Monsignor Brunero Gherardini nel 2009 chiudeva il suo splendido libro Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare (Casa Mariana Editrice), con un’accorata e filiale supplica a Benedetto XVI, dalla quale estrapoliamo alcuni passi per ricordare quella felice ed importante iniziativa:
«Beatissimo Padre,
so bene che questa comunicazione diretta è anomala e gliene chiedo scusa. Il ricorrervi dipende anzitutto dalla fiducia che ispira la Sua Persona, e, in pari tempo, dall’aver Ella stessa raccomandato a tutta la Chiesa, come principio interpretativo del Vaticano II, l’ermeneutica della continuità, sulla quale, se me lo consente, vorrei brevemente parlarLe. […]. Per il bene della Chiesa – e più specificamente per l’attuazione della “salus animarum” che ne è la prima e “suprema lex” – dopo decenni di libera creatività esegetica, teologica, liturgica, storiografica e “pastorale” in nome del Concilio Ecumenico Vaticano II, a me pare urgente che si faccia un po’ di chiarezza, rispondendo autorevolmente alla domanda sulla continuità di esso – non declamata, bensì dimostrata – con gli altri Concili e sulla sua fedeltà alla Tradizione da sempre in vigore nella Chiesa. […] un esame di tale e tanta portata trascende di gran lunga le possibilità operative d’una singola persona, non solo perché un medesimo argomento esige trattazioni su piani diversi – storico, patristico, giuridico, filosofico, liturgico, teologico, esegetico, sociologico, scientifico – ma anche perché ogni documento conciliare tocca decine e decine d’argomenti che solo i rispettivi specialisti son in grado di signoreggiare»[1]. L’autore, di fronte alle mille problematiche create dal pastorale Concilio Vaticano II, proseguiva poi con una serie di domande puntuali e determinanti per chiarire, finalmente, molti lati oscuri dei documenti e delle direttive conciliari:
- Qual è la sua vera natura?
- La sua pastoralità – di cui si dovrà autorevolmente precisare la nozione – in quale rapporto sia con il suo eventuale carattere dogmatico? Si concilia con esso? Lo presuppone? Lo Contraddice? Lo ignora?
- È proprio possibile definire dogmatico il Vaticano II? E quindi riferirsi ad esso come dogmatico? Fondare su di essi nuovi asserti teologici? In che senso? Con quali limiti?
- È un “evento” nel senso dei professori bolognesi, che cioè rompe i collegamenti col passato ed instaura un’era sotto ogni aspetto nuova? Oppure tutto il passato rivive in esso “eodem sensu eademque sententia?[2]
L’ardire dell’autore veniva giustificato dalla coerenza con l’ecclesiologia dei «miei grandi Maestri avevan appreso dalla Parola rivelata, dalla patristica e dal Magistero e che – “quasi in insipientia loquor” (2 Cr 11,17) – anch’io ho avuto l’onore e la gioia di ritrasmetter a migliaia d’alunni. È l’ecclesiologia che nella Chiesa una-santa-cattolica riconosce la presenza misterica del Signore Nostro Gesù Cristo e secondo la quale il Papa, anche “seorsim”, è sempre in grado – per dirla con S. Bonaventura – di “reparare universa” perfino nel caso che “omnia destructa fuissent”. Basta una sua parola, beatissimo Padre, perché tutto, essendo essa stessa la Parola, ritorni nell’alveo della pacifica e luminosa e gioiosa professione dell’unica Fede nell’unica Chiesa»[3].
Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare ha avuto, innanzitutto, successo: immediata ristampa e, nel giro di pochi mesi, una seconda edizione; poi una traduzione in francese, seguita da quella inglese e tedesca, a breve, anche in spagnolo e portoghese. Di fronte a tale eco si sono levate voci critiche, soprattutto da parte dell’area dei cosiddetti «cattolici conservatori», vale a dire di coloro che, pur non aderendo al progressismo della Scuola di Bologna, fanno del Concilio un “superdogma”, come condannato dall’allora Cardinale Ratzinger nel discorso all’episcopato cileno del 13 luglio 1988. Essi, asserendo tout court la perfetta continuità del Concilio con la Tradizione e negando a chiunque il diritto anche solo di tentare di dimostrare contrasti, di fatto, pongono i testi conciliari in una sorta di superinfallibilità. La loro ermeneutica della continuità non interpreta il Concilio alla luce della Tradizione, ma la Tradizione alla luce del Concilio, che diviene, quindi, la sua più alta, proprio perché più aggiornata, espressione. Plastico, a questo riguardo, è il paragone di padre Cavalcoli tra i vari Concili della Chiesa ed i saloni automobilistici: per questo padre domenicano, il Concilio Vaticano II è la più alta sintesi di tutti i Concili precedenti, come l’ultimo salone automobilistico internazionale è la più alta espressione dell’industria delle quattro ruote, giungendo a paragonare coloro che si rifanno a Concili passati a quei nostalgici che pretendono di girare sulle moderne autostrade con auto degli anni Trenta.
In quest’ottica, implicitamente evolutiva del dogma, la richiesta di Monsignor Gherardini di dimostrazione della «asserita continuità» appare come mancata obbedienza al Sommo Pontefice, che di questa continuità ha parlato. Per loro non esiste nemmeno il diritto teorico di fare un qualunque tipo di ragionamento che appaia, anche lontanamente, in contrasto con una qualunque affermazione papale, ovviamente interpretata secondo il loro pensiero. È quella forma di papolatria de facto che, almeno nelle sue forme più evolute, riconosce i limiti posti dal Concilio Vaticano I all’infallibilità pontificia, ma nega a chiunque la possibilità di esprimere opinioni in contrasto con le affermazioni pontificie anche non infallibili.
Invece di stimolare un sano dibattito, hanno biasimato, in mala fede e senza entrare nel merito delle questioni trattate e proposte, l’eccellente lavoro del grande teologo.
Il dibattito
Quel libro è stato una vera e propria pietra lanciata nello stagno delle discussioni sull’Assise pastorale, che tanti problemi ha creato durante e dopo la sua realizzazione, dentro e fuori la Chiesa. L’intenzione del saggio era quella di smuovere le paludose e ferme acque dell’acritico e pressoché totalitario peana al Concilio, acque nelle quali si è incagliata la crisi, evidente, della Chiesa.
Il provvidenziale appello ha sortito effetti a catena di importante rilevanza. Infatti, seppure non ci sia stata una riposta chiarificatrice da parte della Santa Sede, è pur vero che si è mobilitata l’intellighenzia cattolica con diversi interventi pubblici. Fra le iniziative più rilevanti dobbiamo ricordare il Convegno, organizzato dal Seminario teologico «Immacolata Mediatrice» dei Francescani dell’Immacolata nei giorni 16-17-18 dicembre 2010 all’Istituto Maria SS. Bambina (via Paolo VI 21), nei pressi del Vaticano: il Concilio non è più un tabù. L’iniziativa, dal titolo «Concilio Ecumenico Vaticano II. Un Concilio pastorale analisi storico-filosofico-teologica», è stata un’eccellente sintesi delle ricerche sul Concilio e sulle sue ermeneutiche, sul valore dei documenti conciliari, sull’esame dei punti meno chiari e più problematici.
Il Convegno ha visto alternarsi sulla cattedra nomi di altissimo livello: Monsignor Luigi Negri (Vescovo di Marino-Montefeltro), Monsignor Brunero Gherardini (Pontificia Università Lateranense), Don Rosario M. Sammarco (Professore al Seminario Teologico Immacolata Mediatrice), Don Ignacio Andereggen (Professore all’Università Pontificia Gregoriana), Professor Roberto de Mattei (Università Europea di Roma), Don Paolo M. Siano (Professore al Seminario Teologico Immacolata Mediatrice), Don Giuseppe Fontanella (Professore al Seminario Teologico Immacolata Mediatrice), Monsignor Atanasio Schneider (Vescovo ausiliare di Karaganda, Kazakistan), Don Serafino M. Lanzetta (Professore al Seminario Teologico Immacolata Mediatrice), Don Florian Kolfhaus (Dottore della Segreteria di Stato del Vaticano), Monsignor Agostino Marchetto (Segretario del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti), Don Nicola Bux (Professore all’Istituto ecumenico di Bari), Cardinale Velasio de Paolis (Presidente della Prefettura degli Affari economici della Santa Sede).
Al raduno di Roma, destinato a rimanere agli atti della storia, sia per il numero e la qualità dei relatori, sia per la materia trattata, erano presenti anche il Cardinale Walter Brandmüller e il segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, Monsignor Guido Pozzo e altri membri della Curia romana.
Dopo quarantacinque anni di culto conciliare, dove la prassi ha compiuto un’opera secolarizzante a vasto raggio, svuotando seminari e chiese e demotivando la Fede stessa, è giunto il momento di fare un’accurata riflessione su ciò che è stato il Concilio, su come sono stati condotti i lavori preconciliari e quelli propriamente conciliari. Insomma, è giunto il tempo di tornare ai contenuti della Fede e di analizzare tutto alla loro luce, dopo l’euforia innovativa e gli entusiasmi di una presunta «nuova Pentecoste», che aveva la specifica tensione a rendere antropomorfe le realtà soprannaturali; euforia ed entusiasmi tipici degli anni Sessanta, carichi di bramosa volontà rivoluzionaria e di cosiddetto “svecchiamento”.
«C’era una volta l’Araba Fenice», ha così esordito Monsignor Gherardini al Convegno di Roma, «Tutti ne parlavano, ma nessuno l’aveva mai vista. E c’è oggi una sua versione aggiornata, di cui pure tutti parlano e nessuno sa dire di che cosa si tratti: si chiama Pastorale. […]. La pastorale come aggettivo qualificativo o come aggettivo sostantivato ricorre in effetti decine e decine di volte. Non una sola, però, per darne se non la definizione, almeno un accenno di spiegazione. Riconosco che, analizzando criticamente le varie dichiarazioni, è possibile farsene una vaga idea; essa, però, non sarebbe espressione diretta dell’insegnamento conciliare. L’esempio più probante è dato da Gaudium et spes, qualificata addirittura come “Costituzione pastorale”, tutta essendo un fermento ideale e propositivo a favore dell’uomo, della sua libertà e dignità, della sua presenza nella famiglia, nella società, nella cultura e nel mondo, allo scopo di conferire alla vita privata e pubblica un respiro ed una dimensione a misura umana. L’abbinamento dei due lemmi – Costituzione pastorale – è la novità più novità di tutto il Vaticano II […]. È forse dipeso da questa irrisolta aporia la problematicità che accompagna tuttora, dopo circa mezzo secolo di postconcilio, ogni discorso sulla pastorale. In pratica, essa serve per legittimar un po’ tutto ed il suo stesso contrario. Le due ermeneutiche conciliari, alle quali s’è spesso riferita l’analisi del Santo Padre, quella che fa del Vaticano II l’inizio d’un nuovo modo d’esser Chiesa e quella che lo collega invece alla vivente Tradizione ecclesiale, son ambedue legittimate dall’irrisolta aporia».
Chi ha dimestichezza non solo con la Gaudium et spes, ma con tutti i sedici documenti conciliari, ha proseguito Monsignor Gherardini, si rende conto che la varietà tematica e la corrispettiva metodologia collocano il Vaticano II su quattro livelli, qualitativamente distinti:
1. Generico, del Concilio ecumenico in quanto tale;
2. specifico, vale a dire pastorale, poiché questa è la caratteristica che lo contraddistingue da tutti i Concili precedenti;
3. l’appello ad altri Concili;
4. le innovazioni.
Da ciò si deduce che molti teologi e interpreti dogmatizzarono un Concilio che si volle pastorale, facendone altro rispetto a ciò che si prefisse chi lo convocò.
Il Vescovo ausiliare di Karaganda, monsignor Atanasio Schneider, sempre in questa occasione, ha coraggiosamente evocato la necessità di un nuovo Sillabo per evidenziare gli errori sorti nell’interpretazione del Concilio e, se un giorno tale documento pontificio dovesse essere pubblicato, ha affermato, sarà un grande beneficio per tutta la Chiesa. Qui possiamo riscontare la più autorevole risposta alla supplica al Papa di Monsignor Gherardini, quasi un decreto applicativo della medesima.
A distanza di un anno, Monsignor Gherardini ha pubblicato il seguito del Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, un libro di una chiarezza e lucidità sorprendenti, ovvero Concilio Vaticano II. Il discorso mancato (Lindau, pp. 112, € 12,00), nella cui quarta di copertina si legge: «Domanda: Chi ha paura del Vaticano II? Risposta: Chi se ne fa paladino».
L’autore è convinto che il Discorso da fare non sia per i sacerdoti, i cattolici e la Chiesa un’opzione fra tante, ma una vera e propria necessità ed è dispiaciuto che, finora, fra le diverse ermeneutiche che si incrociano il Discorso sia mancato. In questo testo il teologo sostiene, con fondamento, che tra lo spirito con cui i Padri conciliari intrapresero la celebrazione del Concilio ed i sedici documenti maturati nel corso di essi c’è una logica perfetta: il rifiuto degli Schemi ufficialmente preparati, con il quale il Concilio si avviò, non poteva che ingenerare uno spirito di rottura cui i sedici documenti prodotti dall’Assise, con quel preciso indirizzo e quelle «aperture», sarebbero stati necessariamente marchiati.
«Ricordo», rivela l’autore, «l’indiscussa fedeltà alla Tradizione che caratterizzava gli schemi stessi, senza nulla toglier al loro equilibrio fra contenuti rivelati e dalla Chiesa già definiti, esposizione secondo la metodologia classica, ed attenzione ai nuovi problemi del momento. Alcuni di essi, oltre che per fedeltà e chiarezza dottrinale, s’imponevan pure per la trasparenza formale dell’esposizione. C’era, in essi, la Chiesa di sempre. E con essi la Chiesa di sempre si presentava al confronto con i fermenti culturali del nuovo illuminismo. Aperto il Concilio, s’aprì pure il confronto. Il nuovo illuminismo ne uscì burbanzosamente vittorioso; e lo si capì subito. La sorte dei detti schemi fu segnata non appena pervennero nelle mani dei Padri conciliari»[4].
Il dibattito conciliare fu anche rissoso ed irrispettoso. Un esempio valga su tutti: quando «al venerando cardinal Ottaviani, nel corso della sua appassionata difesa della Messa tradizionale, allo scoccare del regolamentare quindicesimo minuto fu spento il microfono e tolta la parola. A quel punto, il Concilio già procedeva per la sua strada: in dichiarata rottura con il secolare magistero, riassunto ed attualizzato negli schemi contestati […]. Si stava già operando un capovolgimento che, con l’andare del tempo, si sarebbe fatto sempre più netto: la teologia diventava antropologia; l’uomo era elevato, in ossequio – come si diceva – ad un progetto di Dio, a valore primo ed ultimo di tutta la realtà creaturale; la salvezza perdeva progressivamente il contatto con la rivelazione del peccato originale, con l’incarnazione e la redenzione di Cristo, con la speranza cristiana della vita eterna»[5] .
Con il trucco degli espliciti riferimenti ai precedenti Concili, il Vaticano II ha disseminato nei suoi documenti, soprattutto là dove maggiori sono le innovazioni introdotte, diverse citazioni «per assicurar una conoscenza fra ieri e oggi, che di fatto non c’è. Son frasi intese a tacitar apprensioni e turbamenti»[6]. Con queste lucide spiegazioni l’autore giunge alla convincente conclusione che lo spirito del Concilio non venne fuori dopo il Concilio, ma già durante il suo stesso divenire. Lo spirito del Concilio venne denunciato dall’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale Joseph Rantzinger, che in esso scorse gli estremi di un «gegen-Geist», ovvero «contro-spirito».
L’autore del libro constata, con approfondito esame, che il «gegen» ha lasciato la sua inconfondibile traccia nei documenti conciliari e in certuni è maggiormente riscontrabile, come nella Dei Verbum, nella Nostra aetate, nella Lumen gentium, nella Gaudium et Spes, nella Unitatis redintegratio, nella Dignitatis humanae.
La speranza di Monsignor Gherardini di discutere sul Vaticano II, non per alimentare sterili polemiche, ma per giungere ad una necessaria chiarificazione, è stata assolta dalla Fraternità San Pio X, che «non solo ha, nel suo complesso, positivamente salutato la comparsa del mio discorso da fare, ma ad esso ha dato subito inizio, andando oltre il limite più modesto da me indicato: da un discorso ad un dibattito. E l’auspicato dibattito ha preso subito le mosse con il primo d’una lunga serie d’interventi e con un congresso celebrato a Parigi dall’8 al 10 gennaio 2010, del quale son già pronti gli Atti[7]. Chiedevo non che s’andasse in una o in un’altra direzione, ma che si discutesse. La Fraternità san Pio X l’ha capito ed ha risposto. Prescindendo dalle sue valutazioni e dico: grazie!» .
Ma perché il discorso è mancato a livello delle alte sfere della Chiesa? A tale domanda così risponde Monsignor Gherardini:
«È probabile, infatti, che il discorso sia mancato perché si è preferito continuare una vulgata infinitamente più comoda, che non era, però, né poteva esser la vera ermeneutica conciliare», è mancata, quindi la sana e costruttiva critica. «Il Santo Padre, senza variare se non di tono i suoi interventi, ha continuato a proporre del Vaticano II una visione che quei medesimi interventi, nell’arco di cinquant’anni, facevano scaturire dalla sua ben nota ermeneutica non della rottura, ma della continuità nella riforma. È difficile, per non dir impossibile, che dalla Curia romana venga assunta una visione diversa. Difficile, ma non senz’eccezioni di toni e sfumature, che l’assuman i vescovi. Si griderebbe subito allo scandalo, perché qualunque diversa visione del Concilio da parte anche d’un solo membro del collegio episcopale induce in qualcuno l’immagine d’una Chiesa divisa per aver infranto l’asse della sua unità. È vero che il discorso da fare non avrebbe mai perseguito un tale esito; avrebbe solo aperto un dibattito su natura e limiti del Vaticano II […]. È proprio vero che la prudenza è una grande virtù, quando non è un’immotivata paura»[8].
I lupi
Interessantissima, poi, la disamina che l’autore compie di alcuni movimenti come i neopentecostali, detti successivamente «rinnovamento nello Spirito», ed i neocatecumenali, che Gherardini definisce vere e proprie «chiese parallele»[9]. Un Vescovo, al quale il teologo aveva esposto le sue riserve su tali realtà in odore di eresia, gli aveva risposto: «Però pregano molto e quindi lasciamoli in pace […] Si vede che per i vescovi del postconcilio una preghiera […] val bene un’eresia!»[10].
In mezzo al numero sempre più ridotto di vocazioni «si respira un’atmosfera inquinata e quasi nessuno se ne rende conto»[11] oppure si fa finta di non accorgersene.
Benedetto XVI è ben conscio delle eresie che hanno preso posto nella Chiesa e lo ha anche pubblicamente denunciato. L’11 giugno 2010, alla chiusura dell’Anno sacerdotale, ebbe a dire:
«… la Chiesa deve usare il bastone del pastore, il bastone col quale protegge la fede contro i falsificatori, contro gli orientamenti che sono, in realtà, disorientamenti. Proprio l’uso del bastone può essere un servizio di amore. Oggi vediamo che non si tratta di amore, quando si tollerano comportamenti indegni della vita sacerdotale. Come pure non si tratta di amore se si lascia proliferare l’eresia, il travisamento e il disfacimento della fede, come se noi autonomamente inventassimo la fede. Come se non fosse più dono di Dio, la perla preziosa che non ci lasciamo strappare via. Al tempo stesso, però, il bastone deve sempre di nuovo diventare il vincastro del pastore, vincastro che aiuti gli uomini a poter camminare su sentieri difficili e a seguire il Signore» . I comportamenti indegni della vita sacerdotale Gherardini li classifica come «immondezzaio», nato e cresciuto nel postconcilio, perché quel «contro spirito» è andato contro la spiritualità che ha guidato la Chiesa dalle origini fino al 1962; contro i suoi dogmi, reinterpretati non teologicamente, ma storicamente, contro la sua Tradizione, cancellata come fonte di Rivelazione e reinterpretata alla luce dell’esperienza ordinaria.
Monsignor Gherardini giunge a queste conclusioni: i sedici documenti del Concilio Vaticano II, autentico Concilio ecumenico della Chiesa cattolica, esprimono tutti un magistero conciliare, non necessariamente coperto dal carisma dell’infallibilità. Tuttavia, occorre distinguere la qualità dei suoi documenti, «perché il carattere solenne del loro insegnamento né li mette tutti su un piano di pari importanza, né comporta sempre di per sé la loro validità dogmatica e quindi infallibile»[12].
I drammi sono arrivati proprio dai novatori e dai venti liberaleggianti intrisi di modernismo. Sono quei venti che hanno condotto anche alla caduta libera verso una morale turpe, colma di bruttura e di putrefazione. Come non ricordare, a tale proposito, le taglienti e ammonitorie parole di Gesù, valide allora come oggi? Gesù si rivolge agli scribi e ai farisei, pieni di sé, pieni di vanità, gonfi della loro alterigia e insolenza; proprio come tanti pastori attuali, vuoti di Fede e ripieni del loro potere, come troppi preti che invece di aggrapparsi alla Chiesa autentica, quella della Tradizione, si lasciano trascinare nel lassismo e nei vizi capitali:
«Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini […] amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare “rabbì” dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. […] non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. Il più grande tra voi sia vostro servo; chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo rendete figlio della Geenna il doppio di voi.
Guai a voi, guide cieche, che dite: Se si giura per il tempio non vale, ma se si giura per l’oro del tempio si è obbligati. Stolti e ciechi: che cosa è più grande, l’oro o il tempio che rende sacro l’oro? E dite ancora: Se si giura per l’altare non vale, ma se si giura per l’offerta che vi sta sopra, si resta obbligati. Ciechi! Che cosa è più grande, l’offerta o l’altare che rende sacra l’offerta? Ebbene, chi giura per l’altare, giura per l’altare e per quanto vi sta sopra; e chi giura per il tempio, giura per il tempio e per Colui che l’abita. E chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi è assiso.
[…]. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto mentre all’interno sono pieni di rapina e d’intemperanza. Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi netto!
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità.
[…]. Serpenti, razza di vipere, come potrete scampare dalla condanna della Geenna? Perciò ecco, io vi mando profeti, sapienti e scribi; di questi alcuni ne ucciderete e crocifiggerete, altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città; perché ricada su di voi tutto il sangue innocente versato sopra la terra, dal sangue del giusto Abele fino al sangue di Zaccaria, figlio di Barachìa, che avete ucciso tra il santuario e l’altare. […] Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco: la vostra casa vi sarà lasciata deserta! Vi dico infatti che non mi vedrete più finché non direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!»[13]. Ma quando tornerà Cristo Re, troverà ancora la Fede sulla terra?[14].
Benedetto XVI, incaricato di essere suo viceré, è stato chiamato, in un momento decisivo per la Chiesa, a sostenere la sovrumana responsabilità di reggere, tutelare e difendere la Sposa di Cristo. Il Santo Padre chiese preghiere il 24 aprile 2005, durante l’omelia della Santa Messa dell’imposizione del pallio e alla consegna dell’anello del pescatore per l’inizio del ministero petrino, al fine di non indietreggiare di fronte ai lupi: «“Pasci le mie pecore”, dice Cristo a Pietro, ed a me, in questo momento. Pascere vuol dire amare, e amare vuol dire anche essere pronti a soffrire. Amare significa: dare alle pecore il vero bene, il nutrimento della verità di Dio, della parola di Dio, il nutrimento della sua presenza, che egli ci dona nel Santissimo Sacramento. Cari amici – in questo momento io posso dire soltanto: pregate per me, perché io impari sempre più ad amare il Signore. Pregate per me, perché io impari ad amare sempre più il suo gregge – voi, la Santa Chiesa, ciascuno di voi singolarmente e voi tutti insieme. Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi».
I lupi sono anche coloro che nella loro ipocrita fedeltà al Concilio Vaticano II «filtrano il moscerino e ingoiano il cammello», tutelando unicamente i loro sacrileghi sepolcri.
Stefano Falletti
[1] B. Gherardini, Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Casa Mariana Editrice 2009, pp. 254-255.
[2] Ibid., p. 256.
[3] Ibid., pp. 256-257.
[4] B. Gherardini, Concilio Vaticano II. Il discorso mancato, Lindau, Torino 2011, p. 30.
[5] B. Gherardini, Concilio Vaticano II. Il discorso mancato, Lindau, Torino 2011, p. 30.
[6] Ibid. p. 33.
[7] Courrier de Rome, Vatican II: Un débat à ouvrir, Actes du IX Congrès théologique du Courrier de Rome, BP 10156, Versailles Cedex, 2010.
[8] B. Gherardini, Concilio Vaticano II. Il discorso mancato, op. cit., pp. 62-63.
[9] Ibid., p. 71.
[10] Ibid., p. 72.
[11] Ibid., p. 75.
[12] Ibid. p. 82.
[13] Mt 23, 2-39.
[14] Cfr. Lc 18,8.
