturgica e fiaccole fiammeggianti. Il Cardinale traversò, con portamento fiero, tutto il lastricato e s’accinse a salire la gradinata, quando Umberto gli si fece incontro. Lasciò il balcone, ne scese regalmente gli scalini, poi si inginocchiò e baciò compunto l’anello del Presule. La folla impazzì di trasporto […] “Almeno a Roma la Dc ha detto sì alla Repubblica” feci mnotare a Togliatti, raccontandogli la parata. “È importante, ma non decisiva, questa scelta” replicò lui. “È decisivo che con quel voto i monarchici del parito cattolico si siano impegnati ad accettare l’esito della consultazione, qualunque esso sia”. “Ma la Democrazia Cristiana non potrà smentirsi” osservai. “Il paradosso sta in questo. La Dc è prevalentemente repubblicana nella sua dirigenza ma in maggioranza monarchica nel suo elettorato. La sua capacità di mediazione tra destra e sinistra, tra monarchia e partiti repubblicani, tra noi e l’amministrazione anglo-americana, che tutta repubblicana non è per timore delle sinistre, sta in questa doppiezza. Come ufficio del Guardasigilli, tocca noi, per ora, vigilare” concluse. «Ma appena furono noti i primi risultati della consultazione, Togliatti non solo vigilò, ma intervenne. In vista del Referendum, era stato costituito presso la Corte suprema di Cassazione del Regno, un ufficio elettorale speciale con il compito di sovrintendere alla raccolta, al controllo dei voti e, soprattutto, di provvedere alla proclamazione dei risultati. Presidente, il Presidente della Cassazione, Giuseppe Pagano; Procuratore generale, Massimo Pilotti.
Alla chiusura dei seggi non risultò pacifico il numero dei voti e tanto meno chi avesse vinto: se la Monarchia o la Repubblica. La prima contava su poco meno di 11 milioni di voti; la seconda su poco più di 12.. Nacque una questione delicatissima di interpretazione. Gli avvocati della Real Casa, guidati dall’onorevole Vincenzo Selvaggi, deputato,, assunsero immediatamente il patrocinio del Quirinale. Come avrebbero dovuto essere computati i voti nulli e le astensioni? Se calcolati, il quorum sarebbe cambiato a svantaggio per la Repubblica.
Giuseppe Romita […] mi telefonò allarmatissimo, pregando d’informare Togliatti della rischiosissima impasse. Nenni, ministro della Costituente, fece lo stesso. Togliatti sembrò, sulle prime, distratto, in attesa. Poi, qualche momento dopo queste comunicazioni, che ebbi immediatamente cura di trasferirgli, si sedette alla sua scrivania di Guardasigilli al Palazzo di via Arenula e intinse la penna nell’inchiostro verde.
«Subito, al Presidente Pagano» m’ingiunse, consegnandomi una busta intestata del Ministero di Grazia e Giustizia. Arrivai all’abitazione del Presidente, in viale Regina Margherita, passando per Villa Borghese e poi per il centro.. Notai che dal Vicinale era stata ammainata la bandiera con lo stemma sabaudo, ma che il gagliardetto reale sventolava sulla torretta di Gian Lorenzo Bernini al Quirinale.
Il Presidente mi ricevette mentre era a tavola e mi salutò con il tovagliolo infilato nel colletto. Aprì la lettera. «Avvisi il signor Ministro che provvederò come chiede» mi comunicò. L’ordinamento giudiziario allora in vigore stabiliva una certa dipendenza della magistratura dal Guardasigilli, specialmente in materia referendaria.
Il Presidente letteralmente non provvide. Non proclamò né smentì la nascita della Repubblica. Così gli aveva chiesto il Ministro. Il 10 giugno […] accompagnammo Togliatti a Montecitorio, dove, nella Sala della Lupa, era riunito, come stabilito dalla legge, l’ufficio elettorale della Corte suprema. «Andiamo a prendere un gelato in piazza del Parlamento, alle spalle dell’ingresso di Montecitorio» ci ordinò Togliatti. E aggiunse: «Vedrete, non succederà niente».
Nel salone in fermento, la voce del Presidente non annunziò chi avesse vinto. Si limitò a comunicare che lo spoglio delle schede era ancora in corso: come Togliatti confermò. Neanche una parola sulle schede nulle o le astensioni. La Repubblica non nacque dai voti, ma fu proclamata dal Consiglio dei Ministri, il cui Presidente, De Gasperi, assunse subito le funzioni straordinarie assegnategli dalla legge […] Nessuno ebbe più la forza di insistere.
«I parti difficili vanno assistiti e pilotati» ci disse Togliatti quando, ormai al tramonto, uscimmo dalla Camera dei Deputati».
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I manifesti che venivano appesi per paesi e città del Sud proclamavano così:
«Italiani Meridionali!
La Democrazia Cristiana ci ha traditi! È venuta meno alla parola data in tutte le chiese, ci ha strappato il nostro re! Meridionali è l’ora di agire, De Gasperi crede che facendo circolare per Napoli e per tutto il Meridione d’Italia gli sgherri del Nord, crede di sfuggire alla giusta punizione che il Sud gli darà!
Dalla Sicilia dalla Calabria dalle Puglie sono arrivati i rappresentanti di quelle regioni i quali ci hanno portato i desiderati di quelle popolazioni: Separatismo!!».
Altro rancore, altro odio in un’Italia martoriata dalla destra, dalla sinistra e ora anche dal centro. Dalla Toscana in su aveva prevalso la repubblica, da Roma in giù la monarchia. La mancata saldatura fra il Nord e il Sud, fonte di reciproche incomprensioni, avrebbe costituito anche sotto la repubblica una remora per lo sviluppo armonico e la crescita civile. Il Sud accolse il responso delle urne come un’altra prevaricazione delle regioni settentrionali, dopo la conquista garibaldina del 1860.
«Separatismo! Ecco il grido che risuona nel Meridione d’Italia, guerra alla Democrazia Cristiana traditrice nella nostra causa, Italiani del Sud, in alto i cuori, il nostro re, il nostro padre tornerà appena si sarà avverato il nostro desiderio, desiderio che non avrà sosta finché esisterà il nostro re! […] La parola d’ordine per il momento è boicottare tutto ciò che ci viene dal Nord […].
«Nessun Meridionale entri più in chiesa, tutte le nostre proteste dovranno essere mute! Noi non desideriamo alcun spargimento di sangue, noi su questo punto insistiamo perché se volevamo spargere sangue a quest’ora qui non esisteva nemmeno un dito di repubblicano […] è inutile che il Sig. De Gasperi mandi in giro per Napoli un esercito agguerrito di forza Pubblica per spaventarci […] ».
I separatisti invitavano la popolazione ad astenersi dal comprare qualsiasi giornale, negli acquisti occorreva dare preferenza ai commercianti monarchici i quali nel loro negozio avevano un contrassegno visibile.
Inoltre commercianti, industriali, professionisti, erano chiamati a licenziare il personale repubblicano. Ad albergatori, affittacamere, vetturini, taxisti veniva chiesto di non prestare servizio ai cittadini del Nord. Si domandava inoltre ai privati di non rispondere ai «nordisti» se avessero chiesto loro informazioni o se volevano potevano rispondere, ma in modo sbagliato. E poi ai ristoranti, di qualunque categoria, c’era l’invito di non dare da mangiare ai cittadini del Nord anche se accompagnati da «sudisti».
Un noto industriale di Palermo, la cui identità è per noi ignota, offrì al movimento separatista la bellezza di 50 milioni di lire, per l’epoca un’enormità.
Dei brogli del referendum gli Alleati se ne lavarono le mani, anche perché, come scrive l’8 giugno 1946 monsignor Borgongini Duca a monsignor Giovanni Battista Montini:
«Alla Presidenza [del Consiglio, ndr] si lamentano i vari brogli avvenuti nei seggi elettorali, per cui il risultato del referendum è assai discutibile. Anche i verbali sembrerebbero fatti senza coscienza e molti di essi mancherebbero degli allegati riguardanti le schede annullate o in bianco. L’atteggiamento degli Alleati, che sembra quasi passivo, si ascriverebbe ad una presa di posizione della Russia, la quale avrebbe dichiarato di rompere le relazioni diplomatiche se essi tentassero di ingerirsi nel referendum, come hanno fatto in Grecia».
Il 22 giugno Togliatti, segretario del Pci e ministro di Grazia e Giustizia, mise la sua firma sotto il più clamoroso dei provvedimenti di amnistia, valido per tutti i reati politici salvo quelli che fossero stati commessi da persone «rivestite di elevata responsabilità di comando civile o militare» e salvo i fatti di strage e di sevizie «particolarmente efferate» compiute anche sotto la repubblica di Salò.
In poco più di un mese uscirono dalle carceri italiane 30 mila fascisti. Risultarono amnistiati 219.481 imputati, e fra questi ottennero l’indulto anche 2.979 fascisti accusati di «sevizie particolarmente efferate».
Perché Togliatti prese questa decisione? Tanti prefetti, questori, magistrati del regime conservarono il posto che avevano durante il regime di Benito Mussolini: un rimpasto amministrativo. Insomma, erano sempre gli stessi italiani che lavoravano sotto un altro governo e Togliatti, con intelligenza acuta, pensò bene di agire con generosità, eliminando in tal modo spazi a chi denunciava, dall’altra parte, il sangue sparso dai partigiani in una guerra civile che sembrava non aver conosciuto pietà.
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Mio nonno non amava parlare del Referendum istituzionale e del suo breve regno in Italia quando mia sorella Elena ed io andavamo in vacanza a Villa Italia a Cascais.
Ho sentito dei ricordi di questo periodo da mia madre, che all’epoca aveva quasi 12 anni. Primogenita di re Umberto II e della Regina Maria José, è l’unica ad avere vissuto la vita a Corte ed essere stata testimone di questo drammatico periodo, che terminò, per mia nonna e per i figli, a Napoli, nella casa dedicata a mia madre, Villa Maria Pia.
Negli ultimi anni della vita di mio nonno, mi sono potuto rendere conto di quanto fosse ingiusta la storia divulgata per interessi di parte. Anche per questo motivo, ho accettato di scrivere la prefazione del libro di Micaela Mastronato, che nel volume Scacco al Re (Argo Editore) ha proposto alcune delle possibili riflessioni del Sovrano. Dopo 60 anni, queste pagine di sotria debbono essere scritte con la serenità e l’obiettività necessarie.
Non si può negare, ad esempio, che l’8 settembre 1943 il re, conscio della necessità di trasferirsi a Brindisi per non lasciare l’Italia nelle mani di potenze straniere, gestì la «questione romana» sfidando la capitale ad un componente della Famiglia reale: suo genero, il generale Giorgio Calvi di Bergolo, il cui operato, per stessa ammissione del generale tedesco Kesserling, salvò Roma dal saccheggio e dalla distruzione. Non si può più negare che l’8 settembre ci fu un semplice trasferimento del governo, non una fuga, similmente a quanto, pochi anni prima, avevano fatto, in circostanze molto simili, sia il governo francese sia quelli olandese e russo. Non si può più negare la parte importante svolta dai partigiani e dai militari fedeli al Re, senza dubbio il maggior fattore di resistenza italiana al nazismo.
Non si possono più negare l’impegno e il coraggio del principe Umberto a Monte Lungo, alla testa del 1° Raggruppamento Motorizzato, il nucleo del risorto esercito regio che proprio in quella battaglia ebbe il suo vittorioso «battesimo di fuoco». Non si può più negare il coraggio della principessa Maria José nel tornare in Italia, con il rischio d’essere catturata dai nazisti, mentre avrebbe potuto rimanere comodamente e al sicuro in Svizzera. Non si può dimenticare il sacrificio di tanti giovani a Napoli per la Patria e il Re, in particolare di quelli barbaramente assassinati in Via Medina. Non si può negare che, 60 anni dopo questi fatti, i miei bisnonni e i miei nonni aspettano ancora, in Egitto e in Francia, degna sepoltura in Patria, al Pantheon di Roma.
Non ero ancora nato in quegli anni difficili e non giudico nulla e nessuno, però desidererei vedere l’affermazione della verità storica. Abbiamo dovuto aspettare oltre mezzo secolo per il riconoscimento della tragedia delle foibe. Quanti anni dovremo aspettare ancora per una vera pace nazionale? È il mio voto, anzi il mio sogno!
Quando il Comitato Olimpico Internazionale e la Città di Torino, dove ho scelto di vivere sin dal mio arrivo in Italia quindici anni fa, mi hanno chiesto di ricevere le personalità venute ai Giochi olimpici del febbraio scorso, non ho esitato. Ho dedicato questo impegno a quello che fu un vero Principe di Piemonte e un vero Re d’Italia: mio nonno. Umberto II!.
Principe Sergio di Jugoslavia
Per approfondimenti: C. Siccardi, Maria José-Umberto di Savoia. Gli ultimi sovrani d’Italia, Paoline Editoriale Libri, Milano 2004.
Cristina Siccardi
Fonte: Dimensioni nuove
