La storiografia missionaria lo considera fra i più grandi evangelizzatori di tutti i tempi, è il Cardinale Guglielmo Massaja.
Vocazione precoce, preghiera assidua, Santo Sacrificio come centro della sua vita, il Crocifisso come pilastro, Guglielmo Massaja, frate, missionario, Vescovo, Cardinale, ha lottano fino all’estremo per riuscire a fondare e a consolidare la missione fra la popolazione etiope degli Oromo. Si potrebbe paradossalmente definirlo “martire vivo” questo Homo Dei che non ha fatto nient’altro che eseguire alla lettera gli insegnamenti di Gesù Cristo: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno»[1]. Massaja visse tutto questo.
Diciotto volte in punto di morte, eppure la morte lo risparmiò e rimase in vita, là, in Etiopia, sotto le asprezze di un territorio insidioso, sia per la natura in sé, sia per le persecuzioni contro di lui scatenate dalle autorità religiose copte e da quelle civili. Avrebbe desiderato perire da martire, versare il sangue per Cristo, ma si riteneva indegno di coronare la sua esistenza con la palma del martirio… Visse sempre in estrema umiltà e povertà: il suo saio, nei trentacinque anni di missione, lo confezionava con le proprie mani ed era di ruvida tela. I suoi modelli erano san Paolo e san Francesco, suoi insegnanti sant’Agostino e san Tommaso e li incarnò tutti e quattro, portando in Africa, in condizioni a volte disperate, la luce del Vangelo.
Sacerdote prima di tutto, ma le sue mani, oltre a trasformare il pane e il vino in Corpo e Sangue di Nostro Signore Gesù, erano in grado di diventare anche le mani di un medico, di un farmacista, di un sarto, di un calzolaio, di un falegname… Pioniere missionario, attraverso la sua solida Fede, la sua indefettibile dottrina, le virtù praticate giorno dopo giorno e la Grazia che gli era infusa, ha saputo risolvere situazioni umanamente impossibili ed è per queste ragioni che oggi il nome di Guglielmo Massaja, Servo di Dio, attende di essere inserito fra i santi della Chiesa[2]. «Nessun viaggiatore ed esploratore, nessun missionario[3] in sette secoli lo ha sorpassato nell’ardimento e nelle difficoltà delle sue peregrinazioni attraverso l’Africa orientale. […] propriamente egli è l’apostolo dell’Etiopia, perché nessuna regione di quella nazione è sfuggita al suo sguardo d’aquila e al suo cuore di apostolo»[4].
Maestro di religione, di astronomia, di botanica, di zoologia, insegnava ai figli africani l’artigianato che si era industriato ad imparare; infatti considerava l’istruzione ottima strada per guidare le anime alla Fede ed essa stessa favoriva l’istruzione in una sorta di circolo virtuoso, così come è sempre accaduto nella civiltà cristiana, che nel portare la Buona Novella ha garantito la promozione umana.
Attento alle dinamiche della storia, della quale aveva una lettura provvidenziale, guardava con estrema preoccupazione agli europei, imbevuti di positivismo, razionalismo e demagogia, al dilagare delle idee del liberalismo che si stavano impossessando degli Stati e della cultura, agli assalti dell’indifferentismo e dell’ateismo, prodotti da quella che considerava un’equazione: Protestantesimo-razionalismo-ateismo-massoneria. L’ateismo, diceva, era una realtà inconcepibile fra gli indigeni delle tribù etiopi, infatti ai «miei africani» pareva impossibile che esistesse al mondo gente che non credesse in Dio.
Meravigliosa la lettera che Massaja, il quale si fece tutto a tutti, servo di tutti, come san Paolo, «per guadagnarne il maggior numero»[5], scrisse a re Menelik. Si tratta di una lettera ricca di sapienza, meritevole di entrare a pieno titolo nella letteratura della Storia della Chiesa, vero e proprio capolavoro di padronanza dottrinale e teologica, dove emerge il suo totale abbandono alla volontà di Dio, oltre al suo invincibile coraggio. La missiva è datata 6 luglio 1879:
«L’operato di re Johannes non mi ha arrecato alcun danno, poiché egli lo ha fatto secondo i disegni di Dio. Io considero un gran miracolo, nella mia vecchiaia, l’esser venuto qui, in questo bel paese. Io sono venuto in questo paese di sofferenza per la gloria di Dio e la salvezza delle anime. E per questo [motivo], anche se dovessi subire la morte, non dovrei forse essere disposto ad accettarla?
L’importante è che Dio accetti i miei propositi; e per questo, anche se dovessi lasciare questo paese, non mi rammarico. Ma voi cercate di fare il vostro possibile per trarmi fuori da questa situazione, poiché sono vostro padre.
Tutt’ora sono vostro padre, perciò, nel mio possibile, farò tutto a favore della vostra persona. Soltanto una cosa mi rammarica: né voi né la vostra patria siete stati avvantaggiati, causa la mia vecchiaia o per altri motivi. Io non ho dato consiglio né insegnato come dovevo. Il cuore mi duole davanti a Dio soltanto per questo. Il pensiero che, nonostante la mia permanenza con voi nello Scioa, voi scenderete nell’inferno e si perderanno tante anime del vostro regno, mi rattrista assai. Per questo, Dio mi perdoni e perdonatemi anche voi.
Signor mio, ascoltatemi: È giusto che tutti gli uomini siano costretti ad accettare il Cristianesimo? Ciò è ridicolo di fronte al mondo e dispiace a Dio. Poiché la religione è un atto di cuore rivolto a Dio, perché allora l’uomo senza istruzione deve accettare il Cristianesimo? Non è forse un cristianesimo vuoto o un allontanamento dal Cristianesimo?
Nostro Signore Gesù Cristo disse: “Andate, istruite e, chi avrà creduto, battezzate[lo]”. Se si dovesse credere per forza, avrebbe potuto imporlo Dio anziché il re. E allora perché mandò i suoi discepoli alla morte?
C’è un Cristianesimo senza opere ed una istruzione senza fede. Non è forse vero?
[…] l’interpretazione della religione non appartiene al re. Se un re, in Abissinia, dovesse costringere a credere, venendo in seguito al potere un re mussulmano [sic], questo non costringerebbe anch’egli ad accettare la [sua] fede? Oppure gli abissini che arrivano a Gerusalemme o in altri paesi di diversa fede dovrebbero credere per forza.
Stando così le cose, coloro che hanno ucciso gli apostoli, non lo hanno forse fatto per il bene della loro religione? […]. Piango nel lasciare lo Scioa per il Beghemeder. […] in Abissinia tutto è ridicolizzato. Viene offerta la possibilità di diventare cristiani anche a quelli che odiano Cristo; la Comunione è diventata lo zimbello dei bambini»[6]. La constatazione di questa realtà che è andata edificandosi suo malgrado è causa di incommensurabile sofferenza. Egli è, come affermò il beato Pio IX, «così sacerdote che, se lo facessero a pezzi, da ogni pezzo rinascerebbe un sacerdote».
Da una terra tutta cattolica
Al secolo si chiamava Lorenzo Antonio Massaja. Era nato, settimo di otto figli, l’8 giugno 1809 nella frazione «La Braja» di Piovà d’Asti, ora Piovà Massaja, nel Monferrato, terra dalla prodigiosa vendemmia di santità[7], innestata in un Piemonte profondamente cattolico. Suo padre, Giovanni (1774-1853), era un piccolo proprietario rurale e sua mamma, Maria Bertorello (1774-1837), un’umile madre di famiglia. Centro agricolo di circa un migliaio di abitanti, Piovà era, all’inizio dell’Ottocento, un comune amministrativamente incluso in territorio francese, conseguenza del decreto napoleonico di annessione dell’11 settembre 1802.
Un giorno Lorenzo dice al padre che il campo di lavoro è grande, la famiglia numerosa e unita, ma sente che tutto questo non gli basta più e pensa di andare in missione. Trascorse l’adolescenza sotto la guida del fratello Guglielmo (1795-1833), parroco di Pralormo (1821-1828), poi curato e vicario perpetuo della cattedrale di Asti; in seguito frequentò il Collegio Reale[8] di Asti come seminarista (1824-1826).
La vocazione era certa, restava da scegliere se monaco o sacerdote. Si confidò al suo confessore, don Angelo Longhi: voleva diventare missionario, pescare anime nelle terre lontane. Il confessore non ebbe esitazioni: la strada da intraprendere era quella di cappuccino e sacerdote. I parenti non furono contenti di questa scelta religiosa, trattandosi di braccia maschili sottratte alla campagna, ma alla fine cedettero alla risolutezza di Lorenzo. «Se non si arde non si illumina, se non si dona non si disseta, e lui sente di essere fonte e fiamma insieme: con la generosità degli anni e della vocazione»[9].
Il 6 settembre 1826, a Madonna di Campagna in Torino e all’età di appena 17 anni, indossò il saio cappuccino, al quale rimase sempre legato da profondo amore, cambiando il nome di battesimo in quello del fratello sacerdote. Ora è fra’ Guglielmo da Piovà. L’11 settembre dell’anno dopo si trasferisce a Cigliano Vercellese per studiare filosofia e teologia sotto la guida di padre Venanzio da Torino, futuro ministro generale dell’ordine dei Cappuccini. Il 28 ottobre 1827 riceve la tonsura e gli ordini minori a Cigliano e il 18 settembre 1830 viene ordinato suddiacono a Torino, lo stesso giorno in cui riceve la tonsura il diciannovenne Giuseppe Cafasso (1811-1860), che diverrà maestro di tanti santi preti. Il 16 giugno di sei anni dopo (1832) diventa sacerdote a Vercelli e termina gli studi filosofici e teologici nel 1833 a Mocalieri-Testona.
Conseguita la licenza da predicatore, diventa cappellano dell’Ospedale Mauriziano di Torino (1834-1836), un apprendistato sanitario che gli consente di venire a conoscenza di preziose nozioni di medicina e chirurgia, le quali gli torneranno molto utili durante il suo apostolato in Africa.
Nell’agosto del 1836 Massaja vinse un concorso, bandito dal convento del Monte dei Cappuccini, per una cattedra di filosofia e teologia, diventando «lettore», cioè insegnante e guida degli studenti Cappuccini di Torino e ricoprendo tale mansione per dieci anni, prima in un convento di Testona, presso Moncalieri e poi al Monte dei Cappuccini.
L’incarico gli permise di stabilire relazioni importanti. Proprio in questo periodo re Carlo Alberto (1798-1849) lo scelse in qualità di padre spirituale dei due figli, Ferdinando (1822-1855) e Vittorio Emanuele (1820-1878), e quando, nel 1845, si trasferì al Monte dei Cappuccini, divenne guida del patriota Silvio Pellico (1789-1854), che dopo le catene dello Spielberg aveva subito una profonda trasformazione di coscienza, aggrappandosi alla Fede, anche grazie alla benefica influenza che su di lui ebbero i marchesi Giulia (1785-1864) e Carlo Tancredi Falletti di Barolo (1782-1838).
Re Carlo Alberto si adoperò affinché venisse nominato Vescovo, ma il padre cappuccino non aveva voluto saperne. Era troppo umile per ambire alle cariche, che voleva tenere ben distanti da sé. Tuttavia, in Vaticano, il suo nome, ormai, circolava.
Vescovo
Ha 37 anni quando Papa Gregorio XVI (1831-1846) e il Procuratore generale del suo ordine religioso, padre Venanzio da Torino, lo chiamano a Roma per comunicargli che dovrà assumere il Vicariato di una nuova missione all’estero, fra la popolazione Oromo in Etiopia. L’esploratore francese Antoine Thomson d’Abbadie[10], futuro presidente dell’Accademia delle Scienze di Francia, durante le sue spedizioni scientifiche e geografiche in Etiopia, scoprì una terra cristiana, contaminata fortemente dall’Islam (negli anni Cinquanta del XIX secolo i musulmani coprivano i due terzi della popolazione locale) e il 9 marzo 1845 scrisse una lettera alla Sacra Congregazione di Propaganda Fide per sollecitare l’istituzione di una missione fra i popoli Oromo dell’alta Etiopia. Gli scismatici copti chiudevano in una morsa pressoché impenetrabile il territorio, tuttavia durante i colloqui che intrattenne con i principi locali si fece latore di due loro istanze: una al re di Francia per fermare l’Egitto, che minacciava di conquistare l’Etiopia, l’altra al Papa, perché tentasse di frenare l’avanzata della mezzaluna.
Le risposte furono immediate: la Francia invitava il vicerè d’Egitto Mohamed Alì a richiamare le truppe sull’Amhara, mentre Propaganda Fide inviava in Abissinia il lazzarista Giustino de Jacobis[11] (1800-1860), la cui opera missionaria si dimostrerà sorprendente (verrà canonizzato da Paolo VI il 26 ottobre 1975), e istituiva il Vicariato degli Oromo.
Massaja, pur a malincuore, non per l’incarico, ma per il titolo di Vescovo, accettò per seguire la volontà di Dio: «Ora, come sia andata la cosa non lo so, sono caduto nella rete […]. Per non far ragazzate, farò ogni possibile, e vedrò se mi riesce cavar sangue da una rapa, tanto che basti a sostener la forma come vescovo[…]»[12].
Scriverà molti anni dopo, nel 1860, considerandosi servo dei servi, che chi considera il vescovato un onore non conosce l’alfabeto delle vie evangeliche, in quanto il Vescovo è chiamato servus servorum e ciò che gli altri fanno per elezione egli deve realizzarlo per necessità: essendo sposato con la Chiesa ha incontrato dei doveri terribili verso tutte le persone, perché gravita sulle sue spalle il precetto docete omnes gentes e se per un giorno solo dimentica questi sentimenti, si rompe il mistico anello di fedeltà alla sua sposa, così da mettere in percolo i figli generati.
L’epistolario
Dal ricchissimo epistolario[13] emerge il vero Massaja: gli scritti, compilati di getto, spesso dettati dall’emergenza delle situazioni in cui veniva a trovarsi l’autore, sono documenti preziosissimi e riflettono un temperamento schietto, forte e deciso. Ai tre voti monastici ne aggiunse due personali: servire la missione fino alla morte e manifestare sempre la verità ai legittimi superiori.
L’autentico Massaja non lo troviamo ne I miei trentacinque anni di Missione nell’alta Etiopia[14], le Memorie che Papa Leone XIII (1878-1903) gli ordinò di compilare e che l’autore distribuì in dodici volumi; bensì nel monumentale epistolario, intriso di immediatezza e spontaneità.
Primo Vicario apostolico dal 4 giugno 1846, data di partenza da Civitavecchia, al 6 luglio 1880, giorno del suo approdo, da esiliato, a Marsiglia, fu chiamato a rivestire le responsabilità dell’ambasciatore per risolvere intricate questioni diplomatiche e per riorganizzare i quadri missionari del Corno d’Africa. Egli farà da apripista ai missionari Jacob Libermann (1802-1852), Charles-Martial Allemand Lavigerie (1825– 1892), Daniele Comboni (1831–1881), Giuseppe Allamano (1851– 1926), fondatore dell’Istituto delle Missioni della Consolata, beatificato da Giovanni Paolo II nel 1990 e che volle stabilire la missione nel Kaffa etiopico, per proseguire l’opera massajana.
Storici e studiosi, ma non il maggiore esperto del Cardinale Massaja, padre Antonino Rosso, hanno più che altro presentato la figura del primo Vicario apostolico delle regioni dell’alta Etiopia sotto un profilo meramente umano e umanitario, trascurando, invece, le ragioni che stanno alla base della sua attività, ragioni spirituali e sacerdotali.
Preziosissime risultano, quindi, le Lettere: tra il 24 maggio 1846 e il 1° maggio 1880 Massaja inviò 25 missive ai responsabili di Propaganda Fide di Lione e Torino, 123 alla Congregazione di Propaganda Fide e 155 ai superiori e confratelli Cappuccini in Europa. In esse è contenuto il vero fra’ Gugliemo da Piovà, imbevuto di Fede, Speranza e Carità ad un grado tale da renderlo sprezzante dei pericoli e della morte pur di piantare la Croce di Cristo lungo le strade della terra di missione e nel cuore di chi si lasciava illuminare.
Tutta la sua esistenza coincide con la missionarietà. Fu la Croce il suo avvio, il suo sostegno, la sua consolazione, il suo approdo. Diede la vita per le missioni, disposto anche all’estremo sacrificio; pronto a combattere fino all’ultimo respiro, a non uscire più dall’Etiopia se non per ordine espresso dei suoi Superiori e se la morte lo avesse colto anzitempo sarebbe stato suo desiderio essere lì sepolto, purché, prima di lasciare il mondo, gli fosse data la possibilità di piantare la Croce e circondarla del fuoco evangelico.
Ha affrontato viaggi lunghissimi, privazioni di ogni sorta, insidie di terra e di mare, persecuzioni, malattie, tradimenti, prigionie, defezioni di collaboratori… tutto questo in nome di Cristo Re. Raggiunse l’Etiopia, la terra capeggiata da un imperatore, il Negus, al quale erano assoggettati diversi ras, spesso in guerra fra di loro per spartirsi il potere e sovente in conflitto a causa delle posizioni religiose[15], prese più per convenienze strategiche che per reale credo. Percorse migliaia di chilometri, senza nessun tipo di aiuto, su strade mai battute precedentemente.
Con la sua tempra ed un formidabile genio organizzativo, riuscì, comunque, ad organizzare una plantatio Ecclesiae primitiva, degna dei tempi apostolici. Portò la civiltà fra gli incivili e la Fede fra i pagani con lo slancio e la convinzione dei primi discepoli di Gesù, con l’adesione al Vangelo dei Padri della Chiesa, con la determinazione degli eremiti del deserto, con lo zelo dei santi di tutti i tempi, riuscendo, «spem contra spem», a far germogliare anime e terra aride, sollevando spiriti e corpi, rigenerando ciò che sembrava morto, annunciando l’incarnazione del Figlio di Dio.
Vinse ripugnanze indicibili e si sottopose a sacrifici eroici, come, per esempio, camminare alla maniera etiopica, cioè a piedi nudi, tra rovi, spine, pietre. Per il riposo, al quale dedicava poche ore, si adattava a dormire su di una stuoia o sulla nuda terra. Mangiava cose ripugnanti per gli europei, e accettò, anche se non riuscì mai ad abituarsi, di prendere il cosiddetto brondò, carne cruda intinta in abbondante salsa di sale e pepe. Inoltre prese l’uso etiopico di stare a digiuno ferreo durante l’Avvento, la Quaresima ed altri tempi liturgici, oltre che tutti i mercoledì e tutti i venerdì. La somma risulta essere: più di duecento giorni di digiuno all’anno. Alla pratica del digiuno dispensò gli altri missionari, mai se stesso.
L’attività apostolica
Il vescovo copto Abuna Salama («Padre della pace»), che fece di tutto per allontanare Massaja, obbligandolo anche alla ritirata (mai alla fuga) e bruciandogli persino le capanne, lo definì, beffardamente, Abuna Messias («Vescovo Messia»), con allusione al suo cognome; ma lui, come scrive nelle sue Memorie, intenderà «essere così chiamato per l’avvenire, tenendomi troppo onorato di un tal nome»[16], trasformando l’appellativo di vilipendio in suggello di gloria.
L’azione missionaria dell’Abuna Messias si articolò in periodi definiti. La «Missione dei Galla» dal 1852 al 1863 comprese le fondazioni di Asandabo, nel Gudrù (1852), dell’Ennerea (1854), del Kaffa, di Lagamara (1855) e del Ghera (1859). Inoltre, dal 1864 al 1867, rimase in Europa con lo scopo di riorganizzare i quadri missionari, comporre i catechismi oromo e caffino, pubblicare la prima grammatica oromo e fondare il Collegio Galla San Michele a Marsiglia per i giovani aspiranti al sacerdozio (15 aprile 1866). Oltre a ciò si dedicò alla Missione dello Scioa, dove re Menelik II lo assoldò come suo consigliere e dove fondò, nel 1868, le importanti stazioni missionarie di Fekerié-Ghemb e di Finfinnì, elevata a capitale dell’Etiopia moderna nel 1889 con il nome di Addis-Abeba (Nuovo Fiore).
L’epopea massajana fu caratterizzata da una pastorale efficacissima: la formazione saggia della gioventù; la costituzione di un clero autoctono compatto e fedele; la consacrazione di tre vescovi missionari, tra cui il citato san Giustino de Jacobis; l’adattamento all’ambiente e alla sensibilità religiosa, in particolare ai numerosi e severi digiuni abissini. Inoltre s’industriò per l’abolizione della schiavitú e per la diffusione dell’alfabetizzazione, per cui scrisse, di suo pugno, libri didattici. Creò centri assistenziali per fronteggiare le emergenze di belligeranza e di carestia; si fece mediatore di pace nelle lotte tribali e interprete magistrale di sviluppo di quei popoli: favorí missioni diplomatiche e scientifiche, tanto da essere nominato dal Governo italiano, il 1° marzo 1879, «ministro plenipotenziario» nel trattato d’amicizia e commercio tra l’Italia e lo Scioa.
Era oberato, schiacciato dal lavoro materiale e diplomatico, tanto da stabilire proficue relazioni fra capi africani, autorità romane ed europee. Eroico poi il suo coraggio di dire la verità ai potenti, accompagnato però da una prudenza tutta cristiana, necessaria in quel mondo così complesso, dagli equilibri imponderabili. Le sue capacità organizzative e di governo gli assicurarono una grande autorità morale, strappandogli l’ammirazione persino dei nemici.
Affrontò tempeste di sabbia, pugni e schiaffi dai musulmani, febbri gialle e malariche, malattie tropicali e, oltre ad indossare i panni del mercante di forbici e aghi per sviare i nemici, diventò scienziato e medico nel tentativo di risolvere i problemi delle tre malattie più diffuse dell’Etiopia: la lue, la febbre gialla, il vaiolo. Prevenne malanni insegnando l’igiene e curò con le erbe, un’arte appresa dai frati.
Disciplina, rigore e gerarchia. La regola è determinante per il Vescovo; ecco allora che pone ordine alle giornate di tutti, neofiti, missionari, se stesso, con la Santa Messa, la preghiera in comune, il catechismo, la scuola, il lavoro.
Naturalista e agronomo, pianta la vite e anche le patate: se ne fa spedire mezza in busta e poi la sotterra, ricavandone quattro bulbi. Ne sorge un grande campo, finché i porcospini non lo distruggono.
Perseguitato e ricercato
La situazione in Etiopia è davvero complessa, Abuna Salama ha addirittura ordinato alle autorità civili di uccidere i missionari cattolici. Il Vescovo copto è inferocito di fronte all’azione congiunta del missionario lazzarista e del missionario cappuccino. Racconta, il 18 marzo 1847 da Gualà, fra’ Guglielmo, per nulla turbato, a padre Benvenuto Buratti da Chiavazza: «… sono venuto in cognizione, che l’Abuna, ossia il Vescovo unico di questa gran nazione, al vedere il progresso del Cattolicesimo, fa tutti i strepiti dell’inferno e si dice che stia facendo un complotto per farci trucidare tutti quanti – io però non lo credo, perché so di non meritarmi tant’onore – è troppo presto vestirmi da Cardinale… Pregate, e fate pregare – Addio»[17].
Non solo non ha paura, ma addirittura non si sente degno di diventare vittima per la Fede. Più e più volte andrà vicino alla palma del martirio, ma il Signore lo risparmierà dal rosso del sangue, ma non da quello cardinalizio.
Su consiglio dello stesso Massaja, Pio IX, il 14 giugno 1847, decreta la nomina del prefetto della Missione dell’Abissinia, Giustino de Jacobis, a Vicario apostolico. Fu Massaja a consacrarlo Vescovo. Sul suo taccuino san Giustino scrisse:
«14 ottobre 1848. A Tekonda apprendo che Monsignor Massaja è giunto nel porto di Massaua il giorno mio natalizio (9 ottobre), quando mi metto in viaggio per l’esilio da Gualà. E vado invece alla consacrazione. Mirabile Provvidenza!».
Fu così che i due grandi missionari, Massaja e de Jacobis, si riabbracciano proprio a Massaua e qui, il 7 gennaio 1849, di notte, come un ladro e dentro un tugurio, il cappuccino consacra Vescovo il lazzarista, primo Vicario apostolico dell’Abissinia, in una cornice di fuoco e di sangue, mentre infuria la guerra fra abissini ed egiziani. I due missionari non hanno che un solo pastorale e un solo pontificale per la consacrazione, perciò se li devono passare di mano in mano. Fuori risuonano le urla di battaglia, con gli abissini che tumultuano contro i cattolici per i quali il governatore non ha potuto garantire alcuna incolumità. Intanto fra’ Pasquale da Duno gira di qua e di là con due pistole infilate nel suo cingolo di cappuccino, mentre alla finestra alcuni fedeli europei vigilano sul mare e le barche sono pronte a salpare al primo allarme. Casse d’imballaggio per altari e per seggi; un cerchietto d’argento con una pietra falsa come anello episcopale. Per officianti due sacerdoti indigeni che non sanno servire la Santa Messa in rito latino e che sono stati istruiti nella notte sotto il rumore del martello di fra’ Pasquale, che inchiodava le casse per fabbricare l’altare. Al Prefatio i due vescovi piangono nella commozione generale della piccola assemblea.
Impavido e incurante di sé, quando viene a sapere che un giovane di nome Michelangiolo[18] (che poi diverrà sacerdote con il nome di Abba Petros e Massaja lo ritroverà al Cairo quattordici anni dopo), allievo di Propaganda Fide, è stato fatto prigioniero dai copti nel monastero di Sant’Antonio nel deserto della Tebaide, non esita a partire, pur sapendo a che cosa va incontro, al fine di liberarlo.
Per attraversare i territori gli occorrono i lasciapassare del vicerè d’Egitto e lettere commendatizie del Vescovo copto. Sembra un’impresa impossibile, ma non per l’Abuna Messias, munito di un passaporto francese, dove è registrato con il nome di Giorgio (nome del padrino di battesimo) Bartorelli (cognome che ricorda quello della madre: Bertorello). Inoltre viene aiutato da un console e da un intraprendente commerciante francese, il quale gli consiglia le strade da intraprendere e quali atteggiamenti assumere. È così che il Dottor Bartorelli, accorciatosi la barba, sporcatosi il volto con il nitrato d’argento, parte dalla città del Cairo il 24 giugno 1851.
Risale il Nilo, attraversa villaggi e villaggi e dopo tre giorni di deserto arriva al monastero di sant’Antonio, una costruzione massiccia e quadrata, nella quale si accede grazie ad una carrucola, che consente di raggiungere l’unica porta dell’edificio, posta al secondo piano.
Scopre che sulle pareti del monastero è stato dipinto il suo ritratto, l’identikit, con le corna sulla testa: «per fortuna», egli scrive, «so che non son buoni pittori»[19]. La sporcizia è così tanta, con le cimici che infestano le celle, che egli prega i monaci di lasciarlo dormire nel sepolcro di sant’Antonio Abate (251-357)[20], accanto alle sue ossa, dove c’è una relativa pulizia.
Nel luogo sono presenti cinquanta monaci. L’abate era assente, partito per sollecitare i regnanti a prendere posizione contro i cattolici. Con uno stratagemma Massaja riesce a liberare Michelangelo: un vecchio monaco copto viene a sapere che Bartorelli s’intende di medicina, perciò lo supplica di curarlo e Bartorelli non se lo fa ripetere, dice, infatti, di avere la medicina che fa per lui, ma non l’ha con sé, è al villaggio da dove è venuto… Michelangelo potrebbe andare con lui, prendere la medicina e portarla al monastero. L’ “agente segreto” d’Etiopia riesce così a portarsi via il giovane prigioniero.
Dal monumentale epistolario massajano emergono le tumultuose giornate del loro autore, ma è anche sorprendente notare l’alacre lavoro di diplomatico e di esaminatore: le sue relazioni ai superiori dei Cappuccini, di Propaganda Fide, fino ad arrivare alle più alte cariche, compreso il Sommo Pontefice, sono un tesoro impressionante di notizie, informazioni e considerazioni. In esse Massaja, con lucidità logica, con Fede, Speranza e Carità, ma anche con grande senso pratico, analizza, religiosamente, scientificamente e politicamente la situazione etiopica e dell’Africa in genere. Ma nelle Lettere possiamo così scoprire anche il Massaja teologo e difensore della dottrina. Nella relazione, per esempio, al Cardinale Giacomo Filippo Fransoni (1775-1856), egli descrive l’eresia eutichiana[21] presente in maniera massiccia sul territorio etiopico; inoltre si sofferma sugli Oromo, sui loro principati, illustrandone le condizioni geografiche, religiose, politiche e sociali, senza tralasciare usi e costumi.
Il Vescovo Massaja sa che «Extra Ecclesiam nulla salus» («Al di fuori della Chiesa non vi è salvezza»), in virtù della riconciliazione e della salvezza per ogni individuo voluta da Dio con l’ atto di puro amore di Cristo, la cui somma è la Croce: atto di sacrificio che si perpetua ogni giorno, fino alla fine dei tempi, con la Santa Messa. La realtà efficace del Vangelo e dei sacramenti, la presenza plenaria di Cristo risorto si trova solo dentro la Chiesa, fondata, senza rottura, sulla Fede ed i sacramenti ricevuti dagli Apostoli. Massaja conosceva bene gli insegnamenti del catechismo del Concilio di Trento: «Quanti vogliono conseguire la salute eterna devono aderire alla Chiesa, non diversamente da coloro che, per non perire nel diluvio, entrarono nell’arca».
D’altro canto il beato Pio IX l’ 8 dicembre 1864, quattordici anni dopo la relazione di Massaja a Fransoni, condannerà l’indifferentismo nel Syllabus complectens praecipuos nostrae aetatis errores: elenco di ottanta proposizioni che il Pontefice pubblicherà insieme all’enciclica Quanta cura[22] nella ricorrenza della solennità dell’Immacolata Concezione.
Nel Sillabo sono condannati il liberalismo della seconda metà dell’Ottocento, le vecchie eresie riproposte nelle idee del tempo, l’ateismo, il comunismo, il socialismo, l’indifferentismo ed altre proposizioni relative alla Chiesa ed alla società civile (tra cui il matrimonio civile).
All’indifferentismo veniva associato il latitudinarismo, una dottrina indifferentista che attribuiva l’appartenenza religiosa soltanto in base alla provenienza geografica dell’individuo. Ecco che da questo terreno di coltura, attecchiranno agevolmente ateismo, razionalismo, edonismo, le offese alla vita e all’istituzione della famiglia, il disorientamento sul piano etico e la miseria filosofica, in parole povere la modernità e postmodernità gelatinose, dove i riferimenti e i valori cristiani si liquefanno.
Massaja era uomo lucido, intelligente e lungimirante, che sapeva cogliere i fermenti del suo tempo e proiettarli nella realtà del futuro e come il beato John Henry Newman (1801-1890) seppe individuare i mali contemporanei, trasmettendo ai posteri i nefasti pericoli della modernità. Leggendo un articolo su di sé pubblicato dal giornale anticlericale la Vedetta, commentò:
«… io mi convinco ogni giorno di più che i nostri poveri paesi sono caduti più [in] basso dei paesi barbari che stava evangelizzando in Africa, e che perciò avvi qui maggior bisogno di evangelizzare che non colà, perché al meno colà avvi ancora un poco di cuore e di buon senso, mentre qui frà questa setta paganissima che si dice cristiana Cattolica, manca anche di questo; neanche si può dire setta civilizzata, perché priva anche di galateo, di stile, e di ordine»[23].
Massaja lamenta la viltà cristiana europea di fronte agli attacchi di governi che, in nome della sovranità popolare, mettono da parte Dio e la sua legge, come accade in Francia, con la soppressione degli ordini religiosi:
«… la dispersione dei religiosi è per me una seconda crisi non meno dolorosa di quella dello Scioha: il nostro partito cattolico, benché di gran lunga più numeroso è divenuto molto debole per mancanza di energia ed operosità. […] io stesso non so darmi pace vedendo la Francia ancor tranquilla, vorrei chiamarla vile, ma l’amo troppo…! […] l’apatia dei Cattolici francesi è uno scandalo per i cattolici italiani; noi siamo vecchi e non vedremo forze l’estrema coda di tutti questi movimenti, ma se Iddio non provederà [sic] la povera razza latina avrà in paga della sua apostasia da Dio una dura schiavitù»[24]. Secondo Massaja i troni cadranno secondo una guerra dichiarata ai re, ma soprattutto a Cristo, il Re dei re e in luogo dei sovrani, dice, sorgerà una nuova aristocrazia atea che «potrà essere tanto crudele quanto vorrà».
«La vecchia schiavitù oramai scomparsa dal mondo darà luogo ad un’altra», scrive ancora all’amico geografo ed esploratore Antoine Thomson d’Abbadie (1810-1897), «tutte queste crisi sociali non sono che un cangiare di male in peggio, e Iddio lo permette in castigo delle nostre infedeltà, e delle nostre ingratitudini»[25]. Togliendo Dio e la sacralità dell’esistenza, l’uomo si autodistrugge perché, egli osserva, un popolo senza Dio non sarà mai morale.
Lo «stregone bianco»
Ciò che rese celebre agli occhi superstiziosi degli africani la “stregoneria” del Vescovo Massaja fu la lotta contro il vaiolo. La pandemia scoppiò ad Asandabo e si estese, con incredibile velocità e virulenza, per tutta la regione. La gente iniziò ad allontanarsi dalla missione, dal Vescovo e dal Vangelo, compromettendo così anni di lavoro e di fatiche. Tuttavia Massaja aveva portato con sé, dall’Europa, il vaccino… era giunto il momento di utilizzarlo. Prese un ago da imballaggio e lo adattò per eseguire le vaccinazioni. Dapprima la gente era diffidente; ma, dopo il coraggio di alcuni e visti gli affetti dell’inoculazione, tutti bussarono alla capanna dell’Abba. La profilassi lo fece acclamare «Padre del Fantatà (vaiolo)» e l’impegno diventò estenuante. Il vaccino portato dall’Europa si esaurì, allora provvide a crearlo lui, da solo, ricavandolo dal pus degli ammalati. Il suo impegno lo portò a compiere circa 40 mila vaccinazioni.
La sua attività è alacre, infaticabile, prodigiosa. La gente vedendo che inietta il siero con un po’ di saliva, considera quest’ultima il veicolo della magia. Ma nella mentalità di molti africani chi elargisce benefiche magie, può anche elargire malefici. Così, quando scoppiano focolai di febbre gialla e vengono colpiti anche tre nemici della missione, alcuni pensano che si tratti di una maledizione dell’Abuna Messias.
Amato, odiato, affascina e respinge, c’è chi lo vede come una divinità e chi, invece, ne ha paura.
Glottologo, architetto e muratore
Fra leoni e coccodrilli, spie dell’Abuna Salama e guerriglieri, Massaja cerca di farsi strada fra le giungle della terra, le acque dei fiumi e dei laghi imperiosi.
Non teme i pericoli, lo si intende nei suoi scritti, provengano essi dalle forze della natura o dagli uomini; vengono descritti con sapore temerario, ma anche canzonatorio, quasi se ne facesse beffe. Sa come venir fuori dalle trappole e se non ci riesce da solo, è la Provvidenza, nella quale ripone piena fiducia, a far la sua sostanziosa parte. Una cosa teme veramente, più della morte, l’isolamento da amici, conoscenti, superiori: la tortura della solitudine è per lui il grande martirio, la sua notte oscura. La locuzione «notte oscura» è ripresa dalla tradizione mistica, in particolare da Gregorio Nisseno (335–395), dallo Pseudo Dionigi l’Areopagita (V o VI secolo) e da Taulero (1300-1361), tuttavia fu Giovanni della Croce (c. 1540/2 -1591) a sperimentarla su di sé e ad attribuirle quel valore centrale che ne fa espressione grandiosa dell’esperienza contemplativa. Anche Massaja ebbe la sua «notte oscura».
In minuscoli regni si combattono fra di loro continuamente. La desolazione è grande. Sembra non esistere nulla di positivo, se non la missione, che però fatica oltremodo, soprattutto per mancanza di risorse. Ma il Vescovo s’ingegna e decide di dotare la lingua degli Oromo di una grammatica, che non esiste. Linguista e glottologo, si mette sulle orme degli evangelizzatori Cirillo (827-869) e Metodio (ca. 815-885), componendo, come fecero loro per le terre slave, l’alfabeto «galla», fino ad allora lingua soltanto orale. Scopre che l’alfabeto latino è il più idoneo alla sillaba rotonda degli Oromo, quindi, con l’aiuto di padre Hailù riesce a scrivere le parole orali degli indigeni. Massaja diventa così autore di una grammatica di 530 pagine, che sarà stampata a Parigi nel 1867 con il titolo Lectiones grammaticales pro missionariis qui addiscere volunt linguam amaricam seu vulgarem Abyssiniae, nec non et linguam oromonicam seu populorum galla nuncupatorum. Ma l’incontentabile e incontenibile Vescovo non è ancora soddisfatto. Scrive di suo pugno, in stampatello, catechismi e libri di istruzione in molteplici copie e quell’esercizio calligrafico così poderoso lo porterà ad abbandonare la scrittura corsiva. Scrive come un disperato per nutrire menti e anime con i libri e intanto edifica chiese e la sua corrispondenza non cessa mai, pur nel dubbio che la sua posta non arrivi a destinazione:
«Il corriere parte domani per la costa di Massaua», annota a don Luigi Sturla il 7 gennaio 1857, «ed io ad onta delle occupazioni nel santo ministero, non voglio mancare di scrivervi alcune linee, essendo convinto, che il mio silenzio vi affliggerebbe, col farvi dubitare della costanza del mio affetto verso di voi», lo invita quindi a partecipare alla consacrazione della nuova chiesa «che ho edificata colle mie mani. Non è grande né bella come la vostra: ma spero che avrà il medesimo valore agli occhi di Dio; perciocché, invece di danaro, mi è costata molto sudore, ed è il puro frutto della carità verso Dio e le anime. Di poco conto è la chiesa materiale, se nello stesso tempo non si edifichi la chiesa spirituale»[26].
La ricchezza o la povertà dei luoghi di culto, preciserà Massaja nelle Memorie, devono corrispondere alla povertà o meno del territorio dove essi sorgono: «[Il missionario] non pensi a farsi chiesa esterna, perché la sua fatica sarebbe inutile, e la chiesa sarebbe vuota; pensi prima invece a fare tempii allo Spirito Santo, cioè cuori di uomini fedeli alla sua fede […]. Anche dopo che incomincia a esistere una cristianità, la chiesa sia proporzionata alla medesima; il lusso della chiesa è in proporzione del paese più o meno povero. Il sublime della Chiesa di Cristo sta appunto nel sapersi far piccola quando deve essere piccola, e grande quando deve essere tale. […]. I divini misteri sono per sé abbastanza sublimi e nobili per rendere grande una chiesa anche povera»[27].
La missiva prosegue poi con la gioia di contare un buon numero di battezzati e di avere presso di sé molti preti autoctoni, dei quali, benché la dottrina non è ancora stata del tutto assimilata, virtù e Fede sono perfette.
Siamo nel 1860. Sono trascorsi otto anni dalla sua entrata nel territorio degli Oromo e l’Abuna Messias è conscio che soltanto l’intervento divino ha potuto condurre una missione tanto difficile. Non si dà nessun merito personale, tutto è opera di Dio.
Lontano dai lupi e il dramma della solitudine
È profondamente toccato e fortemente amareggiato dalle pieghe liberali e massoniche, ma anche socialiste, del risorgimento italiano e dalle persecuzioni che la Chiesa di Cristo è costretta a subire sia a livello materiale che morale: vengono sottratti beni e persone (prigionie ed esili per il clero). Il suo pensiero, lucido e preciso, emerge chiaramente dalla lettera che invia dal Kaffa l’8 ottobre 1860 a padre Lorenzo Lachenal d’Aosta, ministro provinciale dei Cappuccini di Francia a Lione:
«occorrendo di dover ritornare in Europa, penso ritirarmi in un Convento di Francia a finire i miei giorni, non perché non ami la mia Provincia, ma perché mi sarebbe troppo doloroso vedere il guasto fatto dal governo a tutta la Chiesa Subalpina, e tanto più doloroso, perché io sono una persona che ho conosciuto tutte le demarcie antiche dei demagoghi che ora regnano, ed andando là sarei obbligato a piangere con tutti i buoni dell’antico religioso, e solido sistema; meglio per me tenermi lontano e pregare Iddio, che gettarmi in mezzo a quella selva di lupi, che sono guidati solamente dall’odore della carne, e non risparmiano neanche il Santuario che era l’oggetto della più sincera pietà dei loro antenati – A questo oggetto Ella abbia la bontà di mettermi al corrente di una notizia che mi ha fatto molto pena, relativamente al governo della nostra Patria. Si sparse da queste parti, ed arrivò sin qui la notizia, che l’attuale nostro governo Sardo, amico delle riforme lucrose, abbia fatto rubare di notte i tesori del Santuario della Madonna della Consolata di Torino (i quali sono l’espressione dell’amore e della pietà degli antichi Torinesi e Piemontesi, e monumenti parlanti delle grazie ricevute in tutti i tempi) […] amo ancora la patria, ed anche il Re dalla sua fanciullezza; non scrivo a nessun Piemontese, perché in quel regno, a differenza di altri paesi di simile istituzione, si fanno anche violenze a chi dice la verità […] lo spirito socialista che domina in questi governi, vero anticristo exaltatus super omne id quod dicitur Deus, ha pieno potere in c[i]elo ed in terra […] noi sappiamo che questa gente oggi prende dalla scarzella della nostra Madre SS, come prende un Convento per farne un deposito di soldati, e domani prenderà il palazzo del Re e ci scriverà sopra proprietà nazionale, cioè proprietà di qualcheduno a nome e maschera della nazione […] io sono una persona che ho rinunziato alla Patria, appunto perché ho mai amato di essere persona di partito, e vedeva già allora che la nostra Patria incominciava la sua crisi di dissoluzione, con un futuro molto oscuro»[28].
Il 14 settembre 1860 in festo Exaltationis S. Crucis, Massaja scrive una lettera a Pio IX, intrisa di lacrime, come risulta sulla quarta pagina dove si possono rilevare gocce di pianto, egli si sente «gettato come un arnese inutile in un’angolo [sic] della casa» e per tale ragione «sono stato assalito parecchie volte da una terribile malinconia, e fui tentato persino di lasciar tutto e andarmene al mio convento, il timore unico di trasgredire la volontà di Dio espressa nell’oracolo della Santità vostra mi ha trattenuto frà questo martirio di apostolato, dove l’uomo evangelico che teme Iddio, si trova continuamente oppresso da miserie e tribolazioni di ogni genere tanto nello spirito che nel corpo, senza nessun sollievo e consolazione di sorta; fui persino tentato di farne qualcheduna grossa, per guadagnarmi il riposo della S. Inquisizione, che per me sarebbe cento volte migliore, ma il timore dell’offesa di Dio mi ha trattenuto […] io sono un povero vecchio vicino a morire, che non amo altro che di morire nella pace del Signore; conosco di essere stato esaltato a un grado che non mi conveniva e che non voleva, epperciò non aspiro ad altro, e non voglio altro che assicurarmi di aver fatto il mio dovere, anche il primo momento che Iddio mi farà conoscere bene di farlo, come prego V.S. di distruggere la presente appena l’avrà letta […] non è lo spirito di partito che mi fa parlare, ma il puro amore della S. causa, e mentre scrivo tengo il S. crocifisso nelle mani raccomandando a lui ogni parola che scrivo»[29].
Nessuna lettera, nessuno scritto giungono più dall’Europa. Il silenzio più assoluto per dieci lunghissimi anni: il mondo sembra aver dimenticato il Vescovo del Crocifisso e con lui la sua missione.
Fra’ Guglielmo da Piovà è allo stremo, Giobbe di Etiopia è tentato «di farne qualcuna grossa; ma il timor di Dio mi ha trattenuto» e nello scrivere usa il suo sangue, che, con il trascorrere del tempo, diventa scuro come l’inchiostro. È il Getsemani: è isolato dal mondo, nessuno gli dà retta, nessuno lo ascolta, nessuno gli dà conforto. L’estenuante e logorante attesa termina nel giugno del 1861, quando Massaja riceve un piego di sei documenti contenenti missive del Cardinale Barnabò e l’enciclica dello scomparso Gregorio XVI sul commercio della schiavitù.
Maestro degli esploratori
Il regno di Menelik, grazie ai suoi interessi politici di stringere relazioni e alleanze con l’Europa, diventa meta propizia di geografi ed esploratori, che hanno una grande ammirazione per Massaja.
Il 9 gennaio 1877, affrontando gravi disagi, il Vescovo porta soccorsi sanitari e il conforto religioso al marchese Orazio Antinori, gravemente ferito alla mano destra in un incidente di caccia. Con il nutrito bagaglio di esperienza che Abuna Messias ha potuto accumulare in trentadue anni di vita in Africa, diventa punto di riferimento essenziale per questi studiosi; tuttavia Massaja, pur grande esperto sul campo, tiene a precisare che questi non sono i suoi interessi primari, essi sono uno strumento per la sua vita missionaria, infatti precisa al deputato e avvocato Cesare Correnti, presidente della Società Geografica italiana di Roma, il 20 novembre 1877:
«Se ho qualche merito di aver viaggiato in questi paesi, il mio merito appartiene ad una sfera poco conosciuta ai giorni nostri, il cui centro è la Roma cattolica di Cristo[30]. La Chiesa che si occupa della terra nelle sue relazioni con Dio e col Cielo, e lavora indefessamente nell’educare la famiglia umana e concentrarla, è la vera ed unica Società che animerebbe la stessa Società geografica esanime, perché l’elemento dell’onore non basta»[31]. Segue con attenzione le spedizioni che vengono effettuate, consiglia, indica, sostiene, incoraggia, coordina…
È interessantissimo, spigolando l’epistolario massajano, importante patrimonio per la storia missionaria della Chiesa, rilevare quanta poca importanza egli dia agli aspetti materiali del vivere. Lo spirito domina su tutto e dunque anche sulla materia. Non è uomo dalle rivendicazioni sociali, egli bada alle anime e se queste sono sane, anche i corpi vivono nella salubrità.
Dalle carte massajane emerge l’insegnamento di un uomo non erudito, ma sapiente, che non sfoggia cultura. È spaventato di fronte all’avanzare della scienza atea in Europa, che depone il Creatore dal suo posto e della politica, che non solo non fa più i conti con Dio, ma Lo combatte perseguitando la Sua Chiesa. L’uomo nella sua presunzione e nella sua superbia si mette al posto del Signore. Il suo allarme è cocente e profondo:
«Sapete, miei cari, sapete che è una gran crudeltà, volere che la gioventù ignori Dio, mentre apprende tante nozioni meno importanti, tante inutili e tante anco dannose, perché intempestive?! Sarebbe buona istruzione e buona educazione quella che ai figliuoli insegnasse tutto lo scibile e lasciasse loro ignorare il padre e la madre? E Dio non è forse il padre delle sue creature?
La scienza atea, irreligiosa è cieca, e pretende guidare chi ci vede: ed è cieca, perché è superba, e questa superbia fa sì che uomini i quali hanno dell’ingegno, che hanno anche studiato, si abbassino al di sotto delle tribù selvaggie presso le quali è corrotta ma non spenta l’idea di Dio e dei doveri che gli uomini hanno verso di Lui»[32].
Cuore delle sue giornate era la Santa Messa, dalla quale attingeva forza, pazienza e costanza.
Massaja viene posto davanti alla questione della discussa legge sul divorzio del Parlamento italiano, già all’epoca messa sul tavolo dalle menti liberali e anticlericali: «meno male atterrare i campanili, chiudere le chiese che offendere la indissolubilità del Matrimonio. Offesa questa, si apre una fonte spaventevole di depravazione nel popolo; e la depravazione fa perdere la religione. Introdotto il divorzio, se il popolo lo prendesse in uso […] si tornerebbe alla corruzione pagana […]. Preghiamo, preghiamo che questo terribile attentato contro la religione e contro la civiltà non venga commesso nella nostra cara patria»[33].
Il cattolico Massaja sa che nel dipanarsi della storia esiste un disegno provvidenziale ed è convinto che le malvagità delle nazioni ricadono su di esse. Egli afferma, per esempio, che l’Etiopia del 1840 non è quella dell’imperatore Johannes del 1880 e l’Europa cristiana del Nord si è resa colpevole davanti a Dio di terribili crimini «dei quali io stesso ne sono testimonio […]- L’inferno è fatto per gli uomini, ma le nazioni sono punite in questo mondo; così arriverà alla nostra Europa non meno infedele»[34].
Il Supplizio della porpora
Le fatiche e le croci del suo episcopato lo invecchiano anzitempo e il suo cuore diventa «come la schiena del riccio, tutto spine»[35].
Fa richiesta a Roma di un coadiutore, uno che sappia capirlo e ubbidirlo: appartenga pure a Propaganda Fide, ma sia cappuccino e teologo, un uomo solido, senza stravaganze giovanili. «Sappia dunque che io tratterò la causa della mia Missione con libertà propria del Vescovo, il quale deve essere, fino alla morte, servo di Dio, di Pietro e di nessun altro»[36].
L’apostolo in Africa ispirò numerosissimi missionari e influí mirabilmente su fondatori di congregazioni religiose, come san Daniele Comboni (1831-1881) e il beato Giuseppe Allamano (1851-1926).
Tornato in Italia, anziano, ma ancora vivace e battagliero, come si evince dalle sue formidabili Memorie, si recò, nell’estate del 1889, nella città di San Giorgio a Cremano, alle falde del Vesuvio, a Villa Amirante, per trascorrere qualche giorno di riposo, dopo due ictus cerebrali subiti. Assistito dal suo segretario e dal fedele cameriere maltese, si dedicava alla correzione e stesura della sua monumentale opera autobiografica, di cui vide stampati i primi cinque volumi, mentre gli altri sette furono pubblicati post mortem, con l’ultimo uscito nel 1895.
Il processo di beatificazione iniziò nel 1914, ma ci fu uno stallo. Il Cardinale Angelo Sodano, dopo una pausa di decenni, ha ridestato il processo di beatificazione: «Personalmente, ho un dovere di riconoscenza al nostro amato cardinal Massaja, perché la sua figura di intrepido missionario sempre mi accompagnò nel corso della vita, come faro luminoso sul mio cammino. […]. Certo, anch’io credo che fosse un santo, ma dobbiamo pregare perché possiamo presto venerarlo come tale sui nostri altari, insieme a tante figure di uomini generosi che hanno sacrificato la loro vita per la diffusione del Regno di Dio nel mondo intero!»[37].
e nel 1939 la San Paolo Film produsse il suo primo lavoro cinematografico raccontando, con un kolossal da cineteca, Abuna Messias[38], la storia di un martire per l’Africa, che fece di tutto per portare a compimento le parole del Salmo 86: «Tutti i popoli che hai creato verranno e si prostreranno davanti a te, o Signore, per dare gloria al tuo nome; grande tu sei e compi meraviglie: tu solo sei Dio».
Il 2 aprile 1887 e il 6 aprile dell’anno seguente viene colpito da congestione cerebrale, ma si riprende e decide di trascorrere i mesi estivi, dall’11 maggio al 4 agosto 1887 a Sarno e Napoli; proprio nella città partenopea riabbraccia, felice, Antoine Thomson d’Abbadie. Nel 1889 si trasferisce a San Giorgio a Cremano, nei pressi di Napoli, ospite del signor Mariano Amirante. Ormai parla con pochi intimi, fra cui i coniugi d’Abbadie, e «non penso più che a una cosa sola: a stare nella grazia di Dio, per il giorno della chiamata»[39].
Il 5 agosto, dopo la solita cena frugale, si ritira sereno nella sua camera; ma alle 23 lo coglie una colica intestinale e sveglia il segretario padre Giacinto da Troina, il quale, con l’aiuto di padre Francesco da Napoli, lo adagia sulla poltrona, mentre il padrone di casa corre a chiamare il medico, che gli diagnostica l’angina pectoris. Massaja trova ancora la forza di scusarsi per il troppo disturbo. Verso le 3 del 6 agosto, giorno della Trasfigurazione, il cardinale missionario chiede una tazza di caffè, ma nell’atto di prenderla cade riverso sulla poltrona. Muore alle 4,30.
Alla triste notizia Leone XIII esclamò: «È morto un santo!». I funerali si celebrarono il 9 agosto nella chiesa di Sant’Andrea delle fratte a Roma e vennero officiati dal cappuccino missionario e Cardinale Ignazio Persico, segretario di Propaganda Fide.
Le spoglie furono deposte nella cappella della Congregazione al Verano e poi traslate nella chiesa dei Cappuccini di Frascati l’11 giugno 1890.
Il sepolcro in terra fu sormontato da una magnifica statua in marmo dello scultore Cesare Aureli (9 ottobre 1892), il quale volle rappresentare il Cardinale Massaja seduto, con il suo saio e la sua croce episcopale al petto, intento a ricordare gli anni africani per scriverli con la penna che tiene con la destra sul volume aperto e sostenuto dalla sinistra. Il piede sinistro è leggermente spostato in avanti, quasi ad indicare la sua volontà di presto alzarsi per percorrere altri chilometri, da aggiungersi alle migliaia di quelli percorsi, in compagnia del suo pastorale: il bastone, che definiva il suo cavallo e che nella statua di Frascati è appoggiato alla spalla. Il bastone d’ulivo del Getzemani e di cedro del Libano troverà posto nel Museo Borgiano di Propaganda Fide, ma nel 1909, centenario della nascita, per concessione di san Pio X, venne trasferito nel Museo etiopico «Guglielmo Massaja» di Frascati.
«L’Osservatore Romano» del 9 agosto 1889 aveva registrato: «Con la morte del Card. Massaja sparisce una delle più grandi figure del Sacro Collegio, uno dei campioni più venerandi della Chiesa, uno degli uomini più benemeriti dell’umanità».
Cristina Siccardi
Fonte: Nova Historica
[1] Mc 16, 15-18.
[2] Per conoscere tutti i Cappuccini servi di Dio, beati, santi e altri nomi meritevoli di considerazione da parte della Chiesa si può consultare il sito: http://www.fraticappuccini.it/peronaggi/index.shtml. Nel 1914, a venticinque anni dalla morte del Cardinale Massaja, l’Ordine dei Frati Minori Cappuccini chiese l’introduzione della Causa di beatificazione, che si articolò in quattro processi canonici informativi, aperti contemporaneamente a Frascati, Napoli, Torino e Asti (più un quinto in Etiopia, ma i cui atti sono andati smarriti). Per ordine di Papa Benedetto XV l’iter processuale venne interrotto e il 15 dicembre 1941 il Postulatore Generale di allora, padre Raffaele da Valfenera, chiese di poter rivisitare il materiale dei processi. L’allora Congregazione dei Riti accordò il permesso e dai documenti esaminati nulla risultò di ostacolo. Nonostante ciò la Causa rimase ferma fino al 1987 quando il Postulatore Generale, padre Paolino Rossi, conoscendo le attese dell’Ordine e della Chiesa a riguardo del servo di Dio, chiese a Papa Giovanni Paolo II di poter riprendere l’iter processuale. Nel 1993 si interessò anche il Segretario di Stato del Papa, il Cardinale Angelo Sodano, e il 22 maggio 1993, dopo accurate verifiche, dichiarò che non era stato trovato nessun impedimento e che il Papa dava il suo consenso alle richieste avanzate. Oggi il Postulatore Generale della Causa è Padre Florio Tessari OFM cap. Le testimonianze sul servo di Dio sovrabbondano e sono custodite in ben 220 archivi, biblioteche, musei.
[3] Si possono citare altri tre campioni: i due francescani beati, Giovanni da Montecorvino (1247–1328), primo apostolo della Cina e Odorico da Pordenone (1265– 1331), evangelizzatore in Asia Minore, fra i Tartari, in Cina e in India, e il gesuita Matteo Ricci (1552-1610), anch’egli missionario in Cina.
[4] C. Bergna, Recenti Studi sui viaggi del cardinale Massaja in Etiopia, in «Vita e Pensiero» 31 (1940) 211.
[5] 1 Cor 9, 19-24.
[6] G. Massaja, Lettere e scritti minori, a cura di p. Antonino Rosso, Istituto Storico Cappuccini Roma 1978, Anni 1867-1879, Vol. IV, pp. 365-367.
[7] San Giuseppe Cafasso (1811-1860), san Giovanni Bosco (1815–1888), Serva di Dio Mamma Margherita (1788- 1856), san Domenico Savio (1842-1857), santa Maria Domenica Mazzarello (1837-1881), beato Giuseppe Allamano (1851-1926).
[8] Qui aveva studiato Angelo Brofferio (1802 – 1866), il patriota anticlericale.
[9] E. Picucci, Abuna Messias, Alzani Pinerolo (To) 1988., p. 14.
[10] Antoine Thomson d’Abbadie, nacque a Dublino il 3 gennaio 1810 e morì a Parigi il 20 marzo 1897. Fu esploratore, geografo, numismatico ed astronomo. Divenne famoso per i suoi viaggi in Etiopia durante la prima metà del diciannovesimo secolo. La famiglia si trasferì in Francia nel 1818 ed egli ricevette una solida formazione scientifica. Nel 1835 l’Accademia delle scienze francese inviò Antoine in Brasile per una spedizione scientifica. I risultati furono pubblicati molto più tardi (1873) con il titolo Observations relatives à la physique du globe faites au Bresil et en Ethiopie. Nel 1837 Antoine con il fratello minore, Arnaud Michel, sbarcò nel febbraio del 1838 a Massaua. Visitarono diverse parti dell’Etiopia, comprese le zone poco note di Ennarea e Kaffa, territori degli Oromo. I due fratelli incontrarono molte difficoltà e furono coinvolti in intrighi politici, specialmente Antoine che esercitava la sua influenza a favore della Francia e dei missionari cattolici. Dopo aver raccolto molte ed importanti informazioni sulla geografia, geologia, archeologia, cartografia e storia naturale dell’Etiopia, oltre che diverse notizie sulle etnie che vi vivevano, compresi studi sulle lingue e sui costumi, i fratelli fecero ritorno in Francia nel 1848 e iniziarono a preparare i loro materiali per la pubblicazione. Le risultanze topografiche delle sue esplorazioni furono pubblicate a Parigi tra il 1860 ed il 1873 in Geodesie d’Ethiopie. Del libro Geographie de l’Ethiopie (Parigi, 1890) fu pubblicato solo il primo volume. Compilò anche diversi vocabolari, compreso un Dictionnaire de la langue amariñña (Parigi, 1881). Pubblicò, inoltre, numerosi lavori sulla geografia dell’Etiopia, sulle monete etiopi e sulle antiche iscrizioni. Un resoconto generale dei viaggi dei due fratelli fu pubblicato da Arnaud nel 1868, con il titolo di Douze ans dans la Haute Ethiopie.
[11] San Giustino de Jacobis è stato missionario lazzarista, divenuto Vicario apostolico in Etiopia e Vescovo titolare di Nilopolis. Il 17 ottobre 1818 entrò nella Congregazione della Missione (Lazzaristi) a Napoli e prese i voti esattamente due anni dopo. Venne ordinato sacerdote a Brindisi il 12 giugno 1824. Dopo aver trascorso un certo tempo nella cura delle anime ad Oria ed a Monopoli, divenne Padre Provinciale prima a Lecce e poi a Napoli. Nel 1839 fu nominato prefetto apostolico dell’Etiopia e gli fu affidata, proprio qui, la fondazione delle Missioni Cattoliche. Dopo aver lavorato con grande successo in Etiopia per otto anni, Giustino de Jacobis fu nominato vescovo titolare di Nilopolis nel 1847 e poco dopo Vicario Apostolico dell’Abissinia, ma egli rifiutò la dignità episcopale finché fu obbligato ad accettarla nel 1849. Nonostante la prigionia, l’esilio ed ogni altro genere di persecuzioni da parte della Chiesa ortodossa etiopica, egli riuscì a fondare numerose missioni, a costruire scuole nell’Agame e nell’Akele Guzay in Eritrea per la formazione del clero locale ed a porre le fondamenta della Chiesa cattolica etiope.
[12] E. Cozzani, Vita di Guglielmo Massaia, Vallecchi, Firenze 1943. Vol. II, p. 38.
[13] G. Massaja, Lettere e scritti minori, a cura di Padre Antonino Rosso, voll. I-V (di cui il primo di Bibliografia e Iconografia, mentre i voll. II-V contengono le lettere), Istituto Storico dei Cappuccini, Roma 1978. Cfr. pure G. Massaja, I miei trentacinque anni di missione nell’alta Etiopia. Il primo volume è pubblicato dalla Tipografia Poliglotta di Propaganda Fide e dalla Tipografia S. Giuseppe, Roma – Milano, 1885. La Tipografia S. Giuseppe di Milano pubblica i volumi seguenti: vol. II-III 1886; vol. IV, 1887; vol. V, 1888; vol. VI-VII, 1889; vol. VIII ,1890; vol. IX, 1891; vol. X, 1892; vol. XI, 1893; vol. XII ,1895.
[14] G. Massaja, Memorie storiche del vicariato apostolico dei Galla, a cura di Padre Antonino Rosso, voll. I-VI, Edizioni Messaggero, Padova 1984.
[15] La dinastia che ha retto le sorti dell’Etiopia è detta salomonica. Fa risalire le sue origini alla figura, per alcuni storici mitica, di Menelik I, figlio del re Salomone e della Regina di Saba, ed è terminata con il Negus Hailè Selassiè (1892-1975), il quale si proclamava ultimo discendente diretto di Menelik, e in questo senso avrebbe chiuso la dinastia dopo duecentoventicinque generazioni. L’evangelizzazione della dinastia etiopica e di tutto il popolo dell’altopiano iniziò a partire dal IV secolo ad opera di Frumenzio (di cui s’ignorano le date precise di nascita e di morte), monaco siriano che viaggiava a bordo di una nave di ritorno dall’India, la quale fu assalita dalla flotta axunita. Condotto prigioniero nella capitale Axum, Frumenzio entrò nelle grazie del Negus Ella Amida (fine del III – primi decenni del IV sec.) e, alla morte del re, la regina lo pregò di prendersi cura del figlio Ezana (ca. 321-360), ancora in fasce. Il suo potere a corte e la sua ascendenza sul giovane sovrano furono la causa della conversione del re. Frumenzio venne consacrato vescovo nel corso di un viaggio ad Alessandria d’Egitto e chiamato Abuna Salama, che significa «Padre della pace»: nome con cui viene ricordato dalla tradizione etiopica e con il quale si continuano a definire i vescovi copti. La prima penetrazione del Cristianesimo in Etiopia, secondo una tradizione tramandata da Eusebio di Cesarea, avvenne grazie a san Marco, la cui predicazione in Egitto avrebbe favorito la diffusione del Cristianesimo attraverso la valle del Nilo. Un’altra tradizione la ricondurrebbe (Atti 8, 27) alla predicazione di un eunuco della regina di Etiopia, Candace.
[16] E. Picucci, op.cit., p. 47.
[17] G. Massaja, Lettere e scritti minori op. cit., Anni 1827-1852, vol. I, p. 111.
[18] Padre Antonino Rosso, massimo esperto vivente del cardinale Guglielmo Massaja, da noi interpellato a questo fine, dopo accurate ricerche, ci ribadisce «l’impossibilità di risalire alle date di nascita e di morte, nonché al cognome, di Michelangiolo».
[19] E. Cozzani, op. cit., Vol. I, p. 101.
[20] Diverse località rivendicano il sepolcro di Sant’Antonio Abate: molti storici accreditano come autentico quello di Arles, in Francia, ancorché è probabile che le sue ossa, poste originariamente nella chiesa di San Giovanni in Alessandria d’Egitto e poi traslate a Costantinopoli, siano state divise fra vari centri e monasteri.
[21] Il termine Monofisismo indica una serie di dottrine cristologiche, sorte attorno alla teologia di Eutiche (378-454 d.C.), archimandrita di un monastero di Costantinopoli, e condannate come eretiche dal Concilio di Calcedonia. Eutiche, nell’intento di confutare Nestorio, negava la natura umana di Cristo, sostenendo che Egli avesse solo quella divina: secondo la sua dottrina la natura umana di Gesù era assorbita da quella divina. In tal modo, negando in Cristo la realtà della nostra natura, vanifica il mistero della salvezza umana, che non può esserci senza le due nature, e quanto viene a mancare nel Capo è sottratto all’intero corpo. Il Monofisismo è dottrina accettata ancora nella Chiesa copta egiziana ed etiope e nella Chiesa siro-malabita.
[22] Nell’Enciclica Quanta cura viene esposta la critica alla Rivoluzione Francese e al Risorgimento italiano, facendo cenno alla libertà di pensiero illuminista come «libertà di perdere se stessi». Il documento afferma anche la forte critica del voler porre uno stato aconfessionale rompendo il legame tra altare e trono fino ad allora vigente.
[23]G. Massaja, Lettere e scritti minori, Anni 1880-1889, Vol. V, p. 59. Lettera a padre Isidoro Faraone da Guarcino, 8 ottobre 1880.
[24] Ibidem, pp. 64-65. Lettera ad Antoine Thomson d’Abbadie, 3 novembre 1880.
[25] Ibidem, p. 87. Lettera ad Antoine Thomson d’Abbadie, 12 aprile 1881.
[26] G. Massaja, Lettere e scritti minori op. cit. Anni 1853-1862, Vol. II, p. 107.
[27] G. Massaja, Memorie storiche del vicariato apostolico dei Galla, a cura di p. Antonino Rosso, 6 voll., Edizioni Messaggero, Padova 1984, Vol. II, pp. 385-386.
[28] G. Massaja, Lettere e scritti minori op. cit. Anni 1853-1862, Vol. II, p. 237-239.
[29] Cfr. Ibidem, pp. 214-223. Lettera a Pio IX dal Kaffa.
[30] In altra missiva, indirizzata ai coniugi Antoine Thomson d’Abbadie e Virginia Vincent de Saint-Bonnet il 18 ottobre 1877, scrive:«Roma Cattolica, lasciando da parte la Roma pagana, la quale poco o nulla m’interessa».
[31]G. Massaja, Lettere e scritti minori op. cit. Anni 1867-1879, Vol. IV, p. 310.
[32] G. Massaja, Lettere e scritti minori op.cit., Anni 1880-1889, Vol. V, p. 172. «Ammaestramenti», Bergamo 24-26 aprile 1883.
[33] Idem.
[34] Ibidem, p. 182.
[35] E. Cozzani, op. cit., Vol. I, p. 265.
[36] Ibidem, p. 266.
[37] «Il missionario nel ricordo del decano del collegio cardinalizio. L’Africa incontrata nel cuore delle Langhe», in L’Osservatore Romano, 13 dicembre 2008.
[38] Regia: Goffredo Alessandrini. Soggetto e sceneggiatura: Luigi Bernardi, Vittorio Cottafavi, Cesare Ludovici, Domenico Meccoli, Callisto V. Vanzin. Cast artistico: Camillo Pilotto, Enrico Glori, Mario Ferrari, Amedeo Trilli, Berchè Zaitù Taclè, Ippolito Silvestri.
[39] E. Picucci, op. cit., p. 199.
