Guglielmo Massaja

Fra i più grandi evangelizzatori di tutti i tempi si erge il nome del Cardinale e frate cappuccino Guglielmo Massaja (1809-1889), considerato dalla storiografia missionaria uno dei protagonisti più fulgidi della santità apostolica, del quale, grazie all’interessamento del Cardinale Angelo Sodano, è stato riavviato il processo di beatificazione il 22 maggio 1993.

Alieno da ambizioni e compromessi, fu uomo sempre libero da ogni tipo di potere, poiché, avendo trovato la Verità, non ebbe mai necessità di cercare sicurezze in altro o in altri  se non in Dio, nel Crocifisso e nel Santo Sacrificio della Messa. Benedetto XVI ha dichiarato il 20 giugno 2010: «Il cammino dei discepoli è un seguire Lui, il Crocifisso, seguirlo sulla strada della croce». Della Croce Massaja – ordinato sacerdote a Vercelli, nella cattedrale di sant’Eusebio, il 16 giugno 1832, e consacrato Vescovo nella chiesa di San Carlo al Corso di Roma il 24 maggio 1846 – fece il suo faro e partì dalle colline monferrine di Piovà (Asti) per approdare in Etiopia con il preciso obiettivo di piantarvi la Croce di Cristo, che aveva conficcata nel proprio cuore.

L’attività apostolica dell’Abuna Messias (contrapposto all’Abuna Salama, il Vescovo copto che lo voleva assassinare) si articolò in periodi definiti: 1) La «Missione dei Galla» dal 1852 al 1863 comprese le fondazioni di Asandabo, nel Gudrù (1852), dell’Ennerea (1854), del Kaffa, di Lagamara (1855) e del Ghera (1859); 2) La permanenza in Europa dal 1864 al 1867 ebbe lo scopo di riorganizzare i quadri missionari, comporre personalmente i catechismi oromo e caffino, pubblicare la prima grammatica oromo e fondare il Collegio Galla San Michele a Marsiglia per i giovani aspiranti al sacerdozio (15 aprile 1866); 3) La Missione dello Scioa, dove re Menelik II lo assoldò come suo consigliere e dove fondò, nel 1868, le importanti stazioni missionarie di Fekerié-Ghemb e di Finfinnì, elevata a capitale dell’Etiopia moderna nel 1889 con il nome di Addis-Abeba (Nuovo Fiore).

Si potrebbe, con un’espressione paradossale, definirlo «martire vivo» questo Homo Dei che ha eseguito alla lettera gli insegnamenti di Gesù: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura» (Mc 16, 15). Per entrare nella missione della popolazione degli Oromo impiegò 6 anni, 5 mesi e 17 giorni con inaudite sofferenze, umanamente impossibili da reggere, senza l’intervento della grazia di Dio. Fu più volte esiliato e per ben diciotto volte in pericolo di morte, eppure «sora nostra morte corporale», lo risparmiò e rimase in vita, nonostante le ostilità di un territorio avverso e insidioso e le persecuzioni contro di lui scatenate dalle autorità religiose copte e da quelle civili. Anelava a morire martire per Cristo, ma si ritenne sempre indegno di meritarne la palma. Il martirio gli fu concesso nell’animo: si consumò nella solitudine più straziante. Dal 1846 al 1880 rimase in Africa: il suo più grande sacrificio fu quello dell’isolamento, anche da parte della Chiesa e fu un abbandono sia economico che morale.

Visse sempre in estrema povertà, avendo per modelli san Paolo e san Francesco, per insegnanti sant’Agostino e san Tommaso. Pioniere audace e combattivo, portò semi di civilizzazione in Africa e lo fece con un dispendio eroico di energie: «Qui il Vescovo si chiama Guglielmo, Guglielmo il segretario, Guglielmo si chiamano tutti i curialisti, Guglielmo il medico, il maestro di scuola; non basta: Guglielmo è il muratore, il sarto, il falegname, il fabbro ferraio con tutto il resto…», ovvero: storico, etnografo, geografo, botanico, zoologo, metereologo, farmacista, architetto. Estenuante fu la sua lotta contro il vaiolo: la pandemia scoppiò ad Asandabo e si estese in tutta la regione. La profilassi lo fece acclamare «Padre del Fantatà (vaiolo)», ma si esaurì il vaccino portato dall’Europa e allora provvide a fabbricarlo ricavandolo dal pus degli ammalati.  Realizzò in tutto circa 40 mila vaccinazioni: aveva pietà e misericordia per tutti, tranne che per sé.

Profondamente amareggiato dalle pieghe liberali, repubblicane, massoniche, socialiste del Risorgimento italiano e dalle persecuzioni innescate violentemente ai danni dei cattolici, questo Vescovo, che è anche diplomatico  apostolico di Propaganda Fide, è assalito dalla tristezza più cocente nel sentirsi abbandonato dalle autorità ecclesiastiche in un territorio dove si cerca in tutti i modi di annientare la Chiesa. I nemici, oltre i copti, sono anche i musulmani, verso i quali Massaja guarda con grande preoccupazione per la violenza del loro proselitismo e per l’imbarbarimento che diffondono nella mentalità e nei costumi. Fortemente allarmato è anche nei confronti del liberalismo, da lui definito «malattia mortale», che in Europa dilaga sempre più nei centri di potere.

Non ha mezzi, non ha ordini, non ha conforti e si trova «continuamente oppresso da miserie e tribolazioni di ogni genere tanto nello spirito che nel corpo, senza nessun sollievo e consolazione di sorta», come scrive al beato Pio IX (1792-1878) il 14 settembre 1860 in festo Exaltationis S. Crucis, in una lettera dove sono riscontrabili i segni lasciati dalle sue lacrime, «fui persino tentato di farne qualcheduna grossa, per guadagnarmi il riposo della S. Inquisizione, che per me sarebbe cento volte migliore, ma il timore dell’offesa di Dio mi ha trattenuto». Tuttavia, questo «arnese inutile» che si sente gettato «in un’angolo [sic] della casa», come scrive ancora a Pio IX, sarà elevato alla porpora cardinalizia da Leone XIII (1810-1903), che lo incaricherà di scrivere le sue Memorie (dodici volumi) e vedrà in lui la realizzazione dell’autentico Pastore, umile e forte, del quale Papa Mastai disse: «Se lo facessero a pezzi, da ogni pezzo rinascerebbe un sacerdote».

Cristina Siccardi

Fonte: Radici Cristiane

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