La rivolta dei Boxer

Il nazionalismo cinese

Fra gli omissis dei testi scolastici di scuola è sicuramente da annoverare la rivolta dei Boxer, esempio di fondamentalismo d’impronta cinese.

Quando papa Giovanni Paolo II, il 1° ottobre 2000, ha proclamato martiri 120 cinesi, uccisi dai Boxer,  il governo di Pechino ha fatto di tutto per screditarli. Per mesi ha martellato che erano «nemici del popolo cinese» e «strumenti dell’imperialismo occidentale». Ha proibito di festeggiarli. Ma Hong Kong non si è piegata. Domenica 29 ottobre 2000 i cattolici dell’ex colonia inglese hanno gremito la cattedrale per una messa solenne in onore dei martiri cattolici con rito prettamente cinese: le reliquie dei martiri sono state accolte dall’assemblea solennemente con incenso, inchini, musiche tradizionali e per l’occasione è stato composto un inno.

La guerra dei Boxer è stato un avvenimento di grandissima importanza storica e dunque dell’umanità. La Cina dell’Ottocento è stata economicamente  influenzata dagli europei poi, caduto il potere centrale, fu preda di guerre infinite fra i signori della guerra, i nazionalisti, i comunisti…

Il nazionalismo cinese affonda le sue radici nel suo millenario cammino di storia. I nazionalisti cinesi definirono il loro Paese Zhongguo, una parola che significa «centro», nella convinzione che tutto il resto del mondo è periferia, popolata da «barbari» come essi definivano gli altri popoli. La Cina si trovò realmente, nella sua straordinaria civiltà, nella condizione in cui si era trovato per qualche secolo l’Impero Romano al suo apogeo: uno spazio di civiltà circondato dalle barbarie.

Geograficamente la Cina era isolata dalle altre civiltà, circondata da montagne, giungle e soprattutto steppe dalle quali potevano irrompere popoli barbari e distruttori, contro i quali occorreva alzare muri e difese.

Nelle altre tre grandi civiltà storiche, cristianesimo, Islam, India, non abbiamo un simile fenomeno. L’Europa cristiana si è sempre dovuta confrontare con l’Islam che a sua volta ha dovuto confrontarsi anche con l’India.

Quando al termine del 1500 in Cina giunsero gli europei, «i diavoli stranieri», i cinesi non cambiarono la loro convinzione di fondo: una grande e determinata civiltà che continuava a credere in se stessa. Tutto ciò che proveniva dall’esterno era forestiero e in quanto tale da guardare con sospetto. Pur avendo capacità tecniche marittime i cinesi non vollero, deliberatamente impegnarsi in scoperte geografiche. Così non esplorarono l’Oceano Pacifico che pure era alla loro portata, né tantomeno le Americhe o l’Africa.

Le relazioni internazionali sono sempre state compromesse, come è ovvio, dalle convinzioni di superiorità della cultura cinese. Tale comportamento è ben rappresentato dalla risposta che nel 1770 l’imperatore Cieng Lung diede all’ambasciatore di re Giorgio III d’Inghilterra, il quale domandava un intensificarsi di rapporti diplomatici fra i due Paesi:

«Se pure tu affermi che la tua riverenza verso la nostra celestiale dinastia ti riempie del desiderio di acquistare gli elementi della nostra civiltà, il nostro cerimoniale e i nostri codici di leggi differiscono così radicalmente dai vostri che, anche se il tuo inviato riuscisse ad impadronirsi dei rudimenti della nostra civiltà, tu non potresti mai riuscire a trapiantare le nostre maniere e i nostri costumi nella tua terra straniera. Perciò, per quanto esperto possa il tuo inviato divenire, non potrebbe esserci alcun vero vantaggio. Nel reggere il vasto mondo, io non ho che uno scopo, quello di mantenere un buon governo e di adempiere ai doveri dello Stato: oggetti strani e costosi non mi interessano». I cinesi non si sono mai potuti comprare: l’orgoglio della civiltà a cui appartengono non ha mai potuto piegarsi di fronte a nessuno e ad alcuna ricchezza; la dignità cinese, secondo la mentalità di ogni cinese, vale ben più del denaro o di qualsiasi altro bene.

Fino al XIX secolo un «barbaro» non solo non aveva nulla da offrire se non cose banali, ma non sarebbe mai riuscito a diventare un cinese, cioè «un uomo civile».

La superiorità occidentale

Dalla metà dell’Ottocento in poi, le condizioni mutarono notevolmente. L’Occidente sorpassò il livello tecnico della Cina. Nella guerra dell’oppio (1839-1842), che abbiamo avuto modo di trattare nella puntata precedente, i cinesi rimasero stupefatti non tanto della sconfitta, quanto dalla facilità con cui gli europei la ottennero.

La superiorità occidentale divenne innegabile. Gli europei non occuparono la Cina, che non si sarebbe lasciata di certo occupare, ma la controllavano spartendola in zone di influenza. Gli intellettuali cinesi si posero il problema del riscatto della Cina e si divisero in due correnti. La prima, capeggiata da K’ang Yu-wei, sosteneva il bisogno di  tornare a Confucio, ma con una rilettura recuperante gli elementi di novità portata dagli occidentali. La seconda corrente tentava di insistere su una giusta assimilazione della civiltà occidentale che aveva portato ad enormi risultati  in Giappone.

C’era  poi  la voce del cinese «comune» illetterato, contadino, artigiano. Ad esclusione di piccole «minoranze» composte da commercianti ed operai che per motivi di lavoro erano in diretto contatto con gli europei, il popolo non poteva assolutamente pensare che gli europei si trovassero in una condizione di civiltà superiore. Gli europei, per la loro mentalità, continuavano ad essere dei barbari da non prendere di sicuro come modello.

Il cinese medio imputava la difficoltà della Cina a due motivazioni fra loro convergenti. Innanzitutto si accusava la dinastia al potere di non essere in grado di opporsi agli stranieri per viltà o per incapacità o per calcolo personale. C’era dunque timore che la dinastia non fosse più in grado di mantenere l’ordine interno o di respingere le invasioni degli stranieri. Oltretutto tale dinastia era di origine Manciù, dunque non di origine cinese pura. In secondo luogo si imputava la decadenza e il rischio di essere influenzati dagli occidentali in quanto c’era una tendenza ad abbandonare gli antichi costumi cinesi. Non bisognava, dunque, occidentalizzarsi, come suggerivano gli intellettuali, ma occorreva tornare alle origini. Insomma, invece di colmare il divario scientifico, culturale, politico esistente fra Cina e Occidente, lo si voleva approfondire.


Chi sono i Boxer

In tale contesto culturale assumono una fisionomia di rilevanza sociale i Boxer. Tale movimento era composto da persone povere ed ignoranti, in genere di origine contadina, molti però erano anche battellieri, i quali avevano una ragione personale per odiare l’Occidente: con l’arrivo delle navi a vapore il loro lavoro era tramontato.

Le connotazioni dei Boxer erano alquanto tradizionaliste, conservatrici, xenofobe. Si dedicavano alle arti marziali, fra cui una forma di boxe cinese, da qui il nome ad essi dato dagli inglesi, Boxer. Però il nome potrebbe derivare anche da denominazioni che facevano riferimento al «pugno» come simbolo di organizzazione unitaria: «Società dei pugni armoniosi» oppure «Pugno della giustizia e della concordia».

I Boxer negavano l’uso di armi da fuoco, preferendo le armi bianche della tradizione. Spesso sbarcavano il lunario dando dimostrazione delle loro abilità  nelle antiche arti marziali, indossando abiti azzurri con una fascia rossa.

Si trattava di un movimento spontaneo, senza una gerarchia d’autorità e senza una vera e propria organizzazione centrale. E si diffondeva in maniera incontrollata. In genere i Boxer erano convinti che il loro stile di vita li avrebbe resi immuni dalle armi degli europei e che le loro abilità di lotta  avrebbero trionfato sugli eserciti occidentali.

Fra i Boxer c’erano personaggi che avevano fama di avere poteri magici. Nel movimento erano ammesse pure le donne, le «lanterne»,  divise in gruppi, ogni gruppo era indicato da un colore: rosso per le ragazze, bianco per le sposate, verde per le vedove, nero per le anziane.

Per un certo tempo le loro attività non diedero preoccupazioni particolari alle autorità e agli europei. Movimenti analoghi erano comuni in Cina. Ma la situazione iniziò a precipitare quando dalle manifestazioni più o meno folkloristiche, i Boxer iniziarono ad assalire le missioni cristiane e protestanti, viste come espressione degli europei, l’incarnazione del male dello straniero che voleva penetrare nella cultura cinese.

Gli europei non potevano restare indifferenti a massacri di cinesi convertiti e di innocenti missionari. Bisognava intervenire.

La corte imperiale

La Casa imperiale, già accusata di essere straniera (Manciù dal 1644), nella seconda metà dell’Ottocento inizia ad attraversare un complesso periodo storico. L’Impero era retto da una donna, l’Imperatrice, ma per le leggi cinesi si trattava soltanto di una reggente. Veniva chiamata «Cixi» che non è propriamente un nome, bensì un appellativo che significa «materna, propizia».

La reggente era di origini umili; era stata sposa, di rango inferiore, dell’Imperatore e aveva avuto la fortuna di dargli un erede maschio. Rimasta vedova, nel 1861, venne chiamato al trono suo figlio, un bambino di due anni e lei fu nominata reggente, secondo una procedura non troppo consona alle tradizioni cinesi. Cixi, donna scaltra, fu maestra nell’arte degli equilibri di corte e negli intrighi.

L’erede al trono morì e Cixi fece nominare un altro bambino potendo così gestire il potere per lunghissimo tempo. Poi, dopo la sconfitta della Cina da parte del Giappone il giovane Tongzhi, imperatore nominale, prese direttamente le redini del governo, tentandone la riforma in senso occidentale e moderno. A tale indirizzo di governo ci fu una sollevazione generale della corte. L’Imperatore fu dichiarato pazzo e confinato in un padiglione fino alla sua morte.

Quando entrarono in scena i Boxer, il prestigio imperiale era minato. Il popolo non poteva tollerare, prima una donna sul trono grazie ai suoi intrighi, poi un imperatore filoccidentale.

Nella rivolta dei Boxer vennero coinvolte le potenze dell’Inghilterra, della Francia, della Russia, della Germania, dell’Austria-Ungheria, dell’Italia, degli Stati Uniti e del Giappone.

I 120 martiri cattolici

I Boxer iniziarono ad attaccare le missioni cristiane verso la fine del 1899.

La messa nella cattedrale di Hong Kong del 29 ottobre 2000 in onore dei 120 martiri uccisi dai Boxer, è stata celebrata dal cardinale John Baptist Wu Cheng-Chung, insieme al vescovo coadiutore di Hong Kong, Joseph Zen, all’ausiliare John Tong e all’abate del monastero trappista di Nostra Signora della Gioia di Lantau, Clement Kong.

L’omelia, testimonianza consegnata al mondo per il suo eccezionale valore, è stata pronunciata da un discendente diretto dei martiri, padre Francis Li, originario di Taiyuan. Con ironia, padre Li ha ringraziato pubblicamente il governo cinese perché, con la campagna d’opposizione, si è dato maggior risalto all’evento della canonizzazione. Padre Li ha rovesciato l’interpretazione ideologica e politica data da Pechino alla stessa canonizzazione, rivendicando come vero «martirio per fede» la morte dei cristiani cinesi durante la rivoluzione dei Boxer: «Se ti ordinano di sostenere il governo della dinastia Qing e tu sei ucciso perché non lo fai, questo non è da considerarsi un martirio. Ma i Boxer ordinarono ai missionari e ai cristiani di rinunciare alla loro fede. Essi furono uccisi perché rifiutarono di fare ciò. E questo è vero martirio».

Poi ha così proseguito: «Durante le persecuzioni dei Boxer del 1900, nella sola città di Taiyuan ci furono 69 martiri del Signore. Essi diedero la vita in tre date differenti, il 9, il 12 e il 14 luglio. Il 14 morirono in 39. Tra essi vi erano mio nonno, Li Zhongyi, e mio zio, Li Shiyan. Altri tre vennero feriti gravemente, fra cui mio padre, Li Shiheng. Quanto segue è la testimonianza delle esperienze di mia madre e di mio padre in quei giorni…

Mia madre diceva: “Verso le 4 del pomeriggio del giorno 9 luglio, mentre recitavamo le preghiere, a un tratto abbiamo sentito una musica bellissima scendere dal cielo. Non avevamo mai sentito una musica simile. D’improvviso abbiamo visto una fila ordinata di striscioni bianchi venire da Taiyuan verso di noi. Quando gli striscioni passarono sulle nostre teste la musica divenne ancora più forte e più deliziosa alle orecchie. Tutti battemmo le mani nei nostri cuori e ci inginocchiammo. Cominciammo a incoraggiarci l’un l’altro, pensando che questo era di certo il segno che i vescovi e i sacerdoti avevano già donato la vita per la fede.

Il giorno dopo una banda di soldati arrivò da noi e ci annunciò che i vescovi e gli altri erano stati uccisi. Allora tutti pensammo che anche per noi era giunto il momento di dare la vita per la nostra fede. Cominciammo a prepararci recitando preghiere di continuo. Dopo un po’ un soldato ci urlò: “Rifiutate la vostra religione o no?”.

Non si udì nemmeno un suono di risposta. Quindi il soldato ordinò che due delle donne cristiane più anziane venissero legate e appese nel giardino. Egli faceva questo per istillare la paura della morte nelle ragazze più giovani. Le due donne anziane non avevano alcun timore. Esse incoraggiavano di continuo le più giovani dicendo: “Ragazze, non abbiate paura. La porta del cielo è aperta. Presto, preparatevi a salire incielo!”.

Il 12 luglio, alcuni ufficiali vennero ancora e cercarono di spaventarci e spingerci a rinnegare la fede. E incontrarono ancora un silenzio totale. Allora i soldati tirarono giù le donne anziane legate e le portarono fuori. Dopo un attimo i soldati rientrarono con due coppe di sangue e ci dissero che era il sangue delle due donne, che erano state uccise. Non ci uccisero, ma ci rimandarono nella chiesa».
Padre Li, a questo punto, ha esposto il racconto del padre, ricordando, nello stile e nel pathos, gli atti dei martiri dei primi secoli, a noi rimasti grazie alla letteratura cristiana antica, come le straordinarie pagine di quel capolavoro del III secolo che è la «Passione di Perpetua e Felicita»:

«Il 14 luglio, Yuxian, governatore dello Shanxi, pubblicò un ordine: “Tutti i maschi cattolici che non vogliono rinnegare la loro fede devono raccogliersi vicino alla Porta Nord”. All’udire quest’ordine tutti i cattolici erano eccitati, i loro cuori pieni di gioia. Tutti insieme cominciarono a camminare verso il luogo stabilito. Lungo il cammino essi si sostenevano e si incoraggiavano l’un l’altro. Mio nonno era uno di questi ferventi cattolici. Appena udito l’ordine, disse a mio padre quindicenne e a mio zio: “Andiamo, oggi saremo nel cielo”. Quindi disse addio alla sua famiglia e cominciò a camminare verso il luogo del martirio. Dalle loro case fino a quel luogo vi era soltanto 20 minuti di cammino, ma essi passarono attraverso alcune strade curvando qua e là.

Arrivati sul luogo del martirio, vi erano già molti cattolici radunati. La maggior parte si conoscevano tra loro. Il posto non era molto vasto e i cristiani erano tanti. Ognuno riusciva a malapena a trovare il posto per sé. Tutti si inginocchiarono, composti, e cominciarono a recitare le preghiere a cui erano più affezionati. Secondo il costume del tempo, gli uomini avevano [i capelli raccolti in] un codino. Per rendere più facile l’opera del boia nell’ucciderli, ognuno alzò il codino, tenendolo avanti a sé con le mani. Essi piegarono la schiena in avanti e allungarono il collo quanto possibile. In tal modo vi era abbastanza spazio perché la spada li colpisse con precisione.

Aspettarono per oltre tre ore nel mattino e non vi era alcun segno dei boia. I cristiani cominciarono ad agitarsi. Era possibile che venisse loro negata la corona del martirio? Verso mezzogiorno, una banda di boia, guidata da alcuni soldati, arrivò sul luogo. La voce delle preghiere dei cristiani divenne ancora più intensa. E allungarono il collo ancora di più. Al comando: «Uccidete!», i boia cominciarono a far volteggiare la spada di qua e di là. Mio nonno e mio zio erano in ginocchio, lungo il sentiero della piazza. Le loro teste vennero staccate di netto dai loro corpi.

Accadde invece che mio padre fosse in ginocchio vicino a una roccia. Perciò, quando la spada calò su di lui, colpì la roccia e tagliò solo una parte di carne dal suo collo. La sua gola non subì alcun danno. Poiché i cristiani erano tanti, i boia non badavano con attenzione se le teste erano separate dai corpi. In tal modo a mio padre venne negato il privilegio di vedere Dio faccia a faccia, come invece avvenne per mio nonno e mio zio.

Quando il comandante diede l’ordine di smettere, i boia avevano ucciso il 10 per cento dei cristiani presenti. I soldati e i boia tornarono al loro accampamento. I cattolici che non erano stati martirizzati erano molto contrariati. Essi fermarono i boia implorandoli di essere uccisi. Ma non se ne fece nulla. L’ordine era già stato dato. I boia non avrebbero più agitato le loro spade. I cristiani caddero nelle braccia gli uni degli altri e piansero. Mio nonno e mio zio erano fra i 39 martiri della fede di quel giorno.

Mio padre era ferito, ma sopravvisse. In seguito avrebbe commentato: “Quando la spada del boia scendeva sul mio collo, l’unica cosa che sentii era la freddezza della lama. Quindi persi i sensi. Rimasi in una pozza di sangue per due giorni e due notti”. Non so quanto sangue abbia perso. Al mattino del terzo giorno, cioè il 16 luglio, un non cristiano passava di là e notò un piccolo movimento fra i cadaveri. Si avvicinò e vide qualcuno che lui conosceva. Quindi sentì mio padre che sussurrava con un fil di voce: “Ho sete”. Questa persona di buon cuore, capendo che mio padre aveva perso tanto sangue, prese dell’acqua piovana da una pozzanghera e usando un coccio ne versò goccia dopo goccia sulle labbra di mio padre. Quindi corse da mia nonna per dirle che suo figlio era ancora vivo. Essa lo portò temporaneamente in un altro villaggio distante circa 10 miglia dalla città.

Sulla ferita di mio padre non fu applicata nessuna medicina, né la famiglia aveva soldi per comprare iniezioni o pillole. Mia nonna affidò mio padre alle cure di Dio. “Dio aggiusterà tutto”, ella pensò. La ferità si chiuse miracolosamente e lui guarì in modo completo. In seguito, mio padre, narrando la storia del suo quasi-martirio, avrebbe detto: “Dal giorno in cui ricevetti la ferita fino alla guarigione non ho mai sentito alcun dolore. Non è una prova che Dio è sempre con me?”.

I fondamentalisti cinesi con la sciabola in mano

Nel giugno del 1900 gli  europei organizzarono un corpo di spedizione di duemila uomini agli ordini dell’ammiraglio inglese Seymour. Partirono alla volta di Pechimo.

Contemporaneamente l’Imperatrice-reggente Cixi tentò da una parte di placare i Boxer e dall’altra cercò di convincere gli occidentali a non fare affluire proprie truppe nella capitale, assicurandoli che avrebbe garantito con l’esercito regolare la protezione delle loro ambasciate. Ma la situazione le scappò di mano.

Il 20 giugno l’ambasciatore tedesco fu ucciso per strada da una folla inferocita. I diplomatici europei si chiusero nelle loro legazioni cercando di provvedere alla propria difesa, in attesa di aiuti militari.

Le legazioni, assediate per 55 giorni dai rivoluzionari Boxer, erano addossate alla Città Proibita e dunque molto vicine alla sede imperiale, perciò circondate da grandi mura. Vi erano circa 500 soldati e qui si rifugiarono anche circa tremila cinesi cristiani.

Gli europei resistettero e tale risultato militare fu per i cinesi una cocente umiliazione. I Boxer, i fondamentalisti con la sciabola in mano, non erano sufficientemente organizzati, erano male armati e attaccavano in massa, senza ordine e disciplina, cadendo presto sotto il fuoco degli europei. L’esercito regolare cinese, inoltre, non diede ai rivoltosi alcun supporto di artiglieria. I Boxer non riuscirono neppure a sopraffare un piccolo nucleo di resistenza riparato nella cattedrale di Pechino.

Il 14 agosto in Pechino entrò un contingente di 16 mila uomini per salvare le legazioni. La Cina, che all’epoca contava duecento milioni di abitanti, di fronte  alla potenza militare europea non poté far nulla e i Boxer, sui quali buona parte della popolazione contava, non ebbero più vita .

L’esercito che entrò in Pechino considerò responsabili tutti i cinesi che incontrava lungo la propria strada e dunque furono puniti severamente. L’Imperatore  Guglielmo di Germania dichiarò a tale proposito: «Non fate prigionieri… il nome della Germania dovrà diventare famoso come quello di Attila, che nessun cinese osi più guardare negli occhi un tedesco».

Il terrore si sparse per tutta la Cina. Vennero compiuti terribili massacri, nei quali si distinsero per particolare ferocia i cosacchi russi e i Cepoys dell’esercito inglese. Templi e palazzi incendiati, saccheggi, banche depredate…

Cixi fuggì nell’antica capitale X’ian, scappando travestita da contadina. Molti funzionari favorevoli all’operato dei Boxer ebbero la dignità di suicidarsi secondo la tradizione. La pace fu firmata con l’Imperatrice-reggente, la quale declinò ogni responsabilità nei fatti. La pace impose un’indennità enorme alla Cina che si impegnò a pagarla in 39 anni.

Cixi, ferma sul suo trono, assistette, passivamente e impotente, alla rovina fino alla morte che sopraggiunse nel 1908. Poco prima aveva nominato erede un altro bambino, Pu Yi, l’ultimo Imperatore. Tre anni dopo cadde il millenario Impero cinese.

Cristina Siccardi

Fonte: Dimensioni nuove

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