Presentata a Livorno la biografia di J.H.Newman

Grande successo ha riscosso la conferenza tenuta a Livorno da Cristina Siccardi in data 27 novembre 2010, organizzata e promossa dal Movimento Cristiano Lavoratori.

Per l’occasione l’autrice ha presentato la sua ultima biografia “Nello specchio del Cardinale John Henry Newman”, alla presenza del vescovo diocesano Mons. Simone Giusti, che ha espresso apprezzamento per l’iniziativa.

La figura del novello Beato John Henry Newman è di pregnante attualità sia per spiegare l’unità tra Fede e ragione, sia per contrastare, come egli fece in prima persona, la «dittatura del relativismo» come la definisce Benedetto XVI.

L’incontro è stato preceduto dalla Santa Messa officiata da Don Giuseppe Coperchini.

 

Ecco un sunto della conferenza, ad opera dell’autrice:

 

Il Beato John Henry Newman (1801-1890) non si occupò mai direttamente di politica, proprio per l’incompatibilità che esiste fra l’uomo di Chiesa e l’uomo delle realtà statuali. «Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona» (Mt 6,24), allo stesso tempo Cristo ha detto: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22,21). Newman era già critico nei confronti dei membri della Chiesa anglicana che si immischiavano in questioni politiche in quanto considerava la politica un’emanazione della filosofia, secondo l’Etica aristotelica; pertanto la teologia governa la filosofia, che a sua volta governa la politica. Quando, infatti, fondò con altri colleghi docenti il “Movimento di Oxford” (che produsse in tutto 90 Tracts, cioè trattati esplicativi), era sua intenzione riportare la Chiesa Alta d’Inghilterra alla sua purezza dottrinale e dogmatica, quella vigente sotto il regno di Enrico VIII, depurandola dalle incrostazioni calviniste e luterane maturate sotto il regno di Elisabetta I.

Il Cardinale Newman non parlò mai esplicitamente di «bene comune», ma è molto chiara la sua idea di «bene comune»: una nazione è ben governata quando il suo Stato segue le linee, i principi ed i valori universali del cristianesimo; quindi i principi eterni che devono regolare il divenire politico. Queste sono considerazioni che Benedetto XVI ha ben chiarito durante il suo viaggio in Gran Bretagna, in occasione della beatificazione (19 settembre 2010) del Cardinale convertitosi ben tre volte: dalla superstizione passò al Calvinismo per giungere all’Anglicanesimo ed approdare definitivamente alla Verità custodita da Santa Romana Chiesa.

Occorre avere una corretta coscienza, secondo Newman, della natura umana e da qui discende un corretto rapporto fra essere e divenire, fra spirito e materia (la politica fa parte di quest’ultima), dunque fra Chiesa e Stato. Diritti e doveri dell’uomo sociale sono inscindibili, mentre sono mutevoli le applicazioni dell’eternità del principio. È pertanto necessaria una collaborazione fra Stato e Chiesa – non un invadenza di campo – per porsi al servizio del vero bene di ogni persona e di tutte le persone che costituiscono la società.

Il Papa, quando il 17 settembre 2010 ha incontrato gli esponenti della società civile, del mondo accademico, culturale e imprenditoriale, con il corpo diplomatico e con leaders religiosi, nella Westminster Hall di Londra, ha pronunciato parole che il Cardinal Newman avrebbe condiviso pienamente:

«Permettetemi di manifestare la mia stima per il Parlamento, che da secoli ha sede in questo luogo e che ha avuto un’influenza così profonda sullo sviluppo di forme di governo partecipative nel mondo, specialmente nel Commonwealth e più in generale nei Paesi di lingua inglese. La vostra tradizione di “common law” costituisce la base del sistema legale in molte nazioni, e la vostra particolare visione dei rispettivi diritti e doveri dello stato e del singolo cittadino, e della separazione dei poteri, rimane come fonte di ispirazione per molti nel mondo. […]. In particolare, vorrei ricordare la figura di San Tommaso Moro, il grande studioso e statista inglese, ammirato da credenti e non credenti per l’integrità con cui fu capace di seguire la propria coscienza, anche a costo di dispiacere al sovrano, di cui era “buon servitore”, poiché aveva scelto di servire Dio per primo. Il dilemma con cui Tommaso Moro si confrontava, in quei tempi difficili, la perenne questione del rapporto tra ciò che è dovuto a Cesare e ciò che è dovuto a Dio, mi offre l’opportunità di riflettere brevemente con voi sul giusto posto che il credo religioso mantiene nel processo politico […] in verità, le questioni di fondo che furono in gioco nel processo contro Tommaso Moro continuano a presentarsi, in termini sempre nuovi, con il mutare delle condizioni sociali. Ogni generazione, mentre cerca di promuovere il bene comune, deve chiedersi sempre di nuovo: quali sono le esigenze che i governi possono ragionevolmente imporre ai propri cittadini, e fin dove esse possono estendersi? A quale autorità ci si può appellare per risolvere i dilemmi morali? Queste questioni ci portano direttamente ai fondamenti etici del discorso civile. Se i principi morali che sostengono il processo democratico non si fondano, a loro volta, su nient’altro di più solido che sul consenso sociale, allora la fragilità del processo si mostra in tutta la sua evidenza. Qui si trova la reale sfida per la democrazia.

L’inadeguatezza di soluzioni pragmatiche, di breve termine, ai complessi problemi sociali ed etici è stata messa in tutta evidenza dalla recente crisi finanziaria globale. Vi è un vasto consenso sul fatto che la mancanza di un solido fondamento etico dell’attività economica abbia contribuito a creare la situazione di grave difficoltà nella quale si trovano ora milioni di persone nel mondo. Così come “ogni decisione economica ha una conseguenza di carattere morale” (Caritas in Veritate, 37), analogamente, nel campo politico, la dimensione morale delle politiche attuate ha conseguenze di vasto raggio, che nessun governo può permettersi di ignorare. Una positiva esemplificazione di ciò si può trovare in una delle conquiste particolarmente rimarchevoli del Parlamento britannico: l’abolizione del commercio degli schiavi. La campagna che portò a questa legislazione epocale, si basò su principi morali solidi, fondati sulla legge naturale, e ha costituito un contributo alla civilizzazione di cui questa nazione può essere giustamente orgogliosa.

La questione centrale in gioco, dunque, è la seguente: dove può essere trovato il fondamento etico per le scelte politiche?

La tradizione cattolica sostiene che le norme obiettive che governano il retto agire sono accessibili alla ragione, prescindendo dal contenuto della rivelazione. Secondo questa comprensione, il ruolo della religione nel dibattito politico non è tanto quello di fornire tali norme, come se esse non potessero esser conosciute dai non credenti – ancora meno è quello di proporre soluzioni politiche concrete, cosa che è del tutto al di fuori della competenza della religione – bensì piuttosto di aiutare nel purificare e gettare luce sull’applicazione della ragione nella scoperta dei principi morali oggettivi. […]. La religione, in altre parole, per i legislatori non è un problema da risolvere, ma un fattore che contribuisce in modo vitale al dibattito pubblico nella nazione. In tale contesto, non posso che esprimere la mia preoccupazione di fronte alla crescente marginalizzazione della religione, in particolare del Cristianesimo, che sta prendendo piede in alcuni ambienti, anche in nazioni che attribuiscono alla tolleranza un grande valore».

Newman, come Benedetto XVI, si erse contro il liberalismo e contro il relativismo, come risulta da quel sorprendete documento che fu il Biglietto Speech, redatto nel 1879 in occasione della consegna della berretta cardinalizia da parte di Leone XIII:

«Finora si pensava che bastasse la religione con le sue sanzioni soprannaturali ad assicurare alla nostra popolazione la legge e l’ordine; ora filosofi e politici tendono a risolvere questo problema senza l’aiuto del cristianesimo. Al posto dell’autorità e dell’insegnamento della Chiesa, essi sostengono innanzitutto un’educazione totalmente secolarizzata, intesa a far capire ad ogni individuo che essere ordinato, laborioso e sobrio torna a suo personale vantaggio. Poi si forniscono i grandi principi che devono sostituire la religione e che le masse così educate dovrebbero seguire, le verità etiche fondamentali nel loro senso più ampio, la giustizia, la benevolenza, l’onestà, ecc; l’esperienza acquisita; e quelle leggi naturali che esistono e agiscono spontaneamente nella società e nelle cose sociali, sia fisiche che psicologiche, ad esempio, nel governo, nel commercio, nella finanza, nel campo sanitario e nei rapporti tra le Nazioni. Quanto alla religione, essa è un lusso privato, che uno può permettersi, se vuole, ma che ovviamente deve pagare, e che non può né imporre agli altri né infastidirli praticandola lui stesso.

Le caratteristiche generali di questa grande apostasia sono identiche dovunque; ma nei particolari variano a seconda dei Paesi. Parlerò del mio Paese perché lo conosco meglio. Temo che essa avrà qui un grande seguito, anche se non si può immaginare come finirà. A prima vista si potrebbe pensare che gli Inglesi siano troppo religiosi per un modo di pensare che nel resto del continente europeo appare fondato sull’ateismo; ma la nostra disgrazia è che, nonostante, come altrove, conduca all’ateismo, qui esso non nasce necessariamente dall’ateismo. Occorre ricordare che le sette religiose, comparse in Inghilterra tre secoli fa e oggi così forti, si sono ferocemente opposte all’unione della Chiesa e dello Stato e vorrebbero la scristianizzazione della monarchia e di tutto il suo apparato, sostenendo che tale catastrofe renderebbe il cristianesimo più puro e più forte. Il principio del liberalismo, poi, ci è imposto dalle circostanze stesse. Consideriamo le conseguenze di tutte queste sette. Con tutta probabilità esse rappresentano la religione della metà della popolazione; e non dimentichiamo che il nostro governo è una democrazia. È come se, in una dozzina di persone prese a caso per la strada e che certamente hanno la loro quota di potere, si trovassero fino a sette religioni diverse. Ora come possono trovare unanimità di azione in campo locale o nazionale quando ciascuna si batte per il riconoscimento della propria denominazione religiosa? Ogni decisione sarebbe bloccata, a meno che l’argomento religione non venga del tutto ignorato. Non c’è altro da fare. E in terzo luogo, non dimentichiamo che nel pensiero liberale c’è molto di buono e di vero; basta citare, ad esempio, i principi di giustizia, onestà, sobrietà, autocontrollo, benevolenza che, come ho già notato, sono tra i suoi principi più proclamati e costituiscono leggi naturali della società. È solo quando ci accorgiamo che questo bell’elenco di principi è inteso a mettere da parte e cancellare completamente la religione, che ci troviamo costretti a condannare il liberalismo. Invero, non c’è mai stato un piano del Nemico così abilmente architettato e con più grandi possibilità di riuscita. E, di fatto, esso sta ampiamente raggiungendo i suoi scopi, attirando nei propri ranghi moltissimi uomini capaci, seri ed onesti, anziani stimati, dotati di lunga esperienza, e giovani di belle speranze».

L’attualità politica del Beato Jhon Henry Nemwn è straordinaria. Il politico, soprattutto oggi, deve riscoprire la sete della verità e l’uso della ragione, strumenti entrambi essenziali a coltivare tutte le arti e, in particolare, «la più nobile di tutte le arti perché permette tutte le altre» come Aristotele definisce la politica.

In questo panorama è essenziale il ruolo dei laici, ai quali Newman dava un’immensa importanza. Egli sosteneva la necessità di formare un laicato conscio della propria Fede, fortemente motivato e preparato culturalmente, al fine di creare un humus cattolico tale da essere in grado di difendere la Fede e sostenere al meglio l’apostolato dei presbiteri. I laici, quindi, sono chiamati ad occuparsi della “secolarità”, secondo il proprio dovere di stato, lasciando liberi i ruoli che competono la sfera meramente ecclesiale, dove i sacerdoti e i pastori hanno il compito di dirigere le anime e di offrire una guida filosofico-etica nel maremagnum relativistico attuale, dove non si sa più che cosa sia bene e che cosa sia male, che cosa sia secondo il diritto naturale (inscritto in ogni uomo) e che cosa non lo sia. E qui il Beato Newman viene in soccorso: fu un uomo di Dio, che per amore e sete di Verità, non si abbassò mai al compromesso e non cercò mai consensi… il rispetto verso Dio superò sempre quello verso gli uomini, prima la Verità, diceva, poi la bontà. Pagò a caro prezzo questo approccio alla vita. Rimase solo. Spesso calunniato e denigrato. Tuttavia Newman, pur soffrendone, non se ne curò e rimase «Cor ad cor loquitur» (lo volle come suo motto cardinalizio), lui e il suo Creatore, non dando retta ai commenti del mondo… lasciando perdere prestigio (si dimise da docente dell’Università di Oxford), onori e legami familiari e d’amicizia (proprio lui, uomo di passione, estremamente attento all’Amicizia, quella nobile e dalla A maiuscola).

Si fece cattolico per coerenza e onestà intellettuale. Il suo afflato e il suo spirito avrebbero abbracciato prima del 1845 la Fede Cattolica, ma volle attendere il consenso pieno della sua ragione. «I Padri mi fecero cattolico» ebbe a dire, cioè i Padri della Chiesa e poi i Padri della Controriforma e poi san Filippo Neri (aderì così tanto da entrare nella congregazione degli Oratoriani e da fondare il primo Oratorio in Gran Bretagna, a Birmingham)… insomma lo fece cattolico la Tradizione della Chiesa di Roma, quella voluta da Gesù e fondata su san Pietro. Mirabili e affascinanti sono le pagine che ha lasciato sulla visita che fece nelle chiese milanesi, quelle chiese che, con la somma Liturgia e la brulicante Fede in esse presenti (con la devozione, la pietà e l’armonia di sacerdoti e di fedeli), gli resero vivi sant’Ambrogio, sant’Agostino, santa Monica, san Carlo Borromeo…

Scoperta la Verità e sposata la Fede con la ragione, cessò di indagare, di perlustrare, come uno speleologo, i meandri della filosofia, della teologia, della storia, dello scibile umano. Non indagò più, ma si gettò nell’apologetica, narrando, descrivendo, poetando, nella sterminata bibliografia lasciata – che lo innalza a “dottore della Chiesa”, così definito nel 1990 dall’allora Cardinal Joseph Ratzinger – la bellezza della Perla trovata. Ed ecco che Newman, ripieno di Fede, di Speranza e di Carità, riesce già a vedere oltre la cortina terrena e immaginare quello che può accadere all’anima quando si troverà faccia a faccia con Nostro Signore. È la piena conoscenza di sé che viene espressa nel magnifico poema sulla vita dell’al di là, The Dream of Gerontius  (Il Sogno di Geronzio, poi musicato da Sir Edward Elgar). Nel poema l’autore fa spiegare all’angelo:

«Il volto del Dio incarnato

Ti colpirà con dolore tagliente e sottile […]

La vista di Lui ti accenderà nel cuore

Pensieri di tenerezza, di riconoscenza, di riverenza.

Sarai malato d’amore, e ti struggerai per Lui,

Per Lui dolce a tal punto nella sua perenne

Abnegazione da restare vilmente

Ferito da un vile come te.

C’è una supplica nei suoi occhi tristi

Che ti toccherà nel vivo, e ti turberà.

E odierai e detesterai te stesso: se pure

Senza peccatpo ora, tu sentirai d’aver peccato,

Come mai prima avevi sentito; e desidererai

Scivolare via, e nasconderti alla Sua vista

E tuttavia avrai un’ardente brama di rimanere

Dinnanzi alla bellezza del Suo volto.

E queste due pene, così in contrasto e così forti

-L’ardere per Lui, quando non Lo vedi,

La vergogna di te al pensiero di vederLo-

Saranno il tuo più vero, più aspro purgatorio» .

Annientamento, giudizio, punizione: questo è il fuoco purificatore per giungere, finalmente, ad essere pienamente noi stessi in Dio Amore.

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